14 maggio 2016

La strega e me stessa (Saverio Strati)


Fra le numerose opere di questo scrittore calabrese [1]  vi è il volume "Miti, racconti e leggende", da cui ho tratto questa favola. Da bambino il nostro Autore aveva ascoltato i racconti, i miti, le leggende e li aveva registrati sul filo della memoria. Poi, fra un romanzo e l'altro, quando spontaneamente gli affioravano nella fantasia, li trascriveva accorgendosi dell'essenzialità del racconto, della freschezza della storia, capendo che la favola è poesia ed è insieme emblema dei fatti segreti della vita dell'uomo; si rendeva inoltre conto che essa è frutto della fantasia di una comunità (quella calabrese) e pertanto è un patrimonio poetico che era giusto tessere affinché quelle trame potessero incontrare l'ordito.

Qui si parla non solo di una strega ma anche del "raccontare le pene del lino", una leggenda antica... quanto l'uomo forse. Ad ogni stagione si ripete, immutata, inavvertita soltanto per la nostra indifferente abitudine. Il lino, un germoglio tenero, appena tinto di verde come i tanti della primavera. Poi uno stelo sottile e il minuscolo fiore. Il fiore del lino. Infine la maturità, nel pieno dell'estate e con la maturità il distacco. La storia continua, si evolve. Dalla terra a quel tessuto così luminoso, così nobile, così naturalmente bello, e per questo apprezzato da millenni. Di lino. 

Buona lettura!


campo di lino



La strega e me stessa


Nei tempi molto antichi, c'erano le streghe che di solito vivevano nei valloni dei pressi del paese. Appena calava la notte, esse andavano in cerca di cristiani da stregare. Una sera, una strega, mentre passava vicino a casa, sentì che due comari facevano questo discorso:
"Cosicché domani mattina chiamatemi presto, comare, diceva l'una all'altra."
"Sì, comare. Vi chiamerò verso le quattro. Così potremo lavare i panni prima che il sole sia troppo forte."
La strega, sentite queste parole, si disse che aveva buona caccia da fare quella notte. Verso l'una infatti andò a chiamare la comare che aveva parlato per prima. Questa si alzò, si mise la cesta con i panni in testa e uscì.
"Andiamo, comare!" le disse la strega che sapeva far la voce precisa dell'altra comare.
S'incamminarono.
Anche la strega, si capisce, aveva la cesta piena di panni sporchi in testa.
La notte era limpida e la luna illuminava la terra come se ci fosse il sole.
"Portate molti panni da lavare?" domandò la donna alla strega.
"Molti, comare mia."
Non si udiva alcun rumore nella vasta campagna.
"Mi pare molto presto!" osservò a un tratto la donna che già incominciava ad aver paura. Come se il cuore gliel'avvertisse.
"No, comare mia! Fra poco sarà l'alba", disse la strega.
"Ho paura delle streghe. Dicono che laggiù al vallone ce ne sono".
"Sono dicerie, comare mia."
"Forse!" esclamò la donna. Ma i suoi occhi, senza volerlo, andarono ai piedi della finta comare.Vide che invece di piedi aveva zoccoli come gli asini. Si sentì gelare il sangue, la poveretta; si sentì sciogliere le ossa. "Gesù, Gesù!" si disse e si fece il segno della croce, per scongiurare il pericolo. Avrebbe voluto scappare, ma per andare dove, sola com'era a quell'ora di notte? Si affidò alla volontà di Dio.
Arrivarono al torrente giù al vallone e cominciarono a lavare i panni e a dire cose. La strega attaccò a parlare, a parlare, per incantare la donna; la quale fra sé pregava Dio che arrivasse presto l'alba. Giacché dopo l'alba le streghe non hanno più potere di stregare. Diceva sempre di sì e fingeva di non aver capito che la compagna era una strega. Si faceva coraggio, ma già la strega la stava addormentando, con quel suo cicalio fitto fitto che non terminava mai. Si scosse, la donna, si fece forza e si diede a parlare delle pene del lino.
"Ah, comare, a raccontare le pene del lino, canta il gallo e fa mattino!" diceva. "Bisogna zappare la terra e seminarvi il lino fitto fitto in modo che un seme tocchi l'altro seme. Il lino spunta e cresce. Ma bisogna mettere un pupazzo in mezzo, altrimenti i passeri se lo mangiano... Ah, comare, a raccontare le pene del lino, canta il gallo e fa mattino!..."
La strega sentiva che il suo potere diminuiva, a queste parole, e diceva:
"Oh, lasciate stare il vostro discorso e ascoltate me che voglio raccontarvi una storia..."
"... E poi bisogna pulire il lino dalle erbacce... Ah,comare, a raccontare delle pene del lino, canta il gallo e fa mattino!..." continuava a ripetere la donna, proprio col coraggio dei disperati.
Al ripetere: Canta il gallo e fa mattino, la strega fremeva e si sentiva diventare sempre più impotente. La donna lo capiva e a vele gonfie proseguiva:
"Cresce, il lino, e diventa verde e col fiorellino azzurro. A maggio quando c'è bel tempo, il lino ingiallisce e bisogna raccoglierlo... Ah, comare, a raccontare le pene del lino, canta il gallo e fa mattino..."
"Lasciatemi dire, fatemi raccontare qualcosa anche a me", fece la strega sempre però con voce più debole.
"Dopo che lo raccogliamo, lo stendiamo, il lino, nel campo e ve lo lasciamo per giorni e giorni al sole; poi lo mettiamo ad ammollare nell'acqua corrente, quando non c'è la luna... Ché il lino, se c'è la luna, nell'acqua si sfà... Poi lo ristendiamo al sole che lo cuoce, lo matura; e infine lo maciulliamo, lo cardiamo... Ah, comare, a raccontare le pene del lino, canta il gallo e fa mattino!..."
"Oh, sentite, comare, cosa m'è successo a me ieri..."
"... E dopo che lo cardiamo, il lino, lo filiamo e incominciamo a tessere i lenzuoli e il resto della biancheria. Tutto il corredo ci tessiamo col lino... Ah, comare, a raccontare le pene del lino, canta il gallo e fa mattino..."
Ed ecco il canto del primo gallo. La donna mandò un sospiro di sollievo. Ora che l'alba era prossima, la strega non aveva più alcun potere sulla donna.
"Ora ti aggiusto io per le feste!" si disse questa che era mezza morta per lo sforzo che aveva dovuto fare a vincere l'incantesimo. Accese il fuoco per preparare la liscivia e, quando l'acqua della caldaia cominciò a bollire, disse alla strega:
"Comare, venite a vedere se è al punto giusto per versare la cenere dentro l'acqua".
La strega che a quell'ora cominciava ad essere stolta si avvicinò alla caldaia e si curvò per guardare. La donna lesta lesta la prese dal sedere e ve la infilò dentr, dicendo:
"E se qualcuno ti chiede chi ti ha buttata dentro, digli che è stata Me Stessa. Così mi chiamo io,"
La strega urlava in modo feroce. Alle sue grida una schiera di streghe le domandarono a gran voce dall'altra parte del vallone: 
"Che ti è successo che gridi così?"
"Correte, ché Me Stessa mi sta bruciando viva"
"E se tu ti stai bruciando da te stessa perché dobbiamo venire?
"Non sono io, ma Me Stessa che mi brucia. Aiuto!"
La donna intanto scappava per la salita.
"Accorrete ad ammazzare Me Stessa!" gridava la strega già mezza morta.
"Tu sei pazza stamattina!" le dissero le compagne e non si curarono più di lei che morì di lì a poco.
La donna però ebbe una fifa che le durò per tutta la vita. Figuratevi che per otto giorni ebbe un febbrone da cavallo; e che per sempre non parlò d'altro che della strega e di Me Stessa.


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[1] Saverio Strati è uno dei grandi narratori italiani del '900. Nato a Sant'Agata del Bianco (RC) il 16 agosto 1924 è morto  a Scandicci, Firenze il 9 aprile 2014.

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