30 aprile 2016

Bleu de Gênes





E' un viaggio di un giornalista che ha percorso le strade del jeans e ne ha tratto un reportage lungo qualche secolo, con molte notizie che si trovano facilmente (nei libri di storie della moda e nel costume oltre che anche in internet), ma che qui sono selezionate ed espresse in modo sintetico. Libro che si legge facilmente e velocemente nel suo stile giornalistico, in quanto non richiede conoscenze tecniche di base, non per studiosi del tessile-moda o per gli storici, ma per chi ha nel denim un elemento fondamentale del proprio abbigliamento. Chi è nel settore moda probabilmente condividerà il mio giudizio, ma al grande pubblico dei non addetti ai lavori il libro piacerà.

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Bleu de G
ênes
Piccola storia universale del jeans
Autore: Remo Guerrini
Editore: Mursia
Data di Pubblicazione: 2009

codice ISBN: 9788842543060


INTRODUZIONE

Non era semplice procurarsi un paio di jeans quando ero un teenager, cioè nei primi anni Sessanta, anche perché nei negozi di abbigliamento non si trovavano proprio. I commessi (che allora tenevano sul bancone il metro di legno per misurare le stoffe, e quello di stoffa per misurare i clienti) ti guardavano pieni di scetticismo e dicevano: «Prova in Sottoripa», dandoti del «tu». Sottoripa è quella parte del centro storico di Genova che sta in faccia al porto, una lunga fila di archi di pietra che copre ancora oggi tuguri, friggitorie, antiche botteghe, scagni (cioè vecchi uffici) rimessi a nuovo e trasformati in boutique. Lì - allora - c'erano vetrine polverose che esponevano cose sconosciute alla maggior parte della gente, cose proprio di un altro mondo, che a bordo di una barca o di una nave avrebbero avuto il loro senso, ma delle quali spesso noi non conoscevamo neppure il nome. D'altra parte la gente normale che cosa sapeva (e sa tutt'oggi) di bozzelli, ancore Danforth, biscagline, girelle, grilli, strozzascotte, sassole, winch, bitte, gallocce, sagole e lanciasagole, pompe di sentina, battagliole, scala reale (a uso degli appassionati del poker: su una barca la scala reale è quella scaletta che si affianca allo scafo, collegata a un paranco per tirarla su e giù)... e si potrebbe andare avanti per molto, sgranando un rosario di parole misteriose. Spesso in quelle botteghe lunghe, scure e strette, piene di scale e sottoscala che affondavano nelle interiora di antichi palazzi, c'era anche un angolo con il banco dei vestiti da lavoro, grembiuli da macellaio, tute da operaio (che allora si chiamavano toni), giacchette da portiere d'albergo o da lift, il ragazzo dell'ascensore, crestine da cameriera, berretti da portuale. Quasi sempre, se cercavi i blue jeans, li trovavi lì ed erano soprattutto Levi's, ma c'erano anche Lee e Wrangler. Roba in genere color blu scuro, e rigida come cartone. «Tranquillo, lavandolo poi si ammorbidisce», diceva il commesso che la sapeva lunga, e ti guidava anche nella selva delle taglie: a parte il fatto che i calzoni si potevano comunque provare (quasi sempre in uno sgabuzzino illuminato da una lampadina appesa al soffitto per lo stesso filo che portava la corrente), le etichette scritte in inglese, e appiccicate quasi sul sedere, non erano mai molto chiare. «Bisogna togliere 16», diceva il commesso quando si rendeva conto che era la tua prima volta. «Come sarebbe togliere 16?» Sorrideva: «Gli americani sono fatto così. Da noi hai la taglia 48? Togli 16, e fa 32...». Ti porgeva un paio di calzoni con scritto W32 sull'etichetta e, miracolo, andavano bene. Oggi che ho qualche anno in più e sono un po' più grosso, ho la taglia 52, e i miei blue jeans, tolto 16, sono W36. Tutto coincide, e la sottrazione continua a funzionare. Allora i jeans erano anche un po' troppo lunghi ma, invece che tagliarli e cucirli sul fondo, si faceva prima ad arrotolarli sulle caviglie. In tutta la città non erano più di una dozzina i negozi dove si potevano trovare, ed erano più o meno tutti dello stesso tipo: esposte in vetrina c'erano soprattutto cose da nave, da treno o da fabbrica... e poi, appunto, i jeans. Più o meno la stessa cosa accadeva nelle grandi città portuali, come Livorno, Napoli, Bari. Per i ragazzi che stavano nelle città di terra era invece più difficile procurarseli, quei jeans, talvolta impossibile: tanto che durante l'estate - nei giorni di burrasca o di brutto tempo - capitava che i nuovi amici di spiaggia, quelli che venivano da Torino o da Milano per «andare al mare» a Genova, ti chiedessero proprio di far loro da scout, e di accompagnarli in misteriosi budelli dove si potevano trovare i jeans.

Blu di Genova, dunque? In effetti, se è vero (come vedremo) che la storia di questa città si intreccia spesso con quella del jeans, è anche vero che il discorso non è sempre lineare. Per esempio, è certo che la parola jeans è proprio la deformazione di Gênes, cioè Genova detto alla francese, e che alla fine del Cinquecento il termine serviva a indicare la stoffa che arrivava in Inghilterra partendo appunto da questo porto, ma si trattava di un fustagno prodotto nell'entroterra e in Piemonte, mentre a Genova, semmai, erano tutti setaioli. È poi vero che i calzoni che oggi chiamiamo blue jeans sono stati brevettati nella seconda metà dell'Ottocento a San Francisco, ma allora - e per il secolo che è seguito - nessuno si sognava di chiamarli in questo modo. Semmai erano overalls, o altre parole indicanti (come vedremo) i pantaloni da lavoro. E quel tessuto, comunque, gli americani e gli inglesi se lo fabbricavano per conto proprio già alla fine del Settecento. Inoltre la parola blue jeans, per indicare i pantaloni che tutti conosciamo, l'hanno inventata gli adolescenti yankee alla fine degli anni Cinquanta, e dunque significa semplicemente jeans blu.
Però... è ancora vero che nella storia di Genova la presenza della tintura blu abbinata alle stoffe è consuetudinaria. Quando papa Benedetto XVI ha visitato la città, nel maggio del 2008, ha potuto per esempio ammirare i grandi Teli della Passione, risalenti alla prima metà del Cinquecento e raffiguranti - con straordinarie immagini in biacca su stoffa blu indaco - gli ultimi giorni di Gesù, e se ne è uscito in uno stupefatto: «Jeans nella Genova del Cinquecento?». La suggestione giornalistica c'è stata, ma ovviamente non è così: i Teli sono in lino mentre il jeans è in cotone, e poi i Teli sono, appunto, una tela mentre il jeans è una saia, che (come vedremo) è proprio un'altra cosa. In effetti, radunando le informazioni e raccogliendo i dati per mettere insieme questa piccola storia del jeans e del denim - che sono quasi la stessa cosa, ma non la stessa cosa - ciò che colpisce è che ci si trova sempre più davanti a un mosaico globale. Ci sono la Genova del Seicento, la Manchester del Settecento e la San Francisco dell'Ottocento. È una grande storia americana, ma ci sono protagonisti tedeschi, lituani, polacchi. Re di Francia e cowboy, pascià d'Egitto e marines, premi Nobel e cantanti rock. Cenciaioli di Prato, stilisti di Londra, industriali di Taiwan. Insomma, sarà pure una piccola storia, ma è sicuramente universale. D'altra parte, se oggi nel mondo si vendono un miliardo e 800 milioni di jeans all'anno... un motivo ci sarà.  


1 commento:

  1. I JEANS DEI PORTUALI DIVENNERO DI MODA DOPO LA CRISI DEL ’29

    Bleu de Gênes - piccola storia universale dei jeans (Mursia) del genovese Remo Guerrini inizia con un ricordo anni Sessanta quando i jeans si vendevano solo in Sottoripa. Vi erano tutti i tre marchi, Levi’s, Lee e Wrangler, ma era «roba blu scuro e dura come cartone». Allora vestire jeans è stata la libertà portata dal rock o da On the road di Kerouac (1957). Al cinema nel ’53 aveva spopolato il selvaggio di Marlon Brando, ispirato alla rissa di Hollister (California), dove quattromila «bikers» si erano sfidati a bevute di birra, entrando ed uscendo con le moto dai bar.
    Sono spunti da un libro «pirotecnico» per i tanti aneddoti, per le storie principali dinastie dei jeans, per la descrizione delle tecniche di tessitura o di coloritura del famoso colore blu. Il libro soprattutto ripercorre la storia del cotone attraverso le crisi economiche, dalla laniera dell’XI secolo che fu la prima e lo impose, avvantaggiando gli importatori, cioè i mercanti genovesi e veneziani. Il termine jeans, da Gênes (Genova in francese, come il denim, fratello gemello, deriva dal francese Nîmes) si usa per la prima volta in Inghilterra. Questa nazione nel Settecento diventa massimo importatore di fustagno (cotone), sia di quello genovese che aveva superato ogni crisi. In tempi recenti la storia del cotone è riproposta attraverso i risvolti economici della guerra di Secessione Americana, poi come la materia prima dominante nell’Ottocento, fino alle necessità del mondo moderno, indirizzate a maggior ecologia. Ogni anno per l’uso dei pesticidi muoiono 20mila persone, di cui i più addetti alla coltivazione del cotone; con la moda del jeans invecchiato, il metodo della sabbiatura nel 2008 ha provocato la silicosi a 5mila addetti in stabilimenti illegali della Turchia. Un’altra storia è l’evoluzione del jeans con la moda. Questa tela resistente, che un tempo copriva le merci in porto, fu poi utilizzata per i pantaloni dei lavoratori e dopo la crisi del ’29 diventò in America il modo economico di vestire. Nel ’60 significava stare insieme, nel ’70 implicava uno star separati perché il jeans firmato non era accessibile a tutti, negli anni Ottanta imperversa quello strappato e nel ’90 con il rap s’impone il «baggy» (senza forma). La Levi Strauss, ritrovandosi invenduti gli stock tradizionali, ricorre ad un budget pubblicitario di 90 milioni di dollari, mentre suo gran successo del passato, per il lancio dei jeans per bambini, era stato il gadget della pistola ad acqua. Segno particolare del libro: la leggerezza di scrittura. Interessa senza annoiare, qualità che Guerrini ha maturato da lunga professionalità: giornalista direttore di grandi testate, ha pubblicato per primo la spy story della Mondadori, diventando poi autore di thriller. Questi suoi capitoli scorrono lievi tra suspense e buona informazione.

    (da "il Giornale" del 30 agosto 2009)

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