23 agosto 2017

L' «ORBACE» DI SARDEGNA (1935)


Da un articolo di Marcello Vinelli estratto dalla rivista "Le Vie d'Italia" [*] riporto integralmente questo documento, su questo tessuto dell'Autarchia.


Vecchio telaio - Sardegna


L'«ORBACE» DI SARDEGNA

Le diverse regioni d'Italia hanno caratteristiche tradizionali a cui corrispondono industrie locali che posseggono singolari virtù di richiamo per certe categorie di visitatori e, in particolar modo, per i turisti e per gli studisi dei così svariati elementi del folclore. Ossia, come vi sono sempre consuetudini resistenti attraverso i secoli al sovrapporsi di forme più moderne e più pratiche di vita, vi sono singolari specie di attività industriale, consistenti specialmente in piccole industrie che non hanno nulla di comune con quelle di altre regioni. In tal modo le diverse zone di uno stesso Stato danno diversi volti all'aspetto generale della vita nazionale.


Un vecchio pastore toglie il vello all'animale immobile


La Sardegna, ancora oggi, sebbene avviata con passo deciso ad un rinnovamento di tutta la sua vita sociale ed economica, è sempre ancora una miniera inesauribile per gli studiosi delle singolarità locali. Infatti abbondono ancora, nella forte terra di Amsicora, i mobili scolpiti  ed intagliati nel legno, le oreficerie, i ricami antichi, i complicatissimi e costosi abbigliamenti femminili fatti dalle pazienti mani delle donne, e gli oggetti di giunco e di asfodelo intrecciato; tutte cose in cui sono impressi segni indelebili di originalità, con fogge e disegni arcaici e primitivi, con sempre rinnovata varietà di temi e di ornamentazione le cui linee differiscono fondamentalmente da quelle della produzione similare d'altre regioni e d'altre genti.
Gli effetti decorativi dei ricami vaghissimi palesano, da soli, oltre che una istintiva tendenza ad ornare, con qualche segno d'arte, le suppellettili casalinghe, la mirabile perizia delle donne sarde nella disposizione dei colori, nella variazione dei toni, nell'assegnare le tinte più apprpriate ai vari motivi ornamentali; una conoscenza degli effetti insospettata in piccole donne del contado, vissute sempre lontane da ogni contatto con l'arte. L'antico ricamo sardo a colori, nei caratteristici punti in seta, lana, lino, oro, argento, risale ad una tradizione artistico-industriale casalinga, con un requisito essenziale: la personalità. Personalità che giungeva al punto da far ricercare e ottenere dalle stesse lavoratrici, con procedimenti propri, i colori occorrenti nelle sfumature volute, dedotti da ricette conservate gelosamente e tramandate di generazione in generazione.
Anche le antiche casse intagliate - mobile casalingo e cofano nuziale per il corredo della sposa - documentano il gusto artistico dei sardi, custodito, per secoli attraverso il tradizionalismo di una discendenza di anonimi artefici e alimentato dalla copia del buon materiale, il legname dei boschi di castagno e di noce di talune regioni dell'isola.

Un'industria tessile di uso e di rinomanza regionale

Ma la Sardegna ha anche conservato, pur attraverso decine di secoli, una industria tessile alimentata per la maggior parte dal paziente lavoro delle donne isolane, industria che ebbe notorietà regionale: quella della produzione dell'orbace o forese, una stoffa che ha avuto la ragionr fondamentale del suo successo nelle sue qualità intrinseche, diremo anzi naturali, e cioè la conservazione massima del colore e la impenetrabilità  all'acqua, associate al vantaggio di consentire la traspirazione necessaria all'organismo.
Etimologicamente la parola orbace sarebbe corruzione di albagio, nome usato ad indicare una specie di rozzo panno, la cui conoscenza già sconfinava dall'ambiente regionale quando, per disposizione governativa, diversi anni addietro, entrò a far parte nella confezione dei cappotti per gli ufficiali della Regia Marina.

L' "orbace" e l'abbigliamento caratteristico degli isolani

E' l'orbace che offre la materia prima al severo costume maschile degli abitanti dell'isola.
Gli uomini, in genere, hanno aspetto austero, qualcuno dice quasi tetro. Neri e di orbace sono i comodi gabbani, grandi cappotti lunghi fino ai calcagni, spaccati di dietro per poterli tenere cavalcando; nera la gabbanella - la parte del costume più diffusa -, piccolo cappotto che si porta d'estate e d'inverno, perché dovrebbe difendere tanto dal caldo come dal freddo; nero il cappuccio fratesco; nere le ragas, specie di gonnellini o talora calzoncini all'uso greco o albanese, o montenegrino, o dalmata; neri i borzachinos, alte uose o calzari d'orbace, chiusi  od anche aperti  verso l'interno ed allacciati al polpaccio, che difendano il contadino ed il pastore  dall'umidità e dalla rudezza del monte e del bosco; nera la berritta, ossia un pesante berrettone di lana, che si lascia cadere  sull'omero o dietro le spalle, o si ripiega sulla fronte, come una lunga visiera. Mentre nella maggior parte dell'isola si portano ampi calzoni di tela bianca, nel Sulcis si usano anche abbondanti pantaloni di pesante orbace, come appare dalle nostre fotografie, riproducenti maureddini coi calzoni ampi come due sottane.


Ugo Pellis "Il telaio" - Villagrande Strisaili - inv. 3510
6 dicembre 1934


Così d'orbace si fa il saccu de coberri (sacco per coprire), composto semplicemente di due tagli di stoffa d'orbace nero, applicato l'uno sull'altro, uniti da un lato; modestissimo capo di vestiario, ma pur utilissimo, di cui i pastori - i soli che lo adoperano - si servono per tutti gli usi della loro esistenza randagia: per ripararsi dalla pioggia e dal freddo, come cappotto, come stuoia, coperta da letto, tappeto, cappuccio, d'inverno e d'estate, sempre e ovunque. La mancanza di questo misero e spesso lacero indumento, nel quale i pastori si avvoltolano nei rigori delle lunghe notti invernali, potrebbe significare per essi la morte per assideramento.
L'orbace o forese - di diverse tinte unite, come rosso o marrone - serve anche per taluni abbigliamenti femminili. Per esempio, è di orbace rosso la sottana del pittoresco costume delle ragazze di Désulo.
Così i Sardi, fedeli agli abbigliamenti tradizionali, sembrano relitti di stirpi antichissime che, dopo tante dominazioni e infiltrazioni, hanno serbato intatta la loro natura originaria, poco o nulla mutata dagli attriti; saldo ceppo formato da un innesto latino sull'antico tronco autoctono.
Una delle ragioni del considerevole persistente impiego dell'orbace di produzione locale, nell'abbigliamento dei Sardi sta principalmente nel fatto che in altri tempi, data la scarsità e la difficoltà dei mezzi di comunicazione e di trasporto, tra l'isola e il continente, non era facile agli isolani  acquistare dalle manifatture d'oltre mare le stoffe di cui avevano bisogno. Così essi trovano più sicuro e conveniente provvedere a queste necessità col prodotto di una industria tessile locale.
Manca qualsiasi statistica relativa alla produzione, dato che questa è sparpagliata un po' dovunque, e mancono fonti regolari cui attingere tali notizie; ma, considerando il numero delle persone che si servono di questo tessuto, si può salire a cifre assai alte. 
Sono molti i centri ove quest'industria tessile vien praticata, specialmente quelli ove è abbondante, con l'industria armentizia, la produzione laniera. Dice la storia che le lane di Sardegna furono sempre oggetto di cupidigia e di sfruttamento anche da parte degli antichi dominatori, i Fenici e i Romani. Ricordiamo, tra gli altri comuni, Gavoi, che, in qualche modo, ha il primato isolano nella fabbricazione del forese; Seulo, paese ove le donne sono molto industriose e dedicano attente cure a quest'industria; Tiana, paese ricco, anche nella stagione estiva, di acque, le quali danno vita a numerosi mulini e pigiatrici di orbace, dette calcheras; Isili, che si è specializzato anche nella confezione di coperte da letto con trame di lana di vari colori, tappeti da tavola, bisacce, pizzi e tele, e che conta numerosi telai ed ha avviato una certa attività commerciale; Villagrande, Meana Sardo, Gairo, Seui e numerosi altri paesi delle tre province sarde, ma specialmente delle due province di Sassari e di Nuoro, ove prevalgono le regioni montane ed in cui si pratica l'industria armentizia, che fornisce a quella tessile la materia prima.

Le operazioni tecniche

La materia prima dell'orbace è data dalle lane lunghe e dure degli ovini di Sardegna, e precisamente dalle pecore.
Non si può dimenticare che la popolazione zootecnica isolana comprende oltre due milioni di ovini.
La lana dei caprini, pure così abbondante in quanto rappresenta  oltre mezzo milione di capi, non si presta a questa industria.
Filatura e tessitura si sono sempre praticate, nella quasi totalità, dalle donne di tutto il mondo. Filano, in Sardegna, le massaie, conservando, accanto alla tradizione della stoffa speciale, anche gli ordigni antichi che servirono alle nonne e alle nonne delle nonne. Ed anche ragazze avvenenti ed agiate, eleganti nel loro ricco costume multicolore di lana o di seta, filano e, ignorando l'arcolaio o non avendo simpatia per esso, si servono ancora della rocca e del fuso primordiali.
L'industria conserva così ancora un carattere primitivo, a deplorare il quale, specie di là del mare, si sono scritte infinite vivaci pagine. Ma questa immobilità  non è un carattere esclusivo delle popolazioni rurali di Sardegna. In genere le popolazioni delle campagne sono state sempre eminentemente conservatrici e, spesso, perfino reazionarie. Ha il predominio, nell'interno di certe regioni a carattere agricolo, lo spirito consuetudinario su quello di iniziativa; e ciò avviene ovunque, in Sardegna come fuori, in Italia ed all'Estero. Parlando appunto dell'industria tessile in certe zone della Francia, Emilio Souvestre, nei suoi Derniers Bretons, accenna al tessitore delle Côtes du Nord e del Finistèrre, tenace nel non allontanarsi dalle forme di lavoro del proprio padre. Proponetegli - egli dice - di lasciare questa industria, ed egli scuoterà la sua testa capelluta, e con un triste sorriso vi risponderà: "Nella nostra famiglia noi siamo stati tutti fabbricanti di tessuti" - "C'est le bon Dieu qui conduit le pauvre monde". Ma nel caso della Sardegna non si tratta di una industria agonizzante, bensì di una forma di lavoro che utilizza molte braccia e molte attitudini, che altrimenti resterebbero inutilizzate, e oggi si avvia a graduali innovazioni nella legittima previsione del successo.
E' il procedimento di tutte le vecchie e giovani attività di questo mondo. Così l'industria tessile, anche nella prima fase, serba il carattere di piccola produzione casalinga, esercitata per utilizzare, principalmente nell'inverno, le ore d'ozio.
La donna sarda non si dedica in genere ai lavori dei campi; quindi può consacrarsi, per buona parte della giornata, alla fabbricazione dei tessuti grossolani, resistenti, d'uso locale, fra cui in prima linea, l'orbace, che, come abbiamo accennato, si usa quasi sempre in nero o senza tintura.
L'operazione della filatura è semplicissima. La donna regge la rocca nella mano sinistra; inumidite le dita della destra, ne tira un filo e lo torce.


Ugo Pellis "Rocca e fuso" - Thiesi - inv. 3827
29 marzo 1935


La rocca (cronuca, cranuga, cannuga, canniuga, dal latino cannula) è una canna semplice, a volte intagliata artisticamente; il fuso è un bastoncino (fusti o pertia, dal latino fustis e pertica), con un capo di legno e, in cima, un uncino per fissare il filo, (amu o ganciu, dal latino hamus e ganzu); poi dal filo si fanno le matasse e i gomitoli (gromuro, gromero, lombro, lomburo, lorumo, dal latino glomulus). 
Anche la tessitura si fa, quasi ovunque, in casa. La Sardegna conta una buona parte dei telai casalinghi che esistono ancora in Italia. Sono dei piccoli telai che, fu detto, rappresentano della ricchezza in polvere, in quanto utilizzano tante ore che altrimenti passerebbero inattive, tante modeste capacità che non verrebbero convenientemente sfruttate, e le trasformano in un prodotto utile , quando non sia addirittura indispensabile, come fu nei tempi in cui era limitata la fornitura delle stoffe dal continente.
In epoca di organizzazione scientifica del lavoro e di taylorismo, esaltato sino alla esagerazione, di frenetica standardizzazione e di manipolazioni in serie, parrebbe di trovarci di fronte ad un anacronismo. Non manca però chi, considerando questo prodotto, vanta l'accuratezza del lavoro e la bontà di esso e si chiede se, nei sistemi dell'antico lavoro domestico, lento e personale, non si trasfonda più direttamente l'anima del lavoratore e non si crei un rapporto simpatico, un vincolo benefico tra questo e l'opera sua, a tutto vantaggio del risultato finale.      
A tessitura avvenuta, il panno si sottopone ad una tintura quasi generalmente nera, facendolo bollire con le radici e con il frutto di alcuni vegetali, del Daphnis gnidium, in sardo troiscu, dallo spagnolo torviscu, e dell'Alnus glutinosa. Si usano anche il legno di campeggio e, più recentemente, si sono introdotte anche tinture chimiche.
La follatura o feltratura avviene o con la forza dei piedi o per mezzo di rudimentali martelli di legno, mossi dalla forza idraulica dei torrenti.
Questi i sistemi di produzione dell'orbace sardo, in quanto esso conserva il suo limitato carattere di piccola industria locale, nella quale la brava massaia guardava alla sua fatica di tessitrice come ad una questione di stretto carattere domestico, sottoposta al massimo alla critica dei familiari, per la maggior parte gli unici consumatori e disposti, in definitiva, a indossare quello che veniva loro offerto in quanto era un prodotto solido ed utile, indipendentemente da ogni ragione di moda o di eleganza.
Un discreto sviluppo alla produzione dell'orbace ha dato anche il "Buon Pastore" di Cagliari, un Istituto di beneficenza, che, ad iniziativa ed opera di un benemerito sacerdote, ha lo scopo di sottrarre l'adolescenza ai pericoli della strada e delle cattive compagnie. In questo Istituto, ove si producono diversi oggetti caratteristici della Sardegna, quali bisacce, borse, tapperi, v'è tutto un buon macchinario per la produzione dell'orbace in tutte le sue fasi.

Nuovo indirizzo

Le cose si presentano oggi in maniera notevolmente diversa. I mezzi si lavoro rustici, la mancanza di qualunque organizzazione commerciale ad ontà della bontà del prodotto non consentivano di poter passare improvvisamente ad una sfera di più largo consumo. Anche la raccolta della produzione, che aveva sempre qualcosa di isolato e frammentario, risultava difficile senza un organismo coordinatore; ed allora la Federazione degli Artigiani, a seguito delle disposizioni del Segretario del Partito per l'uso di detto tessuto nelle divise fasciste, ha provveduto alla creazione ed al finanziamento di una Società commerciale, per dare una disciplina alla produzione e allo smercio - modificando, in quanto era necessario, l'indirizzo tecnico e le norme per la vendita del prodotto - e in primo luogo per l'adozione di un procedimento definitivo e uguale per tutti, in modo che il prodotto assuma la necessaria omogeneità, curando di ottenere la buona scelta della lana durante la cardatura e la torsione dell'ordito e della trama. Così si è istituito un centro di raccolta del prodotto proveniente da trenta paesi della Sardegna, occupando nell'insieme più di 3400 artigiane.
Per favorire lo sforzo dei singoli e migliorare il panno sino al limite del possibile, la società ha promosso l'impianto in alcuni comuni dell'isola di "folloni" azionati elettricamente. Inoltre il colorante naturale, usato alquanto empiricamente è stato sostituito con materie chimiche più sicure nei loro effetti e nell'uniformità. il prodotto non si limiterà solamente alla stoffa nera, ma si otterrà anche in vari colori, secondo il gusto del pubblico e le esigenze della moda. Così  la diminuizione di richiesta, dovuta all'abbandono, da parte di molti Sardi, del vecchio costume, sarà resa economicamente meno sensibile dalla diffusione del panno fuori dell'Isola, dati i tanti caratteri che lo rendono pregiato anche per gli abiti comuni maschili e femminili. Infatti nella Mostra Nazionale della Moda di Torino, che affermava, nella sua quarta ricorrenza, la genialità ideatrice e realizzatrice degli industriali, artigiani e commercianti d'Italia, spiccavano, accanto ad un telaio antico sardo, azionato da una donna isolana nel suo costume caratteristico, i figurini di un valente artista del genere, indossanti abiti e mantelli fatti di orbace sardo, dei più diversi colori e dei più artistici e moderni disegni.
Anche nella Mostra dell'orbace sardo, testè tenutasi a Roma, nella Sala delle Mostre Artistiche in Pazza Venezia, appariva legittimo il diritto di questo prodotto dell'Artigianato rurale sardo ad avere un più vasto impiego in tutta la Nazione.
Così a questa tipica industria regionale, sparsa un po' dovunque nel territorio dell'Isola, si schiudono nuovi orizzonti e nuove fortune.

 MARCELLO VINELLI


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[*] LE VIE D'ITALIA fu una rivista (mensile) illustrata di arte, storia, geografia, viaggi, fotografia e rubriche varie, pubblicata dal Touring  dal 1917 al 1968. E' ritenuta una delle più belle pubblicazioni del secolo scorso.

La Sardegna degli anni Trenta
Fotografie Sardegna 1932-135 di Ugo Pellis
Musica: Paolo Fresu - Richard Galliano - Jan Lundgren - Mare Nostrum



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