16 marzo 2017

DIALOGO DELLA MODA E DELLA MORTE (di G. Leopardi) - Testo e critica


Tutto è Vanità - C. Allan Gilbert (Stati Uniti, 1873-1929)
La Morte e la Moda in un superbo gioco degli specchi
sui luoghi comuni della conservazione della bellezza femminile.


E' noto il pessimismo di Leopardi, che sente con sgomento la seduzione che il pensiero subisce da parte delle illusioni della vita che sempre più progredisce (ma forse sarebbe meglio dire va avanti), ma non in umanità . Egli guarda con sfiducia ai tempi moderni ed all'inizio di quella che poi diventerà la società dei consumi e della produzione industriale. Leopardi però poneva anche, con questo Dialogo, il principio del'immortalità della moda non soggetta al tempo.

La Moda (qui presentata come sorella della Morte) è una delle risultanti della rivoluzione dei costumi della società di massa, ed essa - è detto da Leopardi - è una entità astratta come la Morte; entrambe rappresentano bene il concetto di Caducità. La Moda muta le cose, le fogge del vestire, crea nuovi motivi  per raggiungere il piacere. La Morte cancella gli uomini nella loro totalità. 

Credo che non solo quello che diceva Leopardi sia del tutto valido oggi (anche a distanza di oltre centocinquanta anni) ma anzi, se possibile, ancor più valido in quanto la morte di cui parlava Leopardi era una moda aristocratica, alla quale mancava il contesto di un villaggio globale, riferendosi solo ad un certo numero di privilegiati. Oggi la moda la fa la strada, non solo lo stilista. Esistono infinite mode che spesso sono l'una il contrario dell'altra. Fatto estremamente positivo sotto il profilo filosofico in quanto viene a mancare alla moda uno dei requisiti tradizionali più ovvi e banali, quello di garantire e rassicurare, di dare certezze. Oggi non è più così, con il risultato che il mondo della moda è molto più democratico e divertente. 

La moda impera in modo così assoluto da far accettare sofferenze fisiche pur di obbedire ai suoi dettami, talvolta e anzi spesso senza alcun effetto di abbellimento della persona. Questo è evidentemente sempre accaduto. Leopardi immagina nel Dialogo che la Moda, rivolgendosi alla Morte, le dice, confrontando le rispettive capacità distruttive: "Io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v'improntino per bellezza [...] storpiare la gente colle calzature snelle; chiudere il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l'amore che mi portano." Nonostante appunto la perennità del fenomeno, l'operetta rimane attuale. La moda che si è affermata, in alcune classi sociali, dall'inizio del ventunesimo secolo è caraterizzata non solo dal cattivo gusto e dall'abbandono delle convenzioni più diffuse in precedenza su quello che era lecito portare per lo meno fuori casa, ma anche dalla diffusione di cose che sembrano fatte apposta per far soffrire la gente senza donare ai più (ad esempio: l'ombelico prima e ora praticamente l'inquine esposto tutto l'anno, anche con temperature fredde; gli stivali in tutte le forme portati anche in giornate estive; le scarpe da donna più strette che mai con tacchi e punte inverosimili; gli infradito forse comodi ma fonte secondo gli esperti di infiniti problemi, dalla tendine ed altro; il tanga che mi sembra la negazione della comodità). Di fronte a queste mode, la mia perplessità è diversa da quella espressa da Leopardi nei confronti di quella della sua epoca, sentita allora - dal poeta - come negazione della natura e della vita. La moda di questi tempi proclama a gran voce la deformalizzazione, l'abbandono appunto dei codici di abbigliamento per cui una volta ci si vestiva diversamente per andare in luoghi diversi (spiaggia, a scuola, in discoteca, in chiesa o in tribunale), mentre ora non esistono - se non in rari casi di codici di comportamento "imposti"- più look "proibiti". Anche qui tutti i luoghi sembrano globalizzati, un crogiolo di "stili" irriconoscibili, dove si tende a perdere (o forse si è persa?) il senso originario del termine moda.  Vi è una semplificazione degli stili nella percezione della "modernità" che contraddistingue l'abitante medio delle metropoli contemporanee (nei piccoli paesi, lontani da centri urbani, ancora questa semplificazione non è giunta)     

Le Operette morali sono una raccolta di ventiquattro componimenti in prosa, divise tra dialoghi e novelle dallo stile ironico, scritte tra il 1824 ed il 1832 dal poeta Giacomo Leoprardi. Sono state pubblicate, in forma completa, a Napoli nel 1835. Il titolo lega insieme i due aspetti principali dell'opera leopardiana: il carattere satirico e il fine morale. Operette è un diminutivo di umiltà: si tratta di componimenti brevi, considerati piccoli in mole e valore dall'autore. Da questa edizione comincia la storia della critica e la storia della censura, l'una e l'altra peraltro intrecciate. L'editore Stella (edizione del 1826) s'era preoccupato di mandare all'autore un parere del Tommaseo (noto linguista italiano): "... mi parve il libro meglio scritto del secolo nostro; ma i principii, tutti negativi, non fondati a ragione, ma solo a qualche osservazione parziale, diffondono e nelle immagini e nello stile una freddezza che fa ribrezzo, una desolante amarezza" (lettera di A. F. Stella del 1° agosto 1827). Le Operette morali furono messe all'Indice dei libri proibiti nel 1850, su relazione di padre Gavino Secchi-Murro, con la formula donec expurgantur. La relazione , pur riconoscendo la probità della vita dell'autore, lamentava l'assenza di "verità religiose", un'assenza che non implicava ostilità verso di esse; ma soprattutto addebitava a Leopardi "la infelice presunzione di tutta rintracciare la causa delle umane miserie entro i confini della creata natura, che, rendendo vani tutti gli sforzi del suo benché smisurato intelletto, fu in più modi apostrofata da lui, sempre però fraintesa e scambiata coll'increato suo autore" (documento riportato ne "La Civiltà cattolica", III vol., 1898, pp. 21-37). Davanti alla censura ecclesiastica, come non ricordare un passo di una lettera di Leopardi da Bologna?: "Io, caro amico, ho un grandissimo vizio, ed è che non domando licenza ai Frati quando penso né quando scrivo, e da questo viene che quando poi voglio stampare, i Frati non mi danno licenza di farlo" (a. P. Brighenti, 3 aprile 1824).   



Il Dialogo della Moda e della Morte è il terzo componimento, ed è stato scritto a Recanati tra il 15 e il 18 febbraio 1824. E' una delle più famose Operette morali.


3 - DIALOGO DELLA MODA E DELLA MORTE

Moda - Madama Morte, madama Morte.
Morte - Aspetta che sia l'ora, e verrò senza che tu mi chiami.
Moda - Madama Morte.
Morte - Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai.
Moda - Come se io non fossi immortale.
Morte - Immortale? Passato è già più che 'Imillesim'anno che sono finiti i tempi degl'immortali. 
Moda - Anche Madama petrarcheggia come fosse un lirico italiano del cinque o dell'ottocento?
Morte - Ho care le rime del Petrarca, perché vi trovo il mio Trionfo, e perché parlano di me quasi da per tutto. Ma in somma levamiti d'attorno.
Moda - Via, per l'amore che tu porti ai sette vizi capitali, fermati tanto o quanto, e guardami.
Morte - Ti guardo.
Moda - Non mi conosci?
Morte - Dovresti sapere che ho mala vista, e che non posso usare occhiali, perché gl'Inglesi non ne fanno che mi valgano, e quando ne facessero, io non avrei dove me gl'incavalcassi.
Moda - Io sono la Moda, tua sorella.
Morte - Mia sorella?
Moda - Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate nella Caducità? 
Morte - Che m'ho a ricordare io che sono nemica capitale della memoria.
Moda - Ma io me ne ricordo bene; e so, che l'una e l'altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vadi a questo effetto per una strada e io per un'altra.
Morte - In caso che tu non parli col tuo pensiero o con persona che tu abbi dentro alla strozza, alza più la voce e scolpisci meglio le parole; che se mi vai borbottando tra' denti con quella vocina da ragnatelo, io t'intenderò domani, perché l'udito, se non sai, non mi serve meglio che la vista.
Moda - Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiamo fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v'improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature ed altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiudere il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l'amore che mi portano. Io non vo' dire nulla dei mali di capo, delle infreddure, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno. 
Morte - In conclusione io ti credo che mi sii sorella e, se tu vuoi, l'ho per più certo della morte, senza che tu me ne cavi la fede del parocchiano. 'Ma stando così ferma, io svengo; e però, se ti dà l'animo di corrermi allato, fa di non vi crepare, perch'io fuggo assai, e correndo mi potrai dire il tuo bisogno; se no, a contemplazione della parentela, ti prometto, quando io muoia, di lasciarti tutta la mia roba, e rimanti col buon anno.
Moda - Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due si vincesse la prova, perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare in un luogo, se tu ne svieni, io me ne struggo. Sicché ripigliamo a correre, e correndo, come tu dici, parleremo dei casi nostri.
Morte - Sia con buon'ora. Dunque poiché tu sei nata dal corpo di mia madre, saria conveniente che tu mi giovassi in qualche modo a fare le mie faccende.
Moda - Io l'ho fatto già per l'addietro più che non pensi. Primieramente io che annullo o stravolgo per lo continuo tutte le altre usanze, non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che ella dura universalmente insino a oggi dal principio del mondo.
Morte - Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!
Moda - Come non ho pouto? Tu mostri di non conoscere la potenza della moda.
Morte - Ben bene: di cotesto saremo a tempo a discorrere quando sarà venuta l'usanza che non si muoia. Ma in questo mezzo io vorrei che tu da buona sorella m'aiutassi a ottenere il contrario più facilmente e più presto che non ho fatto finora.
Moda - Già ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti fanno molto profitto. Ma elle sono baie per comparazione a queste che io ti vo' dire. A poco per volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerevoli che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, cos' per rispetto del corpo come dell'animo, e piùmorta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte. E quando che anticamente tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttono; adesso hai terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co' loro piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorché tu non li abbi mietute, anzi subito che elle nascono. Di più, dove per l'addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendosi alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza. Finalmente perch'io vedeva che molti si erano vantati di volersi fare immortali, cioè non morire interi, perché una buona parte di sé non ti sarebbe capitata sotto le mani, io quantunque sapessi che queste erano ciance, e che quando costoro o altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero dell'umidità della sepoltura; a ogni modo intendendo che questo negozio degl'immortali ti scottava, perché parea che ti scemasse l'onore e la riputazione, ho levata via quest'usanza di cercare l'immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta sotterra tutto quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische. Queste cose, che non sono poche né piccole, io mi trovo aver fatto finora per amor tuo, volendo accrescere il tuo stato nella terra, com'è seguito. E per quest'effetto sono disposta a far ogni giorno altrettanto e più; colla quale intenzione ti sono andata cercando; e mi pare a proposito che noi per l'avanti non ci partiamo dal fianco l'una dell'altra, perché stando sempre in compagnia, potremo consultare insieme secondo i casi, e prendere migliori partiti che altrimenti, come anche mandarli meglio ad esecuzione. 
Morte - Tu dici il vero, e così voglio che facciamo.                              
    
    
Rames Gaiba
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