10 novembre 2012

INTERFODERE (INTERNI): cosa sono?



1. DEFINIZIONE E GENERALITA'

Si possono definire interfodere o interni tutti quei tessuti (peli cammello, crine animale, crine sintetico, tele, rasi, tessuti a maglia, trameur) o assimilabili (non tessuti, del cui gruppo fanno parte anche i feltri, agugliati, foam, ovatte ed ovattine, veli di resina o biadesivi) che vengono impiegati nella confezione di un qualsiasi capo di abbigliamento per aiutare la lavorazione industriale, la realizzazione stilistica, il mantenimento nel tempo delle caratteristiche del capo stesso. Il nome di "interni" deriva dal fatto che, salvo rare eccezioni, questi materiali non sono visibili a capo confezionato in quanto sempre racchiusi fra tessuto-tessuto o tessuto-fodera.



Gli interni assolvono le funzioni di:

1. controllo dei movimenti del tessuto esterno (nello stiro e nei lavaggi);
2. formazione di volumi o forme (colli, zone petto, spalle, ecc.);
3. sostegno dei tessuti esterni (davanti capi spalla, colli di camicie, ecc.);
4. resistenza alle deformazioni d'uso (tasche, cinture, ecc.)

Questi possono essere:

Rinforzi termoadesivi - E' ora il metodo più diffuso, nella maggioranza delle confezioni di prodotti di massa, per ragioni sia economiche che funzionali. Sul rinforzo tessile viene applicata (termoadesivazione), su una faccia, una resina termoplastica (resine per termoadesivi) che rammolisce (si scioglie), per effetto del giusto calore e con appropriata pressione di una pressa (preferibilmente) o di un ferro da stiro; la resina fluirà nel tessuto del capo finchè questo ed il rinforzo sarannno perfettamente uniti.

Rinforzi cuciti - Si impiegano su quei tessuti non idonei al trattamento di termoadesivazione, o nei casi in cui chi deve fare il capo non possiede l'attrezzatura necessaria. L'utilizzo nelle struttura tela o tessuti non tessuti è marginale.


2. Strutture

Nella fabbricazione degli interni si usano fondamentalmente:

Tela - è il tessuto più semplice come armatura, il rapporto di intreccio ha ordito e trama 1:1. La tela esalta di più lo "scatto" del tessuto, ma è (a parità di peso di filato e di materiale) più rigida di un raso.  A parte la camiceria uomo classica che usa tele in cotone (chiamate "triplure", nell'abbigliamento si usano soprattutto in poliestere o poliammide.

Raso - negli interni si usa comunemente l'armatura raso turco o raso da 4, rapporto intreccio 1:4. Il raso è più morbido della tela (sempre a parità di condizioni), più deformabile allo stiro (e quindi assume meglio le forme) e, soprattutto, facilita l'operazione di fissare la paramantura sul davanti della giacca per uomo. Nell'abbigliamento si usano prevalentemente, se non esclusivamente, in poliestere. 




Oltre a queste due armature si usano anche:

Maglia - si può definre come quel tessuto dove un unico filo, con opportune evoluzioni, si annoda con sè stesso fino a formare diverse file di catenelle che, unite, dando origine al tessuto.

Trameur - si può definire come quel tessuto in cui l'ordito lega la trama con una catenella di maglia: consiste in catene verticali di cappi con fili messi orizzontalmente e intrecciati con le catene verticali. Questa struttura, che è molto usata, dovrebbe (in teoria) dare la duttilità verticale e la resistenza orizzontale di un rinforzo tessuto, ma non sempre nella pratica ciò è vero. Sono chiamati anche "trama inserita". Le fibre usate sono poliestere o poliammide.

Non tessuti - si tratta di materiali ottenuti con un procedimento diverso dalla tessitura, privi di ordito e trama, costruiti con fibre artificiali o sintetiche(nell'abbigliamento le fibre più usate sono poliammide, poliestere o viscosa), oppure una mischia di esse. Si parte dalle fibre in fiocco, a lunghezza variabile, che vengono disposte in modo da formare un vello, che costituisce la struttura; ci sono poi dei tipi nei quali la formazione del vello si compie da bava continua (spun-bonded). Il vello una volta prodotto non ha sufficienti proprietà meccaniche per restare unito, e quindi occorre legare tra loro le fibre per avere un prodotto resistente alla trazione; le fibre vengono unite in tre modi: a) utilizzando collanti chimici, b) legandole fra loro a caldo (termosaldate), c) intrecciandole meccanicamente (i sistemi sono più di uno).

I materiali

Pelo cammello (interfodera) -
Denominazione rimasta indebitamente da quando negli anni '20 il pelo di cammello era usato al posto del pelo di capra.
Viene denominato tessuto di pelo cammello quella interfodera in armatura tela la cui trama è in misto lana di capra (comunemente definito "pelo capra") ed in taluni casi anche lana ovina mischiate generalmente con fibre artificiali. L'ordito generalmente impiega filato 100% cotone sia unico che ritorto, ma per esigenze di mano o manutenzione può impiegare altre fibre (viscosa). L'abbandono del pelo cammello a favore del pelo di capra si deve al fatto che è sensibilmente più economico e dotato di maggiore elasticità, caratteristica saliente per le interfodere, che devono sempre tenere in forma l'abito. I pesi di questi cammelli variano da 150-160 gr./mq. fino ai 200-230 gr./mq. Sono prodotti in altezza variabili fra i cm. 150-160 (per la vendita nelle mercerie e sarti a volte si produce l'altezza cm. 80), e sono disponibili, molte volte, anche tinti nel colore nero (marginale il bianco candido per i capi estivi, dove in questo caso non si utilizza pelo di capra).

IMPIEGO - L'utilizzo del pelo cammello è generalmente riservato a confezioni di capispalla maschili mentre è fortemente minoritario nel capospalla femminile, in diverse parti del capo stesso. L'utilizzo più tradizionale in quello maschile è di intelare l'intero davanti con il pelo cammello debitamente rinforzato nella zona plastron da crine sintetico o crine animale o crine sintetico più crine animale. Nel caso di non totale intelatura del capo (prevalente nel capospalla femminile), si usa comunque il pelo cammello come ulteriore rinforzo in zona plastron assommato ai crini. Questo sia solo per il petto, sia allargato fino al rever, in quella che viene chiamata la lavorazione semi tradizionale. Altre parti in cui si impiega il pelo cammello sono la zona spalla nel rollino e in certi casi nella spalla vera e propria come spallina.

Peli cammello da intelatura totale - Sono in genere i più pregiati e i più accurati nella realizzazione in quanto devono assolvere ad un compito fondamentale nella costruzione di un capo. In finissaggio se ne cura particolarmente l'aspetto, la scivolosità, la mano e lo scatto. Importantissimo per questa applicazione sono le stabilità dimensionali, che dovrebbero essere contenute entro un massimo del 1-1,5% sia in ordito sia in trama. Qualora non si riesca ad ottenere queste stabilità, diventa quasi indispensabile, una volta confezionate le tele, doverle bagnare ed asciugare al fine di permettere alla tela di raggiungere quella stabilità dimensionale prima di essere imbastita sul davanti del tessuto. Altro elemento importante dei peli cammello per intelatura totale è che debbono conservare una certa elasticità in ordito e possibilmente anche in trama, per potersi adattare perfettamente al tessuto a cui andranno uniti, durante la fabbricazione e lo stiro del capo, e durante poi l'uso del capo stesso.

Peli cammello da plastron - In questo caso è possibile usare gli stessi peli cammello di costruzione simile, ma più economici, non dovendo assolvere a tutte quelle funzioni richieste ad un pelo cammello per intelatura totale. Anche le stabilità dimensionali possono essere leggermente più elastiche di quelle richieste dai cammelli per intelatura totale: normalmente vengono accettati ritiri, sia in senso ordito sia in senso trama, dell'ordine del 2% ed in ogni caso questi peli cammello per plastron non vengono più ribagnati in quanto ritiri di questo ordine sono accettabili tecnicamente per quanto riguarda la loro funzione sul capo.

Peli cammello da rollini - Normalmente in un rollino da capospalla viene impiegato un pelo cammello abbinato ad altri materiali che tenda a "spingere" il tessuto per 360° lungo il giro della spalla. A questo scopo vengono impiegati peli cammello di forte scatto nel senso trama che, uniti in uno o più pezzi, assolvono alle funzioni richieste. Per ottenere questo forte scatto in senso trama si impiegano filati molto pregiati, quindi tutto pelo capra e lana, oppure filati di titolo leggermente maggiore di quelli degli altri peli cammello e misti in viscosa pelo; più il filato è grosso come titolo, tendenzialmente darà più scatto. In alcuni casi, per questi particolari peli cammello da rollino, si impiegano dei prodotti che hanno l'ordito uguale alla trama che sono chiamati Peli cammelli quadrati; impiegando prodotti con ordito uguale alla trama, sempre con le stesse materie prime, si ottiene un tessuto che ha lo stesso scatto da qualsiasi parte venga preso. Questo può essere utile nel rollino in quanto, con un solo pezzo di pelo cammello, si ottiene quella "spinta" a 360° richiesta per questa applicazione.

Peli cammello per spalline - Nella fabbricazione della spallina imbottita, le varie ovatte possono essere unite a dei peli cammello che contribuiscono a mantenere la forma della spalla stessa. Usualmente, per queste operazioni, si impiegano peli cammello di non eccelsa qualità, con bassa percentuale di pelo di capra, orditi grossolani di cotone o viscosa.

Crine - Dal latino crinis, cappello.

Pelo della criniera e della coda di molti animali (in genere cavallo, asino, mulo). Il crine è costituito essenzialmente da cheratina e ha struttura e composizione analoghe a quelle della lana di cui è però più rigido. Dopo disinfestazione e lavatura, viene ammorbidito mediante bagni bollenti in soluzioni di permanganato di potassio e in acido solforoso, quindi rilavato e sgrassato. L'industria delle interfodere li utilizza da solo o misto a fibre naturali o artificiali.
I tipi che si fabbricano per vari tipi di interfodere si dividono in:
  • Crine animale - Vengono così denominati quei tessuti, in armatura tela, che hanno in trama il crine di coda di cavallo, e normalmente l'ordito in cotone. Hanno altezze variabili fra 30-35 cm. fino ad un massimo di 50-60 cm., vincolata appunto dalla lunghezza delle code. Il problema che si presenta con il crine animale è quello di fissare bene la trama composta da coda di cavallo all'ordito, in modo da evitare quel difetto chiamato "stramatura": cioè lo scorrimento della trama sui fili di ordito che porta alla fuoriuscita della trama dal tessuto, ed è per questo che si usano degli antistramanti, che in parte (bisogna trovare il giusto compromesso) tolgono quelle qualità di scatto e resilienza tipiche del tessuto di crine animale. I pesi vanno dai 140 a 200 gr. mq. Sono utilizzati come interni, nella confezione maschile di alta gamma (visto l'alto costo, dovuto alle carenze della materia prima ed alla lentezza dei telai con cui viene fatto) nella zona petto o plastron, sia totalmente che più frequentemente solo come rinforzo spalla.
  • Crine sintetico - Sono in armatura tela, nati come alternativa al crine animale; in essi si è cercato di imitare lo scatto naturale della coda di cavallo con ordito in cotone e trame di tutta viscosa o misto pelo. Questi materiali sono stati realizzati non soltanto per ragioni di costo e di approvigionamento, ma anche per svincolarsi dalle altezze decisamente basse del crine animale. I pesi che normalmente si utilizzano sui crini sintetici variano in rapporto al tipo di produzione (abbigliamento uomo o marginalmente donna) e stagione (invernale o estiva) ma generalmente sono compresi fra i 150 gr. mq. e i 240 gr. mq. Il Crine guipè, sempre in armatura tela, è fatto con filati guipè cioè composti da un anima in raion e cotone su cui vengono fissati, mediante un altro filato, crini di criniera di cavallo. E' un prodotto il crine sintetico che ormai copre nella sua funzione il 85-90% delle richieste di mercato del crine.

Sono assimilabili alle interfodere:

Agugliati - Da aghi.

Su un supporto non tessile (non tessuti) di schiuma poliuretanica è possibile mediante particolari macchine inserire delle fibre tessili, generalmente di viscosa. L'inserimento si ottiene mediante aghi e può essere effettuato su uno o su ambedue i lati della schiuma. Questi supporti così preparati possono essere impiegati in forma non termoadesiva come copri plastron, rinforzo spalline, rinforzo rollino, ed in forma adesiva sempre come copri plastron o anche per rinforzare piccole e grandi superfici di tessuti medio, medio pesanti dove daranno una mano gonfia ma morbida. Sono comunque poco usati per infustamento di grande superficie, e solo in confezioni di non alta qualità.

Foam


Schiuma poliuretanica che si impiega per la fabbricazione di agugliati, ma che nella sua forma non adesiva si usa ora solo per spalline (gomma piuma).
Queste schiume di spessore sottile possono essere rese adesive ed essere impiegate come termoadesivi per grandi superfici. Lo spessore varia da 2 a 4 mm. Hanno il vantaggio di un modestissimo costo ma comportano una serie di svantaggi, e cioè danno una mano gommosa e senza scatto, si appiattiscono e degradano nel tempo, sono di difficile stenditura e difficile scorrimento sulle macchine da cucire, e non danno nessun controllo del tessuto esterno. Per questo come interfodera è stata praticamente abbandonata.

Ovatta -
Dal francese ouate, voce di origine incerta, di cui si ha attestazione in un tardo latino medioevale wadda.

Sono dei non tessuti a forma di falda (veli sottili sovrapposti) di fibre, più o meno parallele, che esce dal battitoio all'inizio delle operazioni di un qualsiasi materiale fibroso, in cui si lascia molta voluminosità al prodotto. Sono in genere utilizzati in confezione per spalline o per imbottiture vere e proprie tipo giacche a vento, giubbotti e pantaloni termici, ecc. La loro voluminosità fa si che tendono a perdere, con l'uso del capo, delle fibre e questo fatto potrebbe danneggiare con il tempo il capo di abbigliamento. Per questo specialmente nel caso di imbottitura queste ovatte sono qualche volta racchiuse fra due non tessuti leggerissimi di 8-12 gr. m2, di basso costo ottenuti con il sistema ad umido.

a) L'ovatta comune è ottenuta dallo sfilacciamento (mediante una macchina detta sfilacciatrice) di scarti di tessuti o da materiali di recupero, e da successivi passaggi alla carda (cardatura).
b) Oltre alle ovatte vegetali esistono quelle in tecnofibra, costituite da una teletta di fibre trapuntate a una garza, che ne rende più agevole l'applicazione.
c) Altri tipi in tecnofibre, di spessore variabile, anziché trapuntati vengono spruzzati con precondensati di resine, generalmente acriliche, e passati in un forno per la polimerizzazione della resina.

I tipi di ovatte descritti ai punti a e b sono impiegati per imbottiture per giacche e cappotti, per tessuti trapuntati, in tappezzeria (divani, poltrone), ecc.
 


francese:ouater
inglese: wadding
tedesco: watte
spagnolo: guata
Ovattina - Diminutivo di ovatta.

Tessuto morbido e garzato, generalmente in cotone, meno spesso dell'ovatta, adoperata per copri plastron  o imbottitura d'abiti o per trapuntature.

Veli di resina


Sono ottenuti con il sistema della fabbricazione dei non tessuti a estrusione di una massa fusa. Sono pertanto dei veri e propri non tessuti di peso leggero variante fra i 20 e i 40 gr./mq. in cui la materia prima è in genere poliammide termoplastica e si comportano proprio come un vero e proprio termoadesivo. Possono servire per operazioni tecniche tipo: bloccaggio della paramontura nei capi spalla o più semplicemente per costruire degli orli (biadesivo). Questi nastri possono essere forniti anche con una carta speciale che protegge il sottile velo di resina: il nastro si stira dalla parte della carta, che una volta raffreddata viene tolta. Sono anche chiamati:

Biadesivo - Composto da bi- e adesivo.



Di nastro adesivo su entrambi i lati (detto anche a doppio adesivo). Si usano, soprattutto nelle confezioni economiche, per costruire degli orli senza impiegare la macchina a punti invisibili.

3. CARATTERISTICHE DI UNA INTERFODERA

Adesivo e non adesivo -  Per questa caratteristica  si rimanda alle notizie di carattere generale; per quanto riguarda il tipo di resina presente sulla superficie del supporto, il modo in cui tale resina è applicata, si rimanda al capitolo qui dedicato.

Peso - Il peso dell'articolo è dato dalla somma del peso del supporto e del peso del plastificante. La quantità di resina presente varia grandemente a seconda dell'uso finale dell'articolo. E' importante, per valutare bene un articolo, tener presente che il peso è dato soltanto dalla somma dei pesi del supporto e della resina e non dalla rigidezza che esso eventualmente presenta. Questa rigidezza, o il suo contrario, costituisce un'altra importante caratteristica.

Mano - Per mano di un interno si intende la somma di sensazioni  che si provano toccandolo; sensazioni determinate da molteplici fattori. Innanzitutto, se l'articolo è rigido o morbido, se è ruvido o liscio, se è "unto" o secco. Molte persone tendono a confondere queste due ben distinte caratteristiche e scambiano la rigidezza (che è una componente della mano) con il peso, non considerando che non sempre rigido è sinonimo di pesante. Infatti, esistono interni leggerissimi e rigidi ed  interni pesanti e morbidi, così come esistono interni leggeri e morbidi e pesanti e rigidi. La mano di un interno termoadesivo deve essere giudicata solo dopo la sua corretta applicazione su almeno due o tre tessuti di struttura e fibre diverse, poiché la mano finale è la risultante della combinazione effettuata. Inoltre, è da tenere presente che, per un corretto giudizio sulla mano, questa deve essere controllata dopo 24 ore, dopo cioè che i tessuti esterno e l'interno hanno ripreso il loro tasso naturale di umidità relativa. Se tale controllo venisse eseguito immediatamente dopo il passaggio in pressa, ne avremmo una errata valutazione in quanto il tessuto, completamente disidratato dalla elevata temperatura, si presenterebbe ben più secco di quanto non è in realtà, in condizioni ambientali normali.



 

4. RESINE PER TERMOADESIVI

Classificazione delle resine

Le resine termoadesive sono resine termoplastiche che con il calore diventano molli e ritornano dure col raffreddamento. La temperatura alla quale esse cominciano a rammollire si chiama temperatura di rammollimento. Nel caso delle resine termoplastiche  non esiste una temperatura fissa alla quale esse cambiano il loro stato. Quando si alza la temperatura, la massa della resina comincia a rammollire fino a diventare fluida: non si tratta di "temperatura di fusione", bensì di intervallo di rammolimento.

Per tale motivo, nelle schede tecniche dei termoadesivi, quando si indica la temperatura di applicazione in pratica si consiglia un intervallo di temperatura nel quale è meglio operare per trovare le condizioni ottimali a seconda del tipo e peso del tessut. Tale intervallo deve iniziare ad una temperatura superiore a quella dei lavaggi  in acqua o solventi, altrimenti l'azione meccanica del solvente su una resina molle  staccherebbe le due superfici incollate, anche se, dal canto suo, la resina è in grado di resistere all'azione chimica del solvente.

I solventi più usati sono l'acqua, nel lavaggio domestico, e il Percloro nel lavaggio in tintoria (a secco). Ci sono resine adatte al lavaggio domestico e meno al Percloro (o viceversa) oppure resistenti ad entrambi, ma fino ad una certa temperatura.

I principali tipi di resina, che possono essere applicate da sole o in mischia per ottenere determinati risultati, sono:

Resine viniliche - Determinanti per lo sviluppo del micropunto sono formate, allo scopo di abbassare la temperatura di fusione, dall'acetato di vinile o dal propinato di vinile, sempre in mischia con plastificanti. Tutti i vinilici presentano una buona resistenza ai solventi, ma la presenza di plastificanti riduce questa proprietà, a volte in modo considerevole. Sono invece resistenti all'acqua ed ai detersivi e quindi interessanti per articoli lavabili.

Tipologia - Punti Pasta
Dati fusione indicativi - 160-170 °C senza vapore
Vantaggi - Sopporta i lavaggi a secco; Sopporta i lavaggi in acqua
Svantaggi - I piani della pressa devono essere in teflon; Non ha lunga durata.

Resine politeniche (poliolefiniche) - Il politene, che è l'elemento più importante della serie degli "olefini", si ottiene per polimerizzazione del gas etilene ed è utilizzato nella produzione di resine termoadesive sotto forma di polvere. Esiste in una versione a bassa temperatura che generalmente viene applicata in distribuzione spray per prodotti a basso prezzo e che resiste al solo lavaggio domestico, così come una versione ad alta temperatura di rammollimento che viene usata in camiceria (prevalentemente uomo) con distribuzione a punti e che presenta una buona resistenza anche ai solventi clorurati. 

Alta pressione:

Tipologia - Punti Polvere
Dati fusione indicativi - 130 °C 
Vantaggi - Sopporta i lavaggi in acqua
Svantaggi - Non si adesivizza con vapore; Non  sopporta i lavaggi a secco.

Bassa pressione:
Tipologia - Punti Polvere o Punti Pasta                  
Dati fusione indicativi - 160-170 °C 
Vantaggi - Sopporta i lavaggi in acqua anche a 90 °C; Sopporta i lavaggi a secco
Svantaggi - Non si adesivizza con vapore; Sporca i piani delle presse.

Resine polliamidiche - Sono le resine che presentano una migliore resistenza ai solventi e che mantengono una buona conservazione delle proprietà meccaniche. Esse presentano qualche problema nei confronti dell'acqua che non è dissociabile dalle loro molecole.

Tipologia - Punti polvere; Punti Pasta.
Dati fusione indicativi - 120 °C con vapore, 140-160 °C senza vapore
Vantaggi - Morbidezza; Sopporta i lavaggi a secco; Mantiene fa forma; Si può reincollare; Nelle presse continue non sporca il nastro in teflon.
Svantaggi - E' poco resistente ai lavaggi in acqua; Tendenza a riplastificare in presenza di vapore.

Resine poliestere - Si ottengono facendo reagire un acido con glicole. Sono nate per poter ridurre i fenomeni di retrouscita  che le resine poliammidiche producono in condizioni di stiro esasperate.

Tipologia - Punti polvere; Punti Pasta.
Dati fusione indicativi - 140-160 °C senza vapore
Vantaggi - Sopporta i lavaggi in acqua; Sopporta i lavaggi a secco; Minima retrouscita.
Svantaggi - Minore adesione su lana e fibre naturali

Per concludere, si può dire che le resine devono avere le seguenti proprietà complementari molto importanti:
- devono essere il più possibile incolori e non ingiallire nel tempo,
- non devono incollare alla temperatura ambiente,
- non devono indurire nel tempo,
- l'aderenza deve essere permanente,
- devono essere del tutto inodori e infiammabili

Influenza della distribuzione

La distribuzione dei punti di resina sul supporto è determinante per il risultato finale.
E' comprensibile, infatti, che punti grossi e distanziati (lasciando grosse superfici tessili libere da resina) diano una mano più morbida, ma favoriscano il trapasso di resina sul retro del supporto (punto grosso = molta resina concentrata su un'area ristretta), effetto noto come "retrouscita". Al contrario, punti piccoli e vicini da un lato diminuiscono la retrouscita, dall'altro rendono la mano più dura.
La distribuzione è importante a seconda del tipo di tessuto sul quale si deve applicare l'adesivo.

La forma del punto inciderà sulla penetrazione della resina sul tessuto esterno e si può schematizzare:

  • Punto cono - molto penetrante; ottima adesione; pericolo impressione; pericolo fuoriuscita.
  • Punto cupola - media penetrazione; buona adesione; scarso pericolo di impressione e fuoriuscita.
  • Punto cilindrico - bassa penetrazione; nessun pericolo di impressione e fuoriuscita.
  • Doppio punto - Oggi è il punto più usato. Lo scopo fondamentale dell'idea è quello di evitare una miscela intima di resina, ma di poter miscelare due resine separatamente sul punto per poterne sfruttare al meglio le singole caratteristiche.

Ovviamente è importante anche l'appplicazione della resina sul supporto (induzione) e vi sono varie metodologie di applicazione. La distribuzione della resina può avere una disposizione geometrica, oppure a forma di spirale apparentemente irregolare.

Distribuizione geometrica - Nel primo caso si indica con il nome di "mesh" (unità di misura usata nella granulometria delle sostanze in polvere per determinare le dimensioni dei granuli) il numero dei punti di resina posti sulla diagonale di un pollice quadrato e cioè cm. 2,54 (si usa questa misura inglese in quanto la prima distribuzione a punti fu realizzata da una azienda inglese), per cui il numero di mesh è inversamente proporzionale alla loro grandezza. Il numero di mesh che normalmente si incontrono in commercio varia dai 9 ai 34 mesh.  




E' bene sottolineare che su tessuti grossi - lane cardate ed affini - è preferibile un punto grosso (cioè con un numero di mesh piccolo), perché l'aggancio sulla superficie irregolare del tessuto è migliore (sui tessuti a pelo in genere non si superano i 15 mesh) e, contemporaneamente, la mano finale resta più morbida. Inversamente su tessuti leggeri - seta, geogette ed affini - o da impermeabili è preferibile una puntinatura  con punti piccoli (cioè alto numero di mesh) per non segnare il diritto del tessuto.


Indicativamente si può dire:
  • tessuti pesanti, cardati o con pelo = mesh 9-15
  • tessuti pettinati medio leggeri = mesh 16-21
  • tessuti leggeri gabardine e similari = mesh 21-24
  • tessuti leggeri camiceria = mesh 25-28
  • tessuti finissimi sete e similari = mesh 28-34
Tra i due estremi c'é, ovviamente, tutta una gamma intermedia.

Disposizione assimetrica o spirale -  La quantità di resina si misura in un numero di punti per cmq. e, come è intuibile, ogni singolo modulo assimetrico si ripete soltanto in funzione di un rapporto prestabilito (esempio ogni 5 cm.)
  




Non potendo contare sulla regolarità del disegno l'unità di misura in questo caso è il numero di punti presenti in un cmq.. E' una unità di misura indiretta e cioè, come nel caso mesh, a parità di grammatura un numero alto di punti a centimetro quadrato indicherà un punto piccolo e un numero basso di punti al cmq. indicherà un punto grande.
Questo sistema è stato sviluppato per permettere di diminuire la marcatura dei punti sul tessuto esterno ed in effetti, anche teoricamente, un punto di uguale dimensione tende a marcare di meno se distribuito in forma assimetrica di quello distribuito in forma geometrica.
Questo, naturalmente, vale per linee generali in quanto la corretta risposta al problema della marcatura del punto è data esclusivamente dalle sue dimensioni, e cioè anche in una distribuzione assimetrica non si possono superare certi limiti di grandezza del punto in rapporto al tessuto esterno senza dare origine a fenomeni di marcatura. Commercialmente questo tipo di disegno di resina prende diversi nomi dati dai vari fabbricanti di termoadesivi (esempio: assimetrico, computer, random, nido d'ape, ecc.).
Indico di seguito alcune comparizioni:
  •    9 mesh = assimetrico numero punti a cmq.    22
  •  14 mesh = assimetrico numero punti a cmq.    28
  •  17 mesh = assimetrico numero punti a cmq.    44
  •  23 mesh = assimetrico numero punti a cmq.    95
  •  34 mesh = assimetrico numero punti a cmq.  200
Quanto sopra a parità di grammatura.

Per completare il discorso della resinatura vale la pena ricordare alcuni problemi che derivano direttamente o indirettamente dalle resine impiegate per i termoadesivi.
Per permettere di scegliere al meglio un termoadesivo bisogna tener conto di tutte le possibili combinazioni e incroci sopra esposti e delle seguenti caratteristiche:

1) ritiro del tessuto esterno
2) viraggio colori tessuto esterno
3) fuori uscita di resina
4) retro uscita di resina
5) riplastificazione della resina.

E' logico che il ritiro ed il viraggio di colore del tessuto esterno durante l'applicazione di un termoadesivo dipendono essenzialmente dalla natura del tessuto esterno, ma anche il termoadesivo può mettere in evidenza e influenzare tale fatto in rapporto alle resine impiegate e conseguentemente alla loro condizione di applicazione, in particolar modo alla temperatura di applicazione. Sarà cura dell'utilizzatore scegliere resine a non alta temperatura in presenza di tessuti delicati per ritiro e viraggio colore.

Per fuoriuscita di resina si intende un trapasso di resina del termoadesivo sul tessuto esterno. E' un difetto mai accettabile e fondamentalmente dipende dalla quantità di resina, dalla sua densità in fase di appplicazione e dalla forma dalla forma del punto (un punto a cono è più soggetto a questo potenziale difetto).

Per retrouscita di resina si intende un trapasso di resina verso il lato esterno del termoadesivo. E' un difetto grave dal punto di vista tecnico in quanto la quantità di resina che retroesce oltre che può sporcare la pressa per termoadesivi, può creare difficoltà di stiratura incollando fra di loro diverse parti del capo rendendo la mano più rigida ed al limite bloccando addirittura le fodere contro il termoadesivo. Questo difetto dipende dalle quantità e dalla natura della resina presente sul termoadesivo. Poiché la capacità di riplastificare e la sensibilità al vapore sono inversamente proporzionali alle condizioni di applicazione e cioè una resina insensibile al vapore e non riplastificante è in genere applicata a condizioni molto alte è solo un felice compromesso fra tipo di resina e sue condizioni di uso che risolve il problema. Oltre a questo la retrouscita e la riplastificazione sono evidenziate o limitate dal supporto del termoadesivo, più esso è chiuso più tende a non fare retrouscita, ma più un supporto è chiuso e pesante più darà una mano rigida e pesante quindi, anche qui, si deve accettare un compromesso.

I termoadesivi sono applicati in funzione di tre parametri ben distinti, vale a dire:

Temperatura - E' il mezzo con il quale si ottiene la fusione della resina che, cambiando di stato, assume la proprietà di aderire ad un'altra superficie con cui viene in contatto. Indipendentemente dalla tecnologia di cui si dispone la temperatura è sicuramente il fattore più importante, ma anche quello più critico. In termoadesivazione esistono infatti due esigenze contrastanti: da una parte, per garantire un sufficiente aggancio, è indispensabile il raggiungimento della temperatura di fusione, che varia in funzione della composizione e peso del materiale; per evitare invece possibili danneggiamenti sul tessuto la temperatura (sui nastri o piatto) deve essere il più possibile contenuta. I tessuti richiedono differenti temperature: ad esempio quelli leggeri (camicie o abitini) richiedono generalmente una temperatura più bassa, mentre tessuti medi o pesanti richiedono temperature più elevate.

Tempo - E' la quantità di secondi necessari affinchè tale cambiamento di stato possa realizzarsi. La quantità di secondi necessari al realizzarsi di una perfetta adesione dipende dal tipo di tessuto esterno che deve essere rinforzato. Tanto più il tessuto esterno è pesante, tanto più lungo è il tempo necessario affinchè il calore, superando i vari strati, giunga alla resina.

Pressione - E' la forza necessaria affinchè la resina si ancori al tessuto, sia con legami fisici che con legami chimici (attivati dal calore).


5. MACCHINE PER TERMOADESIVI

Le macchine per tale importante operazione si distinguono, a seconda dell'impiego, in due grandi gruppi:

a) Termoadesivatrici - Sono impiegate, per la maggior parte dei casi, nell'industria della confezione e dell'abbigliamento in genere;

b) Plastificatrici - Sono esclusivamente usate nel settore della camiceria (per colli e polsi), e si differenziano dalle prime per la pressione specifica di lavoro, ben più elevata (fino a 4 kg/cmq) per garantire un alto grado di penetrazione della resina nel tessuto.

TERMOADESIVATRICI

A seconda delle necccesità del mercato e del volume produttivo dell'utilizzatore, la gamma delle termoadesivatrici comprende i seguenti tipi:

a1) Manuali a piatto, da tavolo -  Si usano per piccole produzioni (prototii e campionari) o come macchine di riserva. Ai tratta di macchine molto economiche e poco ingrombranti, le cui caratteristiche tecniche sono (a) Un piano di circa mm. 1.200 x 500; (b) Un termostato per regolare la temperatura; (c) Un timer acustico per scandire il tempo di ciclo, avvertendo chi vi opera quando la fase è ultimata; (d) Una leva per la pressione regolabile a mano. Tecnicamente, hanno la parte riscaldante solo da un lato (solitamente quello superiore) e questo non facilita un buon trasferimento del calore al termoadesivo e provoca spesso retrouscita di resina sul rovescio. I limiti di tale tecnologia, caratterizzata da imprecisione della temperatura e della pressione impostate, portano a differenze di aggancio sui pezzi adesivati e ad una stabilità ai lavaggi spesso precaria.

a2) Automatiche a piani alternati - Si usano per volumi di media entità, le macchine ideali sono le termoadesivatrici a ciclo alterno le cui principali caratteristiche tecniche sono: (a) Piani di lavoro di circa 1.300 x 600 azionati pneumaticamente: mentre uno è in fase di termoadesivazione, l'altro risulta in posizione di carico-scarico, ciò garentendo lo sfruttamento totale della macchina e l'ottimale impiego di chi vi opera; (b) Termostato elettronico per la temperatura regolabile fino a 200° C; (c) Timer di tempo regolabile da 0 a 60 secondi che automaticamente regola l'apertura della macchina a ciclo ultimato; (d) Valvola riduttrice pneumatica per regolare la pressione di lavoro da 0 a 1,2 kg/cmq.  Ci sono anche macchine che hanno una zona di raffredamento a ventilazione forzata, con tempi regolabili da 1 a 12 secondi, ed altre con brevetto di cuscino pneumatico o pressione d'aria per la fase di pressatura.

a3) Automatiche in continuo a tappeto mobile - Si usano per pruduzioni medie-grandi in quanto queste termoadesivatrici consentono l'impiego al carico di più operatori, allo scopo di garantire elevate produttività. Questo tipo di macchine può essere dotato di scariscatori automatici all'uscita, che, oltre a rendere superflua la presenza di un ulteriore incaricato allo scarico, garantiscono una perfetta impilatura dei pezzi adesivati, con molti vantaggi a valle del ciclo produttivo. I particolari da adesivare vengono posizionati su un nastro trasportatore  che li trasferisce all'interno della macchina, dove un altro nastro viene a depositarsi sopra i pezzi, affinchè non subiscano attriti e tensioni. Il tutto passa sopra delle superficie riscaldate che fungono da sistema di pre-riscaldamento, dopo che i nastri vengono fatti aderire ad un cilindro (o superfici curve) riscaldato alla temperatura necessaria per la fusione della resina. Durante questa operazione il tessuto è sottoposto solo ad una leggera pressione di contatto e l'adesione finale è ottenuta attraverso un rullo ricoperto di gomma, la cui pressione è regolabile. Il rullo comprime il tessuto contro il "mantello" esterno del cilindro, favorendo il fluire della resina fusa nelle fibre del tessuto ed ottenendo la necessaria adesione. Al termine del ciclo i due nastri si separano, presentando i particolari adesivati per lo scarico.

Le principali caratteristiche sono: (a) Nastro continuo di lavoro largo mm 1.200 a mm 1.400; termoadesivazione in quattro fasi in sequenza continua, costituita da: 1. pre-riscaldamento in due sezioni distinte, con termoregolazione elettronica seèparata, 2. riscaldamento a temperatura regolabile elettronicamente fino a 250° C, 3. pressatura a pressione regolabile, 4. raffreddamento; (b) Velocità da 0 a 8 metri al minuto; (c) Nastri trasportatori entrambi comandati, per evitare qualsiasi scorrimento relativo fra loro, anche alle minime pressioni o con pressione nulla; (d) Uniformità di temperatura su tutta la larghezza utile, garantita da generatori di calore posti trasversalmente  ai nastri trasportatori, nonchè dalla massa  e dalla foggia  delle piastre riscaldanti; (e) Cilindri di pressatura ad elevata deformazione elastica, per una migliore adesivazione ed aumento della velocità. Entrambi i cilindri, inoltre, sono comandati per evitare scorrimenti; (f) Raffredamento del materiale trattato, per evitare tensioni  e deformazioni  permanenti in fase di scarico. Il raffreddamento è realizzato mediante un nastro trasportatore separato; (g) Distacco dai nastri del materiale adesivato, realizzato per mezzo di "racle" rotanti in teflon su ciascun nastro; (h) Guidanastri  elettro-pneumatici su entrambi i nastri, per evitare il danneggiamento degli stessi; (i) Comandi raggruppati sul fianco della macchina, per agevolare il controllo.

Le termoadesivatrici automatiche in continuo più avanzate hanno anche: (j) Un sistema di pulitura automatica dei nastri  sulle  superfici esterne ed interne, ottenuta mediante elementi di facile e rapida sostituzione; (k) Dispositivi elettronici per l'eliminazione delle cariche elettrostatiche.

Di questo tipo di termoadesivatrici lo scaricatore automatico costituisce un componente di fondamentale importanza. Data la estrema flessibilità di impiego, il dispositivo permette in ogni caso lo scarico dei pezzi sagomati o con tagli trasversali. Il sistema dispone di tre slitte che possono lavorare indipendentemente, in caso di piccoli particolari, o accoppiate, per lo scarico di particolari di grandi dimensioni. L'assenza totale di pinze od organi di trattenimento evita le "impronte" sul tessuto, sul quale, essendo appena adesivato, diventerebbero permanenti.

Occorre infine ricordare che esistono macchine specifiche  per l'applicazione di adesivi  su piccoli pezzi, quali cinture, alamari, tasche, alette tasche, fondo manica, ecc. Utilizzano adesivi in nastro e possono lavorare con uno o due nastri. Il tessuto da adesivare  può essere il nastro oppure a pezzi singoli.

Ancora va precisato che la descrizione qui fatta di queste macchine è generica, e quindi non può tenere conto di singole particolari caratteristiche di un modello/marca. Si tratta peraltro di un settore in continua evoluzione, con soluzioni tecnologiche sempre più avanzate e sofisticate.          


6. NORME PER UN CORRETTO UTILIZZO DEI TERMOADESIVI

Stoccaggio

Le pezze di adesivo devono essere stoccate in ambienti a bassa umidità, non devono essere esposte alla luce diretta del sole, non devono essere esposte a forti variazioni termiche.

Operazioni di taglio

Evitare materassi troppo alti. Evitare di procedere alle operazioni di taglio con lame surriscaldate da tagli precedenti. Mantenere le lame delle taglierine bene affilate e pulite.

Applicazione

Come si è visto il processo di termoadesivazione è cruciale e presenta non pochi rischi. Per questo motivo, è raccomandabile seguire alcune regole fondamentali.

1. Scegliere l'adesivo più adatto a ogni specifico tessuto; i tessuti prima di essere confezionati dovrebbero comunque essere sottoposti a prove, compreso il lavaggio a secco e/o ad acqua, per poterne valutare il comportamento. Queste prove possono essere fatte anche coinvolgendo, preventivamente, il fornitore del termoadesivo.

2. Indipendentemente dal modello o dalla tecnologia usati, si dovrebbe procedere a controlli giornalieri per verificare il corretto funzionamento del termometro (temperatura reale), del temporizzatore e del manometro. Non posizionare la pressa vicino a correnti d'aria per evitare il raffredamento del piano/i. Prima dell'inizio delle operazioni di adesivazione verificare che la macchina abbia raggiunto la temperatura richiesta utilizzando le apposite cartine termiche (da inserire a contatto con il piatto o nastri o fra il tessuto e il termoadesivo: la temperatura indicata può essere letta facilmente per un cambiamento del colore dal grigio al nero, su una scala graduata). Spesso infatti la temperatura sul manometro non corrisponde a quella che si riscontra tra adesivo e tessuto.

3. Verificare le caratteristiche di applicazione di ogni adesivo Temperatura - Pressione - Tempo, come da scheda tecnica che dovrebbe sempre essere accompagnata alla richiesta di lavorazione (I valori forniti dal fornitore sulla propria scheda tecnica sono comunque indicativi in quanto determinati su più tipologie di tessuti).

Verificare, prima di fare un capo, sul tessuto che si impiegherà che:

- La superficie del tessuto/adesivo sia liscia, priva di bolle/ondulazioni;
- Che l'adesione sia buona: il distacco tra tessuto e adesivo deve avvenire applicando ai lembi una trazione di una certa entità;
- Che non vi sia uscita di resina sia al dritto del tessuto che nel dietro dell'adesivo.

Rivedere ad ogni cambio di tessuto/adesivo i parametri di applicazione ed effettuare ulteriori verifiche.

Qualora, nonostante il rispetto dei parametri e la verifica del corretto funzionamento delle apparecchiature, si dovesse riscontrare una cattiva adesione, si potrà intervenire  (facendo sempre prima una prova su un pezzo di tessuto, e non sul capo) aumentando i parametri Tempo e Pressione; la Temperatura non dovrà assolutamente mai superare la temperatura massima ammessa per quello specifico adesivo. Nel caso si riscontri una fouriuscita della resina al dritto del tessuto o nel retro dell'adesivo si potrà intervenire diminuendo Tempo e Pressione, verificando poi che l'adesione non ne risulti compromessa.

Si tratta di poche regole semplici, ma che possono ridurre sensibilmente rischio e costi della termoadesivazione.


Rames Gaiba



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In preparazione un ulteriore post
INTERFODERE: note sul loro utilizzo (Approccio al problema dei difetti)
  

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