3 novembre 2010

Quando le donne facevano la calza…




Quante volte alle donne non è capitato di sentirsi dire dagli uomini in tono assolutamente sbrigativo, che non ammette repliche, “…ma vai a fare la calza”?
Sembra paradossale, ma a noi donne cutresi questo modo di dire, per altre offensivo della dignità femminile, non appare tale e suscita solo una risata. E un ricordo.

Fino a non molto tempo fa, a Cutro le donne di una certa età veramente facevano la calza.
Tra le tante faccende da sbrigare per mandare avanti il menage familiare, c’era anche questa occupazione. Vista come un modo per impiegare il tempo – nessun momento della giornata doveva restare inutilizzato – consentiva di svolgere un lavoro utile per l’economia familiare e, nello stesso tempo, permetteva di fare quattro chiacchiere con le vicine di case, le sorelle, le cognate…

Era un modo di svagarsi senza sprecare tempo. Gli scrupoli, se mai arrivavano, non avevano motivo di esistere.
Mi pare di vedere ancora quelle donne sedute davanti all’uscio delle loro case nella bella stagione; accanto al braciere o al focolare nelle giornate fredde d’inverno. Quando ancora l’inverno, nel corteo delle stagioni, poteva dirsi tale.

Sembrava, allora, di assistere ad un magico gioco di prestidigitazione.
Le donne lavoravano la lana contemporaneamente con quattro ferri sottili.
Ne usavano due alla volta, riprendendo alternativamente quelli che avevano lasciato fermi ad aspettare di essere messi in opera.
Le donne imprimevano un movimento celere e spedito alle dita, che, animate e indipendenti, spesso, andavano avanti da sole, quasi automaticamente.

Era stupefacente, per chi stava a guardare, scoprire che le donne il più delle volte non tenevano fissi gli occhi sul lavoro, ma riuscivano a guardare anche quanto accadeva attorno a loro.
Soprattutto a controllare i figli ancora piccoli, per evitare che si facessero male, ruzzando nei loro giochi.

Il lavoro si faceva difficile e non ammetteva distrazione, pena il doverlo disfare, quando si arrivava alla punta, che concludeva l’opera iniziata.
Dalla mani fatate delle nostre donne venivano fuori calzini e calzettoni di tanti colori e di tutte misure.
Ce n’era per tutti: mariti, figli, nipotini…
Quando la lana grossa e ruvida – non è facile dimenticare quanto pizzicava sulla carne – dopo i frequenti lavaggi diventava infeltrita, si riutilizzava ancora.

Vigeva la regola che niente andasse sprecato o buttato via.
Inconcepibile per quei tempi l’attuale consuetudine dell’ “usa e getta”.
La lana, recuperata disfacendo i lavori sciupati, si avvolgeva attorno al matassaio bagnata e tesa, in modo da riprendere tono e morbidezza.
Lasciata in posa, avveniva il prodigio della rinascita.
La stessa lana veniva riutilizzata come nuova per altre volte. Tante quant’era possibile.

Le bardasce, giovani ragazze in età da marito, dopo la scuola elementare non proseguivano gli studi.
Purtroppo, la consuetudine di far studiare i figli è prevalsa tardi nel nostro Meridione, dove occorrevano braccia da lavoro.
Le fanciulle erano le prime ad essere sacrificate da questa regola invalsa nel nostro paese.
Si dedicavano, allora, alla cura del proprio corredo da sposa.
Andavano a scuola di ricamo dalle suore francescane, che tenevano veri e propri laboratori di lavoro.

S’insegnava a ricamare risvolti di lenzuola, federe, tovaglie da tavola, asciugamani con festoni di mille colori: farfalle posate su fiori in boccio, voli di rondini, nodi d’amore, iniziali intrecciate.
E il pensiero correva al domani. All’uomo ancora sconosciuto e atteso, che avrebbe condiviso con loro quella biancheria preziosa …e tutta la vita.

Ecco, in questo 8 marzo può essere questo un modo per festeggiare la donna. Ricordando la vita semplice e serena, pur tra immancabili difficoltà e disagi, delle donne che ci hanno preceduto, facendo da apripista alle cutresi di oggi: donne per la maggior parte acculturate e impegnate in vari settori della società.
Ruoli un tempo impensabili per tante di noi…
Ma – non è disfattismo, né vittimismo – a quante di noi non è capitato almeno una volta, specie in certi momenti di malinconia, di chiedersi se il gioco valga la candela?

Sono pensieri balzani, che fortunatamente, come sono venuti, fuggono con la velocità di un baleno.
E si torna subito e ancora sulla breccia, a svolgere le proprie mansioni con la dignità, l’orgoglio, il rispetto di sé e degli altri, l’amore di sempre.
Donne libere di volare alto. Donne imprendibili. Come le nuvole di primavera.

Rita Lia

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Questo articolo è stato tratto dal giornale "Il Crotonese" dell'8.3.2007

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