28 novembre 2010

Il Cappotto (di Nikolaj Gogol)


La storia è nota, è si può riassumere così.

Il protagonista è un misero impiegato statale (Akàkij Akàkievič), mite e rassegnato, oggetto di assoluto disprezzo dei suoi superiori, che sogna, come massima ambizione anche sociale, di farsi confezionare un bel cappotto nuovo, con il quale affrontare il rigido inverno e, al tempo stesso, rendere il suo modesto aspetto fisico un po' più presentabile, un po' più decoroso. Intrecciata alla storia del cappotto vi è poi il folle, improvviso desiderio di vedersi riconosciuto lo status di essere umano, di farsi notare nel bel mondo pietroburghese e di avere, per una volta nella sua vita misera e insignificante, gli sguardi amichevoli delle dame eleganti dell'alta società. La sconfitta del piccolo impiegato, però, sarà totale e irreparabile. Quasi a volerlo punire di aver osato sfidare, sia pure solo per un istante, le rigide convenzioni sociali e la rigida scala gerarchica, il destino lo spoglia in una sola notte di quanto egli ha più caro al mondo: il prezioso cappotto che, con molti sacrifici, era riiuscito ad acquistare. Nelle vie deserte di Pietroburgo immersa nel sonno, mentre rientra a casa, il poveretto viene derubato di quel cappotto che compendiava tutti i suoi sogni di avanzamento sociale e, per di più, si prende una polmonite nella vana ricerca del bene perduto, vagando disperato nel gelo e nella neve. Dopo che anche un tentativo di ottenere aiuto dalle autorità, sporgendo regolare denuncia, è andato miseramente a vuoto, il disgraziato si mette a letto e muore in poche ore: di polmonite e di crepacuore.      

 
Ritratto di Nicolaj Gogol, (1840) di Fedor A. Moller

Gogol irride ad una società ed ai suoi rappresentanti che sono corrotti, viziosi, e ridicoli. E' una rappresentazione del grottesco.

La mia opinione che il racconto scritto sia meglio del film, come sono da leggere tutti i "Racconti di Pietroburgo" di questo grande scrittore russo vissuto nella prima meà dell'800.

«Sia
mo tutti usciti dal Cappotto di Gogol'»
(Fëdor Dostoevskij)

 
 

Riporto di seguito uno "scampolo" (per definirlo con un termine tessile) di questo racconto del 1843 per far si che i miei pochi lettori possano godere dell'ironia che è intessuto in tutto il racconto, un affresco poetico ed ironico intriso di malinconie tipiche e care a Gogol... ed ad alcuni forse verrà la voglia di rileggere o leggere i "Racconti di Pietroburgo" di questo grande scrittore russo.


IL CAPPOTTO

Traduzione dal russo di Leone Pacini Savoj


"Nella divisione ministeriale... ma è meglio tacere in quale divisione. Non c'è niente di più suscettibile di ogni sorta di divisioni, uffici, reggimenti e, in generale, di ogni sorta di caste burocratiche. Siamo arrivati al kin. Già punto che un qualsiasi privato, a toccarlo, ritiene offeso, nella propria persona, tutto l'uman consorzio. Corre voce che, proprio di recente, sia pervenuto un esposto in cui il comandante della polizia, di non ricordo più quale città, dichiara senza ambagi che il suo sacro nome viene pronunciato assolutamente invano, e che le ordinanze statali restano inosservate; e a documento di quanto sopra ha allegato un ponderoso volume di una cert'opera in stile romantico dove, ogni dieci pagine, compare un comandante di polizia, e a volte persino in uno stato di ubriachezza integrale. Perciò, al fine di evitar seccature, è meglio che noi chiamiamo la divisione in parola - una divisione. In una divisione, dunque, prestava servizio un impiegato, non si può dire molto rimarchevole: bassino di statura, un po' rossiccio, un po' butterato, perfino un po' bircio all'aspetto; con una piccola calvizie sulla fronte, con le grinze attorno alle guance e quel colore del viso che è detto emorroidale... Che farci? Ne ha colpa il clima di Pietroburgo. In quanto al grado gerarchico (poiché da noi è indispensabile, prima di ogni altra cosa, dichiarare il grado gerarchico) egli era un consigliere titolare; il cosiddetto «consigliere titolare perpetuo», messo, come è noto, in berta e burletta da tanti e tanti scrittori che hanno il vezzo encomiabile di dare addosso a chi non li può mordere. Il cognome di questo impiegato era Bašmàčkin. Già dalla parola stessa si vede che discendeva da una scarpa (bašmàk); ma quando, in quali età, e per qual vie discendesse da una scarpa, non si sa. E il padre, e il nonno, e perfino il cognato, e tutti quanti indistintamente i Bašmàčkiny, portavano stivali, e li risuolavano soltanto tre volte all'anno. Di nome si chiamava Akàkij Akàkievič. Forse esso parrà un po' strambo al lettore, e ricercato, ma si può giurare che non lo ricercarono affatto, e che si produssero, spontaneamente, tali circostanze per cui non fu possibile dargli un nome diverso; e la cosa avvenne proprio così. Nacque Akàkij Akàkievič in sul far della notte; se la memoria non mi tradisce, il 23 marzo. Sua madre, buoanima, moglie di un impiegato e donna eccellente, si apprestò a battezzare come si deve il bambino. la madre era ancora a letto, di fronte all'uscio, e a destra c'era il compare - un bravissimo uomo: Ivàn Ivànovič Scarmiglia, capufficio al Senato - e la comare, moglie di un ufficiale dei gendarmi, donna di rare virtù: Arìna Semënovna Pancettabianca. Alla puerpera vennero proposti tre nomi, affinché ne scegliesse uno di suo gradimento: Mokìa, Sossìa, oppure poteva chiamare il bambino Chozdazàt, dal nome del martire. « NO », pensò la buonanima: «Son certi nomi, questi!». Per cercare di farla contenta fu aperto il calendario a un'altra pagina - vennero fuori, di nuovo, tre nomi: Trifìlij, Dulà e Varachàsij. - Vedi che ira di Dio! - esclamò la vecchietta: Che nomi, tutti quanti! Proprio non li avevo neppur mai sentiti. Tiriamo via, se fosse Varadàt, magari, o Varùch, ma Varachàsij e Trifìlij! - Voltarono ancora una pagina - vennero fuori: Vachtìsij e Pavsikàkij. - Be', ho già capito, - disse la vecchietta: - Si vede che questo è il suo destino. E, se ha da esser così, val meglio che si chiami come il padre. Akàkij il padre - e Akàkij il figlio. Tale fu l'origine del nome Akàkij Akàkievič. Battezzarono il bimbo; ed oltre a ciò egli pianse, e fece una smorfia come se avesse avuto il presentimento di dover finir consigliere titolare. ecco dunque in che modo andò la cosa. Noi abbiamo riportato questi fatti perché il lettore possa constatare da sé come ciò accade per ineluttabilità, e come non fosse in alcun modo possibile dargli un nome diverso. Quando egli entrasse al ministero, e in che periodo, e chi lo avesse assunto, nessuno lo poteva ricordare. Per quanto si succedessero capi e direttori d'ogni genere e sorta, lui lo si vedeva sempre nella stessa posa, nelle stesse mansioni; era sempre lo stesso impiegato addetto a copiare le lettere; tanto che, poi si finì col credere che egli fosse venuto al mondo esattamente così com'era - digià tutto completo: con l'uniforme, e la piccola calvizie sulla fronte. Al ministero non avevano alcuna considerazione per lui. Gli uscieri non solo non si alzavano, quando egli passava, ma non lo guardavano neppure, come se nell'anticamera fosse passata una mosca. I superiori lo trattavano con un tono di tra il freddo e il dispotico. Un qualsiasi sotto capufficio gli andava a cacciare sotto il naso un incartamento senza neppure dirgli: «Copiàtelo», oppure: «Ecco una pratichetta bella, interessante», come si usa in ogni ufficio educato. E lui lo prendeva, posando gli occhi soltanto sulla carta, senza badare a chi gliela dava, e quale diritto avesse di dargliela. Gli impiegati più giovani si facevano beffe di lui, lo motteggiavano, per quanto lo consentiva loro la lepidezza cancelleresca: raccontavano, proprio lì accanto a lui, diverse storielle inventate sul suo conto; della sua padrona di casa, una vecchietta di settant'anni, dicevano che lo bastonava; chiedevano quando si sarebber fatte le nozze; gli cospargevano il capo di pezzetti di carta, affermando che era neve. Ma Akàkij Akàkievič non rispondeva una sola parola: come se non ci fosse stato nessuno lì davanti. Ciò non aveva alcuna ripercussione sul suo lavoro: in mezzo a tutte quelle molestie, non commetteva neppure un errore nel copiare. Soltanto quando lo scherzo oltrepassava i limite del sopportabile, quando gli urtavano il braccio, impedendogli di attendere al suo compito, diceva: - Lasciatemi! Perché mi offendete? - E in quelle parole, e nella voce che le pronunciava, vi era qualcosa di indefinibile. Vi si udiva qualcosa che muoveva alla pena; tanto che un giovane impiegato, entrato in servizio di recente, il quale, sull'esempio degli altri, si era permesso di canzonarlo, smise immediatamente, come colpito da una folgore, e da quel giorno fu come se le cose avessero mutato aspetto ai suoi occhi, e gli apparissero sotto una luce diversa. E per gran tempo, dopo, anche nei momenti di maggiore allegrezza, tornava sempre ad apparirgli l'immagine del piccolo impiegato con quella calvizie sulla fronte, e quelle parole penetranti: «Lasciatemi! Perché mi offendete?». e in quelle parole penetranti risuonavano altre parole:  «Io sono tuo fratello». E si nascondeva il viso nelle mani il povero giovane, e molte volte, in seguito, nella sua vita, ebbe a rabbrividire, vedendo quanta disumanità alberghi nelle umane creature, quanta spietata rozzezza si nasconda sotto il colto, raffinato viver sociale, e, Dio! perfino in coloro che il mondo reputa nobili ed onesti...

Difficilmente si sarebbe potuto trovare un altro che vivesse così del suo lavoro. E' poco dire: lavorava con zelo; no - lavorava con amore. In quel suo copiare gli si discropriva un mondo tutto suo, multiforme ed accogliente. Il godimento gli si appalesava sulla faccia; certe lettere dell'alfabeto erano le sue preferite e, come giungeva ad esse, non capiva più nella pelle; e sorrideva a fior di labbro, e ammiccava, e si aiutava con certe mosse della bocca, così che avresti detto di potergli leggere in viso ogni lettera che la penna andava tracciando. se avesse dovuto essere premiato in rapporto allo zelo, egli forse, e con sua grande costernazione, sarebbe finito magari consigliere di Stato; invece, tutto il servizio, come dicevano quegli spiritosi dei suoi colleghi, gli aveva fruttato soltanto un ficosecco per decorazione e le emorroidi fin sul groppone. D'altra parte non si può dire che lo avessero trascurato del tutto. Un direttore, che era un bravuomo e desiderava ricompensarlo per il lungo servizio, aveva dato ordine di affidargli un lavoro un po' più importante delle solite copie, e cioè: gli venne assegnata l'incombenza di estrarre da un incartamento già pronto una relazione per un altro ufficio; si trattava appena di cambiar l'intestazione e, qua e là, i verbi dalla prima alla terza persona. Questo lavoro gli costò una tale fatica che egli si ricoprì interamente di sudore; si rasciugò la fronte, e infine disse: - No, datemi piuttosto qualcosa da copiare. - Da allora fu lasciato per sempre alle sue copie. Fuori di quel copiare, sembrava non esistesse null'altro al mondo, per lui. Non si preoccupava affatto del vestire: la sua uniforme non era ormai più verde, ma di un color rossastro-farinaceo. Aveva un baveruccio striminzito, rattrapito, così che il collo, spuntando fuor da quel bavero, benché non lungo, faceva l'impressione d'essere lunghissimo - come il collo di quei gatti d'alabastro che hanno il capo che dondola, e che sono portati a dozzine, sulla testa, dai «forestieri» russi. E, su quell'uniforme, restava sempre appiccicato qualche cosa: o un fuscellin di fieno, o un filolino; e, camminando per strada, egli aveva, inoltre, la particolare abilità di andare a capitare sotto qualche finestra nel momento preciso in cui rovesciavano giù ogni specie di immondizie, e perciò se ne andava eternamente con sul cappello o una scorza d'anguria o di melone, o qualche altro affaruccio del genere. Mai, neppure una volta in vita sua, aveva prestato attenzione ai casi e agli accidenti che si danno ogni giorno per strada; casi e accidenti a cui badono sempre, come è noto, i suoi pari: i giovani impiegati; i quali spingono tanto lontano la sagacia del loro sguardo intraprendente da notare, fin sul marciapiede di fronte, chi abbia il lacciolo scucito in fondo ai pantaloni - ciò che richiama immancabilmente un sorrisetto beffardo sul loro viso. Ma Akàkij Akàkievič, anche se posava gli occhi su qualcosa, ci vedeva sopra le sue righe linde, ricopiate con una calligrafia diritta, regolare, e bisognava proprio che il muso di un cavallo, spuntato fuori Dio sa da dove, venisse ad appoggiarglisi sopra una spalla, e con le froge gli soffiasse sulla guancia una vera raffica di vento, perché egli si accorgesse di non essere nel bel mezzo di una riga ma, piuttosto, nel mezzo di una strada. Arrivato a casa, si metteva subito a tavola: buttava giù in fretta la minestra, e mangiava un pezzetto di manzo con la cipolla, senza badar nemmeno che sapore avesse; mangiava tutto ciò comprese le mosche, e quel che Dio mandava in quella stagione. Quando sentiva che il ventre prendeva ad arrotondarsi, si alzava da tavola, tirava fuori la boccetta dell'inchiostro, e si metteva a copiare le carte portate a casa. Se gli accadeva d'esser senza lavoro, faceva qualche copia per proprio diletto, in specie se si trattava di carte interessanti - non già per ornatezza di stile, ma perché indirizzate a qualche persona diverse dalle solite, o d'alto grado.

Perfino nelle ore in cui il cielo di Pietroburgo si abbuia completamente, e in cui tutto il mondo degli impiegati ha ormai pranzato e, ciascuno come può, secondo il proprio stipendio e le proprie voglie, si è nutrito; in cui tutti si sono già riposati dal raschìo delle penne ministeriali, dall'acciapinare, dalle indispensabili faccende proprie e delle altrui, e da quant'altro la natura irrequieta dell'uomo si addossa volontariamente, e forse più di quel che sia necessario; in cui gli impiegati si affrettano a consacrare al piacere il tempo che ancor resta - chi, più in gamba, se ne va a teatro, chi a passeggio, dedicando quel tempo a sbirciar cappellini, chi, a una serata, a perderlo in complimenti rivolti a qualche ragazza appetitosa, astro di una piccola cerchia impiegatizia, chi, e questo avviene più spesso,  semplicemente da un amico, al terzo piano, o al quarto, in un appartamento composto di due stanzette, con ingresso e cucina, e con certe pretenzioncelle di moda, come una lampada o un'altra cosuccia, costate fior di sacrifici: rinuncie a pranzi, a passeggiate, - insomma, perfino in quelle ore in cui tutti gli impiegati si disperdono per i piccoli appartamenti degli amici, a giocare un whist arrabbiato, sorbendo il tè nel bicchiere, con biscotti da un soldo, scomparendo entro il fumo sbuffato dalle lunghe pipe, raccontando, mentre si distribuiscono le carte, qualche pettegolezzo trapelato dall'alta società, della quale un Russo non sa fare a meno in nessun tempo ed in nessun caso, oppure, se non vi sono altri argomenti, raccontando per la centesima volta l'eterno aneddoto di quel comandante a cui andarono a dire che era stata mozzata la coda del cavallo del monumento di Falconet; insomma perfino quando non vi è chi non cerchi di divertirsi, Akàkij Akàkievič non si concedeva alcun divertimento. Nessuno poteva dire di averlo veduto qualche volta a una qualche serata. Dopo aver ricopiato a sazietà, andava a letto, e sorrideva già pensando al domani: a cosa domani Iddio gli avrebbe mandato da copiare. Così trascorreva la quieta esistenza di un uomo che, con quattrocento rubli di stipendio all'anno, sapeva esser contento della sorte; e così, forse, avrebbe continuato a trascorrere fino all'estrema vecchiezza, se sul cammino terreno non fossero disseminate iatture d'ogni sorta: non soltanto per i consiglieri titolari, ma anche per i consiglieri segreti, gli effettivi, i consiglieri di Corte, e per tutti i consiglieri - perfino per quelli che non danno e non accettono consigli da nessuno.

V'è a Pietroburgo un potente nemico di coloro che hanno quattrocento rubli di stipendio all'anno, o giù di lì. Questo nemico non è altri che il nostro gelo settentrionale, ancorché si dica che è molto sano. Fra le otto e le nove del mattino, quando le strade si affollano di gente che va in ufficio, esso incomincia a dare certi pizzicotti cosìforti e pungenti su tutti i nasi, senza distinzione, che i poveri impiegati non sanno più dove cacciarli. A quell'ora, quando anche i più alti funzionari hanno la fronte indolenzita dal gelo e gli occhi lacrimosi, i poveri consiglieri titolari non sanno come difendersi. Tutta la loro salvezza sta nel percorrere con la maggiore celerità possibile, chiusi nei loro cappottelli striminziti, le cinque o sei strade che han da fare, e poi battere forte i piedi sul pavimento, in portineria, finché non si siano disgelate, con quel sistema, tutte le loro attitudini e le loro capacità burocratiche, andatesi congelando lungo il tragitto. Akàkij Akàkievič aveva preso a sentire, da qualche tempo, che il freddo gli coceva in modo particolarmente gagliardo la schiena e le spalle, nonostante egli si industriasse a percorrere più alla svelta che gli era possibile la distanza canonica.
 
Finì col pensare che nel suo cappotto doveva nascondersi un peccatuccio. Dopo averlo esaminato ben bene a casa sua, scoprì che in due o tre punti , e precisamente sulla schiena e le spalle, si era ridotto un vero setaccio: il panno era liso così che ci si vedeva attraverso, e la fodera era tutta sfilacciata. Occorre sapere che il cappotto di Akàkij Akàkievič era anch'esso argomento di facezie da parte dei colleghi; lo avevano perfino privato del nobile nome di cappotto, e lo chiamavano gabbano. In effetti esso aveva una conformazione stranissima: il bavero andava sempre più assotigliandosi di anno in anno, poiché lo si impiegava a rattoppare le altre parti. I rattoppi non testimoniavano una grande perizia nel sarto, e risultavano a foggia di saccoli e frinzelli. Visto come stavano le cose Akàkij Akàkievič giunse alla conclusione che era necessario portare il cappotto da Petròvič, un sarto che abitava non so dove, a un quarto piano, dal lato della scala di servizio, e che, nonostante avesse un occhio strabico e la faccia tutta coperta di lentiggini, esercitava con discreta bravura l'arte di riparare pantaloni e frac di impiegati e di non impiegati; s'intende quand'era in stato di sobrietà, e non aveva altre imprese per il capo. Di questo sarto non occorrerebbe certo dir molto, ma poiché è ormai invalso l'uso che in un racconto venga dichiarato appieno il carattere di ciascun personaggio, così non v'è nulla da fare: serviamo, allora, in tavola anche questo Petrovič! In origine egli si chiamava Grigòrij e basta, ed era servo della gleba nella proprietà di un certo possidente: principiò a chiamarsi Petrovič quando ottenne il foglio di riscatto, [1] e cominciò a bere piuttosto energicamente nei giorni di festa: dapprima soltanto nelle grandi feste religiose, poi, senza far più distinzioni, in tutte le feste comandate - bastava che sul calendario ci fosse una crocetta. Sotto questo riguardo era ligio ai costumi degli avi e, disputando con la consorte, la chiamava femmina laica e tedesca. Poiché c'è scappata di bocca la consorte, bisognerà dir due parole anche di lei; ma, purtroppo, di lei si sa ben poco, fuor che Petròvič aveva una consorte che addirittura portava una scuffia in testa, e non una pezzuola; ma, in quanto a bellezza, essa non poteva accampar vanti; per lo meno non c'erano che i soldati della Guardia che, imbattendosi in lei, le dessero, una sbirciatina sotto la scuffia - e si arricciava loro il pelo dei baffi, e strani brontolii uscivano loro di bocca.
Nel salire la scala che conduceva da Petròvič, e che era - va riconosciuto ad onor del vero - tutta ben bene spalmata d'acqua, di rigovernatura, e impregnata da cima a fondo di quelle fragranze spiritali che bruciano gli occhi e, come è noto, vanno inscindibilmente di concerto con le scale di servizio d'ogni palazzo pietroburghese, nel salire la scala, Akàkij Akàkievič pensava a quanto gli avrebbe chiesto Petrovič, e risolse in cuor suo di non dargli più di due rubli. L'uscio era aperto, poiché la padrona, per cuocere del pesce, aveva fatto un tal fumo nella cucina che non si vedevano più neppure gli scarafaggi. Akàkij Akàkievič attraversò la cucina senza nemmeno essere scorto dalla padrona, e infine entrò in una stanza dove scoprì Petròvič seduto su un gran tavolo di legno grezzo, con le gambe incrociate sotto il corpo come un padiscià mussulmano. I piedi, com'è costume dei sarti quando sono intenti al lavoro, erano scalzi; e saltava subito all'occhio, prima d'ogni altra cosa, un alluce - ben noto a Akàkij Akàkievič - dall'ugna deforme, massiccia e solida al par del clipeo d'una tartaruga. Petròvič aveva una matassa di fili di cotone e di seta appesa al collo e, sulle ginocchia, un abito vetusto. Già da tre buoni minuti cercava di infilare una gugliata nella cruna dell'ago, e non ci dava; e se la rifaceva col buio, e persino col filo, barbugliando fra i denti: «Non ci si ficca dentro, quel barbaro! Mi ha fatto struggere tutto, fino al lumicino, quel sacripante!». A Akàkij Akàkievič dole di essere capitato proprio in un momento in cui Petròvič era in collera: gli piaceva di fare le sue ordinazioni a Petròvič quando costui era digià un tantino sotto pressione o, come diceva la moglie, si era «barricato di vodka, il demoniaccio guercio». Di solito, in simile stato, Petròvič era remissivo, e cedeva sul prezzo, e si inchinava perfino, ogni volta e diceva grazie. Poi, certo, veniva la consorte a piangere che il marito era ubriaco, e aveva chiesto, perciò, troppo poco; ma bastava aggiungere qualche centesimo, e tutto era sistemato. Ora, invece a quanto pareva, Petròvič era in stato di sobrietà, e perciò brusco, intrattabile, e in vena di chieder sa il diavolo che prezzi. Akàkij Akàkievič lo capì subito, e voleva già battere, come si suol dire, in ritirata; ma ormai era tardi. Petròvič aveva socchiuso il suo unico occhio, puntandoglielo addosso, e a Akàkij Akàkievič scappò detto senza volerlo: - Buona sera, Petròvič! - Buona sera, signore! - disse Petròvič, e sbiecò l'occhio verso le mani di Akàkij Akàkievič per vedere che preda gli portasse.

- Io, ecco, Petròvič, sono venuto, quella cosa... - Occorre dire che Akàkij Akàkievič  si esprimeva, per lo più, usando preposizioni, avverbi e, infine, certe particelle che non hanno proprio nessun significato. Se si trattava poi di argomenti spinosi, aveva perfino il costume di lasciare assolutamente in tronco le frasi, così che, assai spesso, incominciando il discorso con le parole: «Questo, davvero, è proprio quella cosa...» non lo faceva seguire da nient'altro, e lui stesso dimenticava di finirlo, pensando di avere ormai espresso tutto.
- Che c'è? - chiese Petròvič, e col suo unico occhio incominciò, allo stesso tempo, a passargli in rivista l'uniforme, a rifarsi dal bavero fino alle maniche, alla schiena, alle falde e agli occhielli, tutta roba a lui nota, poiché opera sua. Questo è un vizio dei sarti: è la prima cosa che fanno, non appena ti incontrano.
- Io, ecco, già, Petròvič, quella cosa... il cappotto, già, il panno... ecco, vedi, nelle altre parti è proprio resistente... si è un po' impolverato, e sembra vecchio, ma è nuovo; ed ecco: soltanto in una parte è un po' quella cosa... sulla schiena, e poi, ecco, suuna spalla è un po' consumato, già, ecco, su questa spalla è un poco...vedi? Non c'è altro. E anche di lavoro ce n'è poco...
Petròvič si impadronì del gabbano; lo distese dapprima sopra il tavolo, lo considerò lungamente, tentennò il capo; allungò una mano sul davanzale della finestra per prendere una tabacchiera rotonda, che aveva, sopra, il ritratto di un certo generale, - quale, precisamente, non si sa, poiché, nel punto dove si trovava la faccia, il dito aveva fatto un buco che era stato coperto con un rettangolo di carta appiccicato sopra. Fiutata una presa di tabacco, Petròvič tenne allargato il cappotto fra le mani e lo guardò controluce - e tentennò daccapo la testa; poi lo rigirò con la fodera all'insù e tentennò di nuovo la testa; di nuovo, tolto il coperchio col generale riappiccicato con la carta e aspirata una immensa dose di tabacco nelle nari, lo richiuse, rimise a posto la tabacchiera, e disse infine: - Niente! Non si può rabberciare: è guardaroba di scarto!
A queste parole Akàkij Akàkievič ebbe un tuffo al cuore.
- Ma perché non si può, Petròvič? - disse con voce quasi supplichevole di bambino: - Ma, in fondo, è solo sulle spalle che si è liso; e tu ce li hai dei pezzetti...
- I pezzetti si possono trovare, i pezzetti si trovano, - disse Petròvič: - È che non ci si cuciono: l'affare è tutto marcio; a metterci l'ago si sgrana.
- Be', che si sgrani, e tu ci metti subito una toppa.
- Ma non c'è dove attaccarla una toppa, non c'è dove far presa: mica è uno scherzo un rabbercio! Questo è panno soltanto per così dire: al primo colpo di vento se ne va in polvere.
- Be', e tu vedi di rinforzarlo. Come è possibile, ecco, così, quella cosa!
- No, - tagliò corto Petròvič: - Non c'è nulla da fare. È irrimediabile. È meglio che voi, quando incomincia il freddo, ve ne facciate delle pezze da piedi, perché le calze non tengono caldo. Sono state un'invenzione dei Tedeschi per far quattrini (Petròvič amava, all'occasione, tirare delle frecciate contro i Tedeschi); in quanto al cappotto, è chiaro che vi toccherà farne uno nuovo.
Alla parola «nuovo» a Akàkij Akàkievič  si annebbiarono gli occhi, e tutto quello che vi era nella stanza incominciò a intorbidarglisi. Vedeva distintamente soltanto il generale con la faccia riappiccicata con la carta sopra il coperchio della tabacchiera. - Come, nuovo? - disse come se fosse ancora in un sogno: - Ma io non ci ho neanche i denari.
- Già: nuovo! - disse con flemma barbara Petròvič.
- E, a doverlo far nuovo, quella cosa, come...?
- Quanto verrebbe a costare, cioè?
- Sì.
- Bisognerà snocciolare qualcosa più di tre bigliettoni da cinquanta, - disse Petròvič, e strinse le labbra in aria significativa. Andava pazzo per i grandi effetti, gli piaceva sbalordire la gente, a un tratto, nel modo più assoluto, per poi rimirar di sottecchi la faccia che combinava lo sbalordito, dopo quelle parole.
- Centocinquanta rubli per un cappotto! - gridò il povero Akàkij Akàkievič, e gridò forse per la prima volta da che era al mondo, perché s'era sempre distinto per il tono sommesso della voce.
- Già, - disse Petròvič: - Eppoi dipende che specie di cappotto. A farci il bavero di martora, e a foderare il cappuccio di seta, si arriva magari anche a duecento.
- Petròvič, per piacere, - disse Akàkij Akàkievič con voce supplichevole, senza dare ascolto, anzi senza nemmeno voler dare ascolto alle parole di Petròvič e a tutti i suoi grandi effetti: Rammendamelo in qualche modo, che in qualche modo possa andare ancora un po' avanti.
- No, no. Significherebbe lavoro sprecato e denaro gettato, - disse Petròvič; e Akàkij Akàkievič, dopo queste parole, se ne andò completamente annichilito. In quanto a Petròvič, dopo che quegli se ne fu andato, rimase l ancora un pezzo con le braccia strette in aria significativa, e senza ripor mano al lavoro, soddisfatto di non esser venuto meno alla propria dignità e non aver prostituito neppure l'arte.

Uscito in strada, Akàkij Akàkievič aveva l'impressione di sognare: «Che specie di affare di che specie», diceva fra sé: «Io davvero non pensavo neanche che ne venisse fuori quella cosa...». E poi, dopo un istante di silenzio, soggiunse: Vedi com'è! Insomma, ecco quel che ne è venuto fuori! E io, proprio, non potevo immaginarlo per niente che fosse a quel modo. - Dopo di che seguì ancora un lungo silenzio, alla fine del quale egli disse: - Così, ecco, già! Vedi com'è oramai, proprio, del tutto inaspettata quella cosa... quella, io, in nessun modo... Che specie di circostanza che è! - Ciò detto, invece di andarsene a casa, senza nemmen sospettarlo si incamminò nella direzione del tutto opposta. Per strada uno spazzacamino lo sfiorò con l'anca sporca, e gli imbrattò di nero tutta una spalla; dall'alto di una casa in costruzione gli piovve addosso un'intera cappellata di calcina. Egli non si accorse di nulla, e solo più tardi, quando andò a sbattere contro un gendarme che, appoggiata l'alabarda lì accanto, stava scuotendo un piccolo corno per farne cadere il tabacco nel pugno calloso, soltanto allora si riebbe un pochino - e perché il gendarme gli disse: Cosa vieni a ficcarti, proprio fra le gambe! Che non ti basta il marciapiede? - Il che lo costrinse a girare gli occhi  attorno e rimettersi sulla strada di casa. Soltanto qui incominciò a raccogliere le idee; vide con chiarezza la propria situazione, nel suo vero aspetto; prese a ragionare con se stesso, non più a frasi mozze, ma in maniera sensata e senza ambagi, come con un amico di giudizio col quale si può discorrere delle cose che più stanno a cuore, e son più intime. «Eh, no», disse Akàkij Akàkievič: «Con Petròvič, ora, non c'è da discutere: ora, lui, quella cosa... si vede che la moglie gliele ha date. È meglio che ci vada una domenica mattina: dopo il sabato, vigilia d'una festa, sbalestrerà l'occhio tutto di traverso, e sarà ancora rincitrullito dal sonno, avrà bisogno di smaltire la sbornia con un bicchierino, e la moglie non gli darà neanche un soldo - e io allora, e quella cosa, gli faccio scivolare in mano dieci copeche: lui diventerà più trattabile, e allora il cappotto, e quella cosa...». In tal modo ragionava tra sé  Akàkij Akàkievič: si fece coraggio e aspettò la prima domenica; e non appena vide di lontano che la moglie di Petròvič se ne usciva di casa per i fatti suoi, svelto salì da lui. Effettivamente Petròvič, dopo il sabato, sbandava forte con l'occhio, ciondolava la tesrta verso il pavimento, ed era completamente rincitrullito dal sonno; ma non appena intese di che si trattava sembrò che il diavolo lo avesse punzecchiato: - Niente da fare, - disse: - Compiacetevi di ordinarne uno nuovo. - In quel momento preciso Akàkij Akàkievič gli fece scivolare in mano una monetina. - Obbligatissimo, signore: mi ristorerò un po' alla vostra salute, - disse Petròvič: E in quanto al cappotto, compiacetevi di metter l'animo in pace: non è più buono a un corno. Il cappotto nuovo lo farò coi fiocchi: in quanto a ciò, vi diamo garanzia.
Akàkij Akàkievič voleva riportare il discorso sul rabbercio, ma Petròvič non lo stette a ascoltare neppure fino in fondo, e gli disse: - Uno nuovo ve lo faccio senz'altro, potete starne sicuro; ci metterò tutto il mio impegno. Si potrà farlo persino come vanno di moda oggigiorno: col bavero agganciato con fermagli a zampa, placcati in argento.
Allora Akàkij Akàkievič  si avvide che senza cappotto nuovo non c'era da cavarsela, e ne fu completamente annichilito. E, infatti: con che cosa, con dei denari poteva farselo? Certo, poteva parzialmente contare sulla futura gratificazione per le feste, ma quei denari erano già stati destinati ormai da un pezzo, e ripartiti per altri scopi. Egli doveva ordinarsi un paio di pantaloni nuovi, pagare un debito vecchio al calzolaio, per il tomaio nuovo agli stivali vecchi, e ordinare alla cucitrice tre camicie e un paio di quei capi di biancheria che non sta bene chiamar col proprio nome sulla carta stampata; in breve, i denari se ne sarebbero andati tutti quanti, e anche se il direttore fosse stato talmente benevolo da decretargli, anzi che quaranta rubli di gratifica, quarantacinque o cinquanta, gli sarebbe avanzata soltanto una sciocchezza che, a paragone col capitale del cappotto, sarebbe stata come una goccia nel mare. Benché egli sapesse, è vero, che Petròvič aveva il gusto di sparare così, a bruciapelo, sa Dio quali prezzi inverosimili, tanto che neppure sua moglie poteva trattenersi dal gridargli: - Ma ti ha dato di volta il cervello, scimunito? Certe volte lavorava a ufo, e ora chissà che diavolo lo ha preso di chiedere più di quel che non valga lui stesso; - benché egli sapesse, è vero, che Petròvič glielo avrebbe fatto anche per ottanta rubli, dove li avrebbe presi, però, questi ottanta rubli? Una metà, magari, si sarebbe potuta raccapezzare; forse anche un pochino di più: ma dove prender l'altra metà?... Ma, prima, il lettore ha da sapere da dove potesse essere presa la prima metà. Akàkij Akàkievič aveva l'abitudine di mettere da parte, dentro una cassettina chiusa a chiave, e con una fessura sul coperchio per introdurvi il denaro, un soldo per ogni rublo che spendeva. ogni sei mesi faceva la verifica delle monetine di rame che si erano  ammucchiate, e le sostituiva con pezzi d'argento di piccolo taglio. Faceva così da molto tempo, e in questo modo, dopo un certo numero di anni, si era trovato ad avere messo da parte un capitale di più di quaranta rubli. Una metà, dunque, ce l'aveva; ma dove prendere l'altra metà? Dove prendere gli altri quaranta rubli? Pensa e ripensa, Akàkij Akàkievič decise di ridurre le spese abituali, per un annetto almeno: di abolire l'uso del tè, alla sera, non accendere, alla sera, la candela e, se avesse avuto da fare, andarsene nella stanza della padrona e lavorare al lume della candela di lei; per strada, camminare con la maggior leggerezza possibile, e la maggior cautela, sopra le lastre e i ciottoli, quasi in punta di piedi, per non consumare troppo presto le suole; dare la biancheria alla lavandaia quanto più possibilmente di rado e, per non consumarla, ogni volta, tornato a casa, levarsela di dosso, e restare solo in veste da camera: una vestaglia di    




[1] Dalla servitù della gleba



 

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