20 dicembre 2013

LE PENE DEL FILO D'ORO (di Chiara Frugoni)


Dal libro "Da stelle a stelle - Memorie di un paese contadino" di Chiara Frugoni [1] Editore Laterza (2003)ho tratto (pagg. 120-127) questo bel brano che ben descrive il lungo lavoro faticoso della bachicoltura, e le difficili e povere condizioni in cui questa era vissuta in Italia.

Mi piace raccomandare, ai lettori di questo racconto, la lettura della nota n° 3 che è il testo posto sul retro delle sei figurine della Liebig: è una piccola lezione "didattica", come si spiegherebbe a studenti di scuola elementari, che io trovo graziosa (pur nella retorica tipica di quel periodo storico in cui le figurine furono stampate) ed efficace, nelle nozioni di base che fornisce (ovviamente descrive il processo di lavorazione come avveniva in quel periodo).

Buona lettura!   






Soldo, il protagonista di questo libro, è un paese a mezza costa sulla collina che guarda il lago d'Iseo, [2] rimasto immobile fino agli anni Cinquanta, quando il benessere ha cancellato la sua vocazione agricola, ha mutato le case, il paesaggio, la mentalità.  


Le pene del filo d'oro 


Il primo raccolto in assoluto, prima ancora dell'orzo e del frumento, non veniva dai campi. Era quello dei bozzoli da seta ai primi di giugno. L'allevamento cadeva in un periodo di grande lavoro e lo aumentava notevolmente. Nei campi bisognava tagliare l'erba e badare alla vite; i filari andavan zappati, sarchiati, ripuliti dalle erbacce, i grappoli irrorati di solfato di rame.
Si iniziava preparando e pulendo il locale che avrebbe ospitato i bachi: doveva essere il più possibile lindo e caldo, liberato da afidi, pidocchi, formiche.

Il «seme» dei bachi veniva acquistato, dividendo la spesa a metà fra padrone e mezzadro, presso una ditta di Marone al di là del lago d'Iseo. Era pesato ad once come l'olio di ricino in farmacia (un'oncia sono circa trenta grammi); anche un quarto di oncia poteva bastare.

All'inizio i bachi erano molto piccoli e neri: sembravano formichine. Crescendo avrebbero cambiato colore, diventando prima verdi e verso la fine, quando erano grossi come un mignolo, gialli e traslucidi. Si nutrivano incessantemente, di giorno e di notte, e soltanto di foglie di gelso, aumentando a vista d'occhio. Da principio bisognava scendere fino a Riva dove c'erano i gelsi selvatici con le foglie più tenere, staccarne sacchi e sacchi e poi tagliuzzarle una per una, fini come un capello; andavano preparate anche per la notte, somministrate almeno due o tre volte. In seguito tutte le foglie di gelso andavano bene; comunque, anche quando i bachi erano cresciuti, occorreva portare sempre di nuove senza sosta, togliendo da ciascuna le nervature. 

Nei campi di Solto, specie quelli a mattino, i gelsi erano disseminati un po' dappertutto, a filari negli appezzamenti più grandi. Rustici e resistenti, potevano avere anche cent'anni; i primi erano stati piantati nell'Ottocento, quando era iniziato l'allevamento del baco da seta.
Donne e uomini si avviavano di buon mattino con il «pelaröl», un sacco tenuto aperto da un cerchio di legno, in modo che il sacco, appeso al ramo, lasciasse le mani libere per strappare velocemente le foglie. Se i rami erano troppo lunghi e difficili da raggiungere venivano potati e se ne ricavavano pali per la vite, per sorreggere i tralci e per rinforzare piccoli tronchi di alberi da fruta; il resto diventava legna da ardere, quella fine per accendere il fuoco, quella più grossa per riscaldarsi durante l'inverno e cuocere le vivande. Un gelso robusto e rigoglioso era un albero molto alto, con una chioma compatta che offriva un rifugio ombroso nelle calde estati; i frutti dolciastri, in mancanza di altro, completavano il pranzo in cascina. Erano mangiati molto volentieri anche dai polli che d'estate razzolavano liberamente nei campi, tanto da non avere quasi bisogno d'altro.

I bachi venivano posti su lettiere di foglie stese sulle «scalere», tavole di canne intrecciate messe a castello (un'oncia di seme bastava per sei o sette «scalere»), in una stanza dove il fuoco doveva stare sempre acceso; spesso era la cucina ad essere rivoluzionata dall'invasione dei bachi. Avevano più caldo i bachi a maggio degli uomini in tutto l'inverno! I mezzadri erano obbligati dai padroni a tenere i bachi; i padroni, mettevano a disposizione le foglie del gelso, i contadini, la fatica; alla fine il ricavato era diviso a metà.

Lettiere o "graticci" dove venivano posti i bachi da seta


Il lavoro dei bozzoli o «galète», come si diceva, durava per tutto il mese di maggio e l'inizio di giugno ed era tremendo: coinvolgeva soprattutto le donne, che non avevano più pace. Oltre a fornire la foglia di continuo - facendo bene attenzione che fosse asciuttissima - dovevano quotidianamente pulire le lettiere e togliere i bachi ammalati o morti, per evitare il contagio.
Nella loro breve vita i bachi cambiano pelle quattro volte. Alla quarta muta, che coincide con la stadio finale della crescita, quando diventano translucidi, sono presia dalla «füria», una fame parossistica. Le foglie non bastono mai e i bachi, se ne rimangono sprovvisti, si dondolano continuamente a sinistra e a destra come cavallerizzi, tenendosi eretti per metà del corpo alla ricerca disperata di verde. Per questo venivano definiti «caaler de la quarta» (cavalieri della quarta muta). «Caaler de la quarta» erano scherzosamente chiamati anche gli adolescenti insaziabili.

Alla quarta muta la voracità dei bachi era tale che il rumore delle foglie triturate diventava molto forte; donne e uomini di casa si davano da fare foraggiandoli anche di notte, stando attenti a non lasciare appassire le foglie. Negli ultimi giorni i bachi si presentavano grossi, quasi gialli, e ormai maturi per «andare al bosco»: era il momento di avere pronte le frasche perché i bachi avevano bisogno di sostegni per tessere il bozzolo giallino, dentro il quale scomparivano rapidamente. Si procedeva allora al raccolto delle «galète», staccandole dalle frasche e liberandole dalla «baèla», il filo di seta scadente che le teneva legate ai rametti; messo da parte, sarebbe stato filato a mano, nelle stalle.

La crisalide, se lasciata al suo ciclo naturale, divenuta farfalla avrebbe lasciato il bozzolo, bucandolo e spezzettando tutto il filo, per deporre di lì a poco le uova e morire. Per avere invece il filo continuo bisognava perciò bloccare il processo vitale, fare morire la crisalide. A questo provvedevano i forni dell'essicatoio: ce n'era uno verso Riva, proprio dove in tempi più recenti c'era la «fabbrica» dei pulcini, poi chiusa.

Le «galète» servivano per diminuire il debito dal fornaio e calmare i padroni che reclamavano gli affitti, perché erano vendute alle filande sparse a Riva e a Solto: rimanevano in funzione da maggio a ottobre e permettevano alle famiglie un altro introito, occupando soprattutto le giovani donne e le ragazzine.

Le famiglie, strette dalla povertà, non esitavano a mandare anche le bambine: già a nove anni potevano essere in filanda; la maggior parte cominciava a undici. Molte piccole lavoranti erano denutrite, magrissime e malate di tubercolosi. Il Comune dava il permesso con un «libretto» e non aveva certo criteri restrittivi: in teoria era proibito lavorare se non si avevano almeno undici anni e si sarebbe dovuto badare anche alle condizioni fisiche.

Sempre in teoria, il filandiere avrebbe dovuto pagare i contributi, «mettere le marchette». Ma si dimenticava. Parevano dimenticarsene anche le operaie - la domanda di lavoro superava l'offerta e la concorrenza toglieva la memoria - salvo sporadici soprassalti, quando anche la paga arrivava in ritardo: allora succedevano brevi tumulti. Qualche ragazza si trovava «a casa» e quel licenziamento insegnava alle altre a stare zitte. La coscienza dei propri diritti non faceva a tempo a consolidarsi, come la prima neve che si scioglie appena ha toccato la terra: infatti il lavoro in filanda finiva di solito col matrimonio e le ragazze si sposavano molto giovani.

A Solto funzionavano almeno cinque filande: quella al Castello fino a poco tempo fa mostrava ancora intatta la caratteristica architettura: un unico stanzone allungato, ad archi, completamente aperto, per permettere al vapore e ai fumi esalati dai fuochi delle stufe di fuoruscire; il necessario ricambio dell'aria portava con sé il freddo e le correnti dell'esterno.



Le lavoranti non erano per nulla protette dall'acqua bollente in cui erano costrette a immergere le mani, che poteva traboccare e scottare i piedi infilatinegli zoccoli; non erano per nulla protette dagli sbalzi di temperatura, dato che non c'erano vetri. La stufa, parte in ferro e parte in mattoni aveva come piano di lavoro il fornello dove stava immerso un catino profondo circa quaranta centimetri, di ferro o di rame, pieno di acqua bollente che serviva per ammorbidire i bozzoli in modo che il legante si sciogliesse facendo srotolare il filo. L'operaia doveva essere svelta ad afferrare il bandolo e ad allacciare il filo ad altri fili, avvolgendoli all'aspo, l'avvolgi-matassa che aveva sopra di sé e che girava veloce, azionato da altrei macchinari.

Il riscaldamento dell'acqua avveniva direttamente in ciascuna stufa: un metodo che faceva consumare molta legna. Le filande più organizzate avevano una persona che badava al fuoco, mentre in altre l'operaia addetta alla filatura doveva sorvegliare anche la fiamma. Le giornate erano interminabili: occorreva sopportare per dieci ore e più i vapori nauseabondi delle crisalidi che cuocevano all'interno del bozzolo fino a galleggiare quando il filo era tutto svolto. Periodicamente, con un mestolo piatto e forato, le crisalidi venivano tolte e sostituite da altri bozzoli. A rendere il lavoro più difficile contribuiva la cattiva combustione della legna: l'aria si riempiva di fumo e si faticava a tenere il fuoco acceso.

La filanda più grande era in Solto basso, rimasta attiva dal '30 fino oltre la fine dell'ultima guerra e occupava da cinquanta a cento operaie, oltre il macchinista che doveva mantenere in funzione ed efficenti gli impianti. In questa filanda, decisamente più moderna, la caldaia era invece centralizzata e portava l'acqua calda attraverso i tubi direttamente alle singole postazioni delle operaie. La filanda richiede molta acqua ma in paese non c'era; occorreva trasportarla nelle botti, sul carretto. Finché nella proprietà dei filandieri di Solto basso non fu scavato un pozzo artesiano molto profondo, tre o quattro uomini, con i loro asini e carretti, facevano ogni giorno la spola con il lago di Gaiano.


L'allevamento del baco da seta
Serie di sei figurine Liebig - catalogo Sanguinetti n° 1370 - anno 1938
(da destra a sinistra, in senso antiorario) [3]

La filanda apriva alle sei e mezzo del mattino, con il fischio della sirena, perché bisognava dare tempo alle lavoranti di andare a «messaprima». Nello stanzone l'acqua bollente era pronta in due file di recipienti di rame, catini profondi e vaschette larghe e basse. Alla prima fila lavoravano le «scoarine» (le piccole scopettaie): buttavano e toglievano velocemente e senza distrarsi i bozzoli nell'acqua con il mestolo forato. quando il calore cominciava a disfare i bozzoli, le «scoarine» li gettavano nella bacinella di fronte, dell'altra fila, dove la «tacarina», mettendo le mani nell'acqua bollente, afferrava rapidamente il bandolo. Era un filo esilissimo, lungo seicento metri, che andava unito a tanti altri prima di potere formare il filo di seta della matassa, di un colore dorato intenso. Questo filo, attraverso un congegno apposito, giungeva in un'altra stanza: qui una decina di donne più anziane controllava che non ci fossero impurità o nodi e preparava le balle di matasse da un quintale che, in casse, venivano spedite e vendute a Milano.


La seta
Foglio 12 Figurine n° 24 - Inserto "Corriere dei Piccoli"
Ed. Corriere della Sera (1969?)


L'ambiente era umido e malsano; l'odore delle crisalidi morte si spargeva per tutta la contrada: quando l'acqua veniva rinnovata e la vecchia invadeva le cunette delle strade, il fetore dei rigagnoli scuri sembrava non finisse mai. Il puzzo si appiccicava agli abiti che non si potevano cambiare, perché le operaie ne avevano ben pochi a disposizione. Lavoravano  ininterrottamente, salvo un breve spuntino, dieci ore; alle spalle le sorveglianti urlavano se il filo si rompeva, se il ritmo rallentava. Il peggio era però il dolore alle dita: la pelle si cuoceva per le mani sempre nell'acqua bollente.

L'uscita, al fischio della sirena, era però festosa: le più grandi vedevano fermi, un po' lontano, i giovanotti che le seguivano a distanza, fino a casa. Alcune avrebbero trovato il modo di fare loro varcare la porta con la richiesta ufficiale. Da quel momento «parlavano insieme», erano cioè fidanzati. Una breve stagione di confuse gioie, di attese, prima che la giovinezza finisse di colpo con le nozze.


Chiara Frugoni


        
[1] Chiara Frugoni (Pisa, 4 febbraio 1940) è una storica medievista italiana.  
[2] Solto Collina è un comune dell'Alto Sebino della provincia di Bergamo.
[3] Descrizione figurine (posta sul retro delle stesse) - 1. bigattiera. L'alimento naturale del baco da seta (Bombyx mori) è la foglia del gelso, la cui coltura è quindi essenziale per portare a termine un allevamento in buone condizioni. Allevamento che, in Italia, costituisce generalmente un'industria familiare accessoria per i rurali, ma di importanza grandissima per l'economia nazionale. - La casa colonica riprodotta sul fondo della vignetta è tipicamente italiana e la cosiddetta «bigattiera» (dialetto milanese: «bigatt»  baco, da cui i termini italiani bigattiera e bigattino per indicare il locale per l'allevamento e la persona che vi era adetta) è adibita all'allevamento. I gelsi, a tronco, sono piantati a filare, tra le varie colture, o sul margine dei campi, ma nelle provincie ad agricoltura progredita, si tende a sostituire, in tutto o in parte, l'antico sistema di coltivazione a filari con gelseti specializzati e siepi di gelsi. - In primo piano, invece, è riprodotto un istituto di bachicoltura modernamente attrezzato e organizzato per lo sfruttamento industriale. Sul davanti, una coltura di speciali gelsi ad arbusto le cui foglie, particolarmente curate, sono destinate all'alimentazione dei bachi da seta che si trovano nell'interno della casetta. Sotto l'adiacente tettoia vengono asciugate le foglie umide per la pioggia o per la rugiada perchè l'alimento non perfettamente asciutto riuscirebbe nocivo agli animaletti. L'istituto è provvisto di riscaldamento per le notti fredde, perchè gli scarti troppo bruschi di temperatura ucciderebbero i bachi. Ecco il motivo per il quale questi delicati insetti vengono sempre allevati in locali chiusi e ben riparati. 2. Una camera di allevamento. Ecco una camera di allevamento, bene areata e temperata, dove i bachi ricevono tre volte al giorno l'alimento fresco ed asciutto. Sul piano in alto sono collocati dei fogli di cartone rugoso, piegati a fisarmonica, nei cui incavi i bachi possono agevolmente filare i loro bozzoli. Sul davanti, su di un angolo del tavolo, si vede un foglio di carta con delle uova, comunemente chiamati «semi». Queste uova, deposte l'anno precedente da una farfalla all'uscita dal bozzolo, saranno messe in primavera (epoca della germinazione delle foglie) nell'incubatrice riprodotta in fondo alla vignetta. Si schiuderanno dopo circa due settimane, con una temperatura che sale, gradatamente, da 18° a 25° C., in atmosfera umida. - L'origine dell'allevamento del baco da seta si perde nella leggenda. Tuttavia, secondo uno storico cinese, già nel 2900 a.C. la seta era conosciuta in Cina da dove, progressivamente, si sparse in Giappone, in India, nell'Asia centrale per giungere, infine, a Bisanzio, nel 551 d.C., portata all'imperatore Giustiniano da due monaci reduci dalla Cina. Da Costantinopoli si diffuse nella Grecia e quindi in Italia (12° secolo), poi a Firenze, Milano, Genova e Venezia. In Francia la sericoltura non si sviluppò che nel 17° secolo. Ai nostri giorni, grazie ai moderni procedimenti scientifici, questa industria si è diffusa anche in Germania, in Ungheria, ecc. - Dopo il Giappone, e all'infuori della Cina la cui produzione, certo ingentissima, è tuttavia ignota, l'Italia è oggi il paese che produce maggiore quantità di bozzoli, soprattutto delle qualità pregiate. 3. L'alimentazione dei bachi. Questa vignetta presenta tre fasi dell'evoluzione dei bachi da seta. Al basso le uova maturate nell'incubatrice e qui molto ingrandite. L'unità di misura del seme-bachi è l'oncia di 30 grammi. In un'oncia si contano da 30 a 40.000 uova per cui un grammo produce circa 1000 larve che, prima di filare il bozzolo, divoreranno 30 chili di foglie. Quando le uova si schiudono, i bacolini sono scuri, con peli lunghi circa 3 millimetri e del peso inferiore al mezzo milligrammo. Essi mangiano le fogliuzze disposte in ordini successivi per agevolare lo scarto dei rifiuti. Dopo qualche giorno il sistema cambia. Quando un letto di foglie è quasi interamente consumato, si copre tutto, verdura e bruchi, di carta bucata (vedi metà superiore della vignetta) ricoperta da uno strato di nutrimento fresco per attirare i bruchi che, attraverso i fori, salgono ad occupare il nuovo letto permettendo la rimozione di quello inferiore. L'alimentazione procede per 5-6 settimane con 4 interruzioni di 24 ore chiamate «dormite». Ad ogni interruzione, cioè ad ogni «muta», il baco resta immobile, aggrappato al sostegno con le pseudozampe addominali, torace e capo sollevati. Il fenomeno che più colpisce ad ogni «muta» è il cambiamento della pelle. Cadendo il rivestimento esterno del capo, dall'aperura esce il baco che abbandona dietro a sè la vecchia spoglia. La larva allo stato adulto raggiunge i 9 centimetri e supera i 4 grammi. trenta volte più lunga e 9000 volte più pesante dalla nascita! 4. Da bruco a bozzoloDopo la quarta «muta» i bruchi, che devono costituirsi il materiale da filare, sono presi, per circa 8 giorni, da una vera febbre divoratrice, e in questo periodo di «supernutrizione» l'allevatore stenta talvolta a procurare loro cibo sufficiente. Al termine della vita larvale il baco si prepara a tessere il bozzolo; si dice allora che è maturo perchè il corpo è traslucido come un frutto maturo e le sue ghiandole sono piene di un liquido che, a contatto dell'aria, si solidifica diventanto il filo di seta. All'immobilità della vita larvale succede un fervore di movimento. Il baco si sposta, dimena il capo da destra a sinistra in cerca dell'appiglio su cui fissare il filo di seta per il sostegno del bozzolo. Appiglio qui costituito dagli incavi del cartone piegato a fisarmonica ma che, specialmente negli allevamenti rurali, è formato fa fascelli di erica o da altri ramoscelli secchi convenientemente disposti e chiamati «boschi». Nell'interno del bozzolo il baco si trasforma in crisalide e dopo qualche settimana in farfalla che uscirà dalla prigione per deporre le uova se l'allevatore troverà conveniente di permetterglielo. In genere però, perchè il filo rimanga intatto, i bozzoli sono staccati per tempo e sottoposti ad un'alta temperatura che, senza deteriorare la seta, uccide la crisalide nel suo involucro. Neccessità industriali esigono che le uova si schiudano contemporaneamente e perciò i bruchi vengono allevati col medesimo regime di nutrimento, calore, umidità. Ecco perchè l'industria moderna si avvale di installazioni scientifiche organizzate. 5. Bozzoli e farfalleIl baco da seta è un insetto a metamorfosi completa: uova, larva, crisalide e farfalla che ha il solo compito di deporre le uova. Gli individui dei due sessi, che non differiscono molto fra loro, non si nutrano e non volano, ma mentre le femmine restano quasi immobili, i maschi, più piccoli e snelli, camminano in cerca delle femmine agitando continuamente le ali. Completata, in una giornata o poco più, la deposizione delle uova (vedi vignetta) la femmina muore dopo circa una settimana. Sul lato destro è riprodotta, molto ingrandita, una testa di larva col sottile tubo dal quale uscirà il filo di seta. Al centro un bozzolo aperto mostra la crisalide vivente, cioè la metamorfosi del bruco prima di divenire farfalla, mentre nel bozzolo aperto di destra la crisalide è morta e dissecata: il bozzolo resta così intatto e il filo di seta intiero. Il foro nel lato inferiore del bozzolo di sinistra è stato prodotto, mediante un liquido alcalino, dalla farfalla in cerca di liberazione per provvedere alla conservazione della specie. I tre primi bozzoli della fila superiore sono normali, ma di grossezza e di valore diverso. L'ultimo è un bozzolo doppia, prodotto da due bruchi che hanno intrecciato i loro fili. Non si potrà più dividerlo. Un bozzolo normale dà 300-500 metri di filo, ma certe varietà arrivano anche a 1000 metri. I bozzoli si differenziano per il colore: bianco, verdastro, giallo carnicino, giallo oro, roseo, ecc. e per la forma: ovale, allungata, tondeggiante, con strozzatura mediana, ecc. 6. L'annaspamento dei bozzoli. I bozzoli vengono utilizzati in due modi: 1°) uccidendo con aria calda o con altri sistemi la crisalide o la farfalla prima che questa abbia forato e deteriorato il bozzolo, ottenendo, con un filo ininterrotto di parecchie centinaia di metri, la cosiddetta «seta reale»; 2°) lasciando uscire la farfalla per la posa delle uova e adoperando i bozzoli deteriorati, il cui filo è stato spezzato dal foro, per la produzione della «seta pettinata». La raccolta dei bozzoli è seguita dalla cernita, per grandezza, colore, ecc. I bozzoli doppi, o forati, o deteriorati, dopo un lavaggio, sono tagliuzzati, poi pettinati per essere trasformati in nastri e seta per cucire. I bozzoli intieri e puri vengono ugualmente passati in bacinelle d'acqua calda (in basso a sinistra) per dissolverne la materia viscosa che trattiene i filamenti. Una spazzola rotativa sfrega la superficie dei bozzoli (angolo di sinistra della vignetta) permettendo così di trovare facilmente il filo principale, il filo maestro. L'annaspamento meccanico è riprodotto sul lato destro: parecchi fili vengono attorcigliati insieme per formare il grosso filo che vedete uscire dalla spirale. Ed ecco ottenuta la seta greggia bianca o gialla o dei colori dei bozzoli. Il filo grezzo così ottenuto viene nuovamente fatto essicare, come si vede a destra, in alto, per essere in seguito avvolto sui fusi, così come è raffigurato a sinistra nell'angolo superiore della vignetta.                                     

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