24 giugno 2017

Colori italiani

E' raro che una città o una zona siano identificate con un colore, è un fenomeno tipicamente italiano:

Terra di Siena, rosso Bologna, rosso Pompeiano, rosso veneziano, giallo Parma, giallo Napoli, verde brentonico (nella zona del Brenta), e, nelle vicinanze, il giallo d'Istria.



Colore Terra di Siena bruciata



Colore rosso mattone per il portico della Cattedrale Metropolitana di Bologna


Maschere pompeiane, con lo sfondo nel caratteristico rosso 


Rosso veneziano


Parma, interno del Parco Ducale,
caratteristico il suo color "giallo Parma" delle sue facciate


Giallo Napoli


Palazzo Eccheli Baisi a Brentonico, Trento
con il suo caratteristico verde  



Rames Gaiba
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23 giugno 2017

MADRAS

Madras - dal nome della città indiana Madras, così chiamata dall'aramaico màdrasa, «luogo di studio», composto dal prefisso di luogo ma- e darasa, «studiare» dove, alla fine del XIX secolo, questa stoffa veniva fabbricata. Ora questa città è chiamata Chennai. Il termine oggi appartiene al linguaggio internazionale dell'abbigliamento. 


1a. Tessuto realizzato in fil coupé o garza inglese (variante dell'armatura tela), generalmente in cotone, allestito con filati di colore diverso sia in ordito che in trama. Solitamente è  a quadri asimmetrici o righe  irregolari, in colori vivaci, e di solito senza sfondo bianco. Viene anche realizzato in seta a righe e quadri sovrapposti. Può essere prodotto anche su telai jacquard.



1b. Oggi il termine madras identifica solo la fantasia (anche nella versione stampata), indipendentemente dalle fibre impiegate. La categoria di questi tessuti è tra le più libere nelle interpretazioni; si dicono madras tutti i riquadri non  classici, con note d'ordito e di trama irregolari, anche diverse fra loro. (Mariella Azzali, Dizionario di Costume e Moda, ed. m.e. architectural book and review, 2015, voce "madras", pp. 534-535)

IMPIEGHI: È usato nella camiceria estiva, e nell'abbigliamento nella versione leggera e trasparente per giacche da uomo e pantaloni molto vistosi, per giacche di spezzati e gonne. Si utilizza anche in arredamento.



STORIA - Questo tipo di stoffa veniva originariamente tinto con sostanze naturali e tessuto su telai a mano con intreccio a tela rada tipo garza. In virtù di questa caratteristica nell'autentico madras il colore tende a perdere brillantezza e a schiarirsi nel tempo creando un effetto chiamato bleeding madras, [1] molto apprezzato dagli intenditori. (Stefanella Sposito, Archivio tessile, ed. Ikon, 2014, voce "Madras", p. 76). Oggi gli stilisti spesso lo ripropongono  per le loro collezioni di abiti interi (in passato anche Moschino, Westwood, Kawakubo) in un revival anni '50. 


[1] Il bleeding madras è in cotone, con fili molto lenti e simile a quello della garza.  

Rames Gaiba
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22 giugno 2017

CASTING

Casting

Leggera sopratinta marrone, nera o grigia chiara spesso usata sul tessuto denim. Il trattamento crea un generale effetto d'invecchiamento. Anche se chiamata tintura al caffè o tintura al tè, secondo la nuance, questo "effetto sporco" è ottenuto con i coloranti sintetici.

tessuto, ditta pratese, 2012
capo trattato con tintura a freddo. 




Rames Gaiba
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PASHMINA

Pashmina - da Pashmineh (پشمینه), dal persiano pashm, ovvero "interno", che si riferisce al sottopelo della "Capra Hircus" che indica la lana cashmere.

Fibra della capra Hircus (Chyangra), specie semiselvatica, che vive sull'altopiano montagnoso delle regioni himalayane del Nepal e Tibet, che fornisce una lana preziosa, fra le più costose del mondo. L'animale vive in libertà attorno ai 4000-4500 metri di altitudine, nutrendosi in modo spartano (nella sua dieta compare la rosa alpina); questi fattori, unitamente alla predisposizione genetica, consentono la crescita di un manto lanoso tra i più fini (la fibra ha un diametro di 12 micron contro i 16 dei migliori cashmere) e caldi, che proteggono dal freddo e dalla malnutrizione. La raccolta della fibra avviene due volte all'anno nella misura di 50-100 grammi dell'animale femmina e 100-150 grammi del maschio. Le tonalità naturali della lana sono tre: il bianco, il bianco grigiastro e il grigio. La prima fase della lavorazione consiste nel liberare la lana dai peli più grossi, così depurata essa viene poi filata a mano.


IMPIEGHI: Si producono tessuti di gran pregio, in particolare scialli, con la particolare frangina, indossati dalle donne del Nepal (ed in minima parte anche tappeti), ma oggi la loro produzione è destinata anche all'esportazione. Lo scialle può essere in 100% pashmina, o in misto seta (con una % fino al 30). La seta viene aggiunta in ordito per conferire maggiore durata e corpo al prodotto, che però perde un po' della sua bellezza e delle proprie qualità intrinseche di leggerezza.

CODICE TESSILE: WS (EURATEX), che indica il cashmere (è di fatto una qualità più pregiata dello stesso).


STORIA - Originariamente però il nome riguardava unicamente una stola lunga due metri, finemente ricamata, che nel Medioevo soltanto i Maharaja o le signore dell'alta società potevano permettersi, e che venivano poi trasmesse in eredità alle figlie.



Rames Gaiba
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21 giugno 2017

PILE (tessuto)

Pile [pail] - termine inglese.

Stoffa realizzata in tessitura, in maglia gettata e in maglia rasata. In quest'ultimo caso, si utilizza il jersey bouclé. Sulle due facce della stoffa vengono viene poi eseguita una spazzolatura finale (in inglese fleece) che serve a creare l’aspetto soffice e a pelo raso. Tessuto morbido e peloso, idrorepellente e isolante, caldissimo. Il pile è una fibra sintetica a base di poliestere, ottenuta da materiali quali il PET (polietilene tereftalato) in pratica, le bottiglie di plastica riciclate. Il PET viene frammentato in scaglie, chiamate "flake", delle dimensioni dei coriandoli. Per le applicazioni nel settore tessile le scaglie di PET vengono trasformate in batuffoli, simili a quelli del cotone, sottoposti a cardatura e raccolti in matasse di filato col quale verrà tessuto il pile. [1] Nella sua composizione, oltre al poliestere, possono essere aggiunte altre fibre, come poliammide, acrilico ed elastan.   Grazie alle sue qualità, tra cui la semplicità nel lavaggio (a 30°C o 40°C) e la rapida asciugatura senza stiratura (easy-care), la famiglia dei tessuti di pile si è a poco a poco arricchita di infinite varianti, con mano, pesi (dalla versione "peso seta" silkweight a quella loft progettata per attività outdoor in condizioni di freddo intenso), peculiarità e prestazioni diverse. Il marchio più conosciuto nel pile è il Polartec ® (fibra in poliestere). [2]
Oggi è possibile lavorare la superficie in modo da ottenere effetti speciali, a volte davvero glamour. Esiste anche un tipo di pile jacquard, prodotto di alta qualità, realizzabile con qualsiasi disegno, impiegato soprattutto dall'haute couture. Ecco allora il pile dall'aspetto tweed, l'effetto spina di pesce, le cordonature più o meno sottili e il look "lana tricot" o "lana vissuta", che si aggiungono ai già noti nido d'ape, costine e alla superficie che ricorda il piqué di cotone, o le varie spalmature. Fra le più recenti novità, ad alto tasso di tecnologia, c'è un pezzo-cult il Polartec Thermal Pro Biomimicry che imita (nel vero senso della parola) la pelliccia degli animali. Il suo punto di forza è il doppio manto, perché sotto al pelo lungo che lo caratterizza c'è un "sottomano" più fitto, morbido, vellutato. Per ogni singolo pelo di copertura ci sono 5-10 peluzzi esili e piumati, che formano una sorta di vestito aderente alla pelle, con il vantaggio (gli stessi che godono i gatti o gli orsi) che questo vello protegge perfettamente dal freddo e dalle intemperie e, in più, è sottile, leggerissimo, eccezionalmente traspirante.

Utilizzato specialmente per indumenti sportivi o da montagna, ma anche per realizzare pigiami, T-shirt ed altri accessori abbigliamento, dai berretti ai guanti alle pantofole.


[1] Stefanella Sposito, Archivio tesssile, ed. Ikon, 2014, voce Pile, p. 269
[2] Nel marchio Polartec il grado di isolamento termico è definito da un numero: Polartec 100, per sweater di peso medio e indumenti intimi molto leggeri; Polartec 200, fibra standard, calda e versatile, con cui si producono la maggior parte dei capi in commercio; Polartec 300, adatto alla realizzazione di capi tecnici.   

STORIA - Nasce nel 1979 dalla messa a punto di una fibra sintetica ricavata dal poliestere, da parte della ditta americana Malden Mills, che deposita il marchio Polartec.



Rames Gaiba
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20 giugno 2017

PIBIONES (PIBIONIS)

Pibiones - in sardo significa "acini d'uva".

Tecnica tradizionale di tessitura a grani chiamata a “pibionis” (o “pibiones”, dove i piccoli anelli di filato (pipiolini) sporgono dalla superficie del tessuto formando un disegno. È un tessuto abbastanza pesante e compatto ad armatura tela o, più frequentemente, a saia 2/2, dove il disegno è creato da un filo supplementare, di titolo maggiore di quelli che costituiscono la tela di fondo.

Il disegno è realizzato portando i pibiones in rilievo rispetto alla superficie di tessitura. Questo può essere fatto mantenendo lo stesso colore di base, o dando a  questo rilievo uno o più colori diversi affinché il motivo sia maggiormente evidente. Nascono così tessiture a “tessuto pieno” dove i pibiones sono strettamente addossati gli uni agli altri a formare una superficie uniforme movimentata da un disegno ottenuto con i cambi di colore, e tessiture a “tessuto semipieno” dove gli spazi tra i pibiones mettono in evidenza la tessitura sottostante. Per la sua creazione si utilizza un telaio orizzontale.

I filati impiegati possono essere la lana, il cotone, il lino, ecc.



Questo tipo di tessuto si utilizza per sofisticate tovaglie, tende, asciugamani e copriletti, ma anche per borse o oggettistica varia.




È tipico delle aree centrali e orientali della Sardegna (in particolare di Samugheo).





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19 giugno 2017

VISCOSA


Viscosa - da viscoso.

Fibra artificiale detta raion-viscosa. In filo continuo (di aspetto serico) e in fiocco (simile al cotone). E' ottenuta dalla cellulosa molto pura. La sua materia prima è il legno (alberi di "pino del sud", a crescita veloce), o è costituita dai linters di cotone, trattata con soda caustica (processo di mercerizzazione) che trasforma la cellulosa in una specie di "sale", detto alcali cellulosa, che viene addizionato con solfuro di carbonio; si forma così lo xantogenato di cellulosa, una sostanza solubile in una soluzione di idrato sodico. In questo modo la cellulosa, insolubile in acqua, è stata trasformata in una sostanza solubile in acqua: la soluzione viene fatta passare attraverso un disco con sottili fori (estrusione); i filamenti liquidi che escono dalla filiera passano attraverso una soluzione di acido solforico che scompone lo xantogenato di cellulosa sotto forma di sottili fibre.

CARATTERISTICHE: mano dolce e aspetto serico (eccellenti caratteristiche estetiche per proprietà di brillantezza e drappeggio), comfort tipico delle fibre vegetali, buona resistenza all'usura (allo stato asciutto), elevata capacità di assorbimento dell'umidità , ottime proprietà di traspirabilità, antistaticità. Ha un eccellente mischiabilità con tutte le fibre naturali, artificiali e sintetiche; ha facilità di tintura e stampa, con risultati di solidità tinte al massimo livello. E' biodegradabile.

IMPIEGHI: Sia nel campo dell'abbigliamento (in filo continuo per tessuti serici o foderame; come fiocco per tessuti di tipo cotoniero) che dell'arredamento.

CODICE TESSILE: VI (EURATEX)

Inglese: Viscose
Francese: Viscose
Tedesco: Viskose
Spagnolo: Viscosa


STORIA - Punto di partenza è l'acquisizione della conoscenza del fatto che tutte le fibre vegetali hanno in comune un unico elemento costituente, la cellulosa. Nell'anno 1839 il francese Payen riuscì ad isolare per la prima volta cellulosa da un albero. Per fare questo fu necessario separare la cellulosa dal secondo elemento costituente del legno, la lignina. Questa separazione della cellulosa dalla lignina è di particolare importanza per la produzione industriale della viscosa. All'Esposizione Universale di Parigi del 1889 il francese Conte Chardonnet presentò una piccola macchina per filatura che realizzava dei fili lucidi da una sostanza allo stato liquido: la nitrocellulosa. Chardonnet aveva presentato domanda di brevetto della sua invenzione già 5 anni prima. La sua richiesta di brevetto portava il titolo «materiale tessile artificiale simile alla seta». Era nato il concetto di seta artificiale. A parte i successi iniziali non si affermò mai sul mercato: era facilmente infiammabile. Purtuttavia Chardonnet ebbe, con il suo brevetto, un'influenza decisiva sugli ulteriori sviluppi. Il chimico dr. Max Fremery di Colonia e l'ing. Johannes Urban di origine austriaca dal 1891 producevano, nel piccolo villaggio renano di Oberbruch, lampadine a incandescenza. Nella ricerca di un materiale per i filamenti incandescenti essi riuscirono a rendere solubile la cellulosa naturale del cotone in cuproammonio ed a filare da questa soluzione un filamento per lampadine di caratteristiche migliori e di durata notevolmente maggiore. Però essi ebbero anche l'intuizione che questo nuovo filo, se lo si stirava in modo da renderlo molto fine, avrebbe potuto avere importanza per il settore tessile. In particolare non possedeva la caratteristica negativa della seta alla nitrocellulosa del Conte Chardonnet e cioè di essere facilmente infiammabile. Nasce la seta artificiale al cuproammonio (denominata a causa del suo aspetto lucente «Glanzstoff» = materiale brillante) che alcuni anni dopo portò alla fondazione della Vereinigte Glanzstoff-Fabriken. Negli anni dal 1892 al 1897 il procedimento fu così perfezionato che il 1° dicembre 1897 poté essere presentata domanda di brevetto. Due anni più tardi, il 19 settembre 1899 Fremery e Urban fondarono a Elberfeld la Vereinigte Glanzstoff-Fabriken. 

CURIOSITA' - Durante il ventennio fascista la paludosa e malarica zona intorno al piccolo paese di Tor Zuin, nella bassa friulana (siamo nella provincia di Udine) fu bonificata e divenne sede di una delle più importanti industrie di produzione di fibre di cellulosa. La SNIA Viscosa associò una parte del nome alla nuova cittadina che ora si chiama appunto Torviscosa, costruita tra il 1937 e il 1942, che tutt'ora resta uno dei centri più interessanti di archeologia industriale. A seguito della politica autarchica del fascismo e degli esiti della crisi del 1929 l'industrializzazione del nostro paese si trovò nella necessità di approvvigionarsi di fonti primarie. Tra queste vi era il legname per la produzione di cellulosa. La scarsità e l'importazione spinsero i tecnici dei laboratori SNIA a mettere a punto un procedimento di produzione della cellulosa partendo dalla “canna gentile” (Arundo donax), di cui fu depositato il brevetto nel 1935. La fabbrica fu inaugurata il 2 settembre 1938 da Benito Mussolini. Ora questo importante sito di archeologia industriale è curato dalla Fondazione di Torviscosa, ed è legata al nome di una grande azienda italiana, la Snia Viscosa, che nel 1937 scelse questo sito per un importante insediamento agricolo e industriale per la produzione di fibre vegetali da cui ricavare la cellulosa. Il vero protagonista fu Franco Marinotti, allora amministratore delegato di Snia. Uomo poliedrico e imprenditore energico, Marinotti, decise le strategie industriali e finanziarie, scelse l’architetto che avrebbe progettato la nuova città e gli artisti che la dovevano arricchire di monumenti. Gli storici di architettura e di urbanistica hanno coniato per questi centri la formula, “città di fondazione” per sottolineare le peculiarità, nel contesto urbano italiano, di queste tipologie edilizie caratterizzate da architetture di regime.


Mussolini all'inaugurazione fabbrica il 2 settembre 1938
Immagine dell'epoca (anni '40) di Torviscosa


Torviscosa (Udine)
stabilimento centrale - viale principale



Bibliografia

  • a cura della Akzo, Viscosa. Una Storia naturale, Ed. Akzo, s.d. ma 1998 (libro pubblicato per i cento anni della prima fabbrica Enka a Oberbruch, in Germania).


  Rames Gaiba
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16 giugno 2017

ESPRADRILLAS

Espadrillas - dal francese antico espadrille (o espadrille), da espadrilloche a sua volta deriva dal vocabolo catalano (lo stesso in provenzale antico): espardenya, che significava un tipo di scarpe fatte di espart, il nome catalano di sparto, una pianta mediterranea nerboruta usata per fare le corde, della cui fibra erano fatte in origine le suole.

Scarpa originariamente povera, senza tacco, di origine spagnola (Paesi Baschi) e portoghese, fatta con fibre vegetali, costituita da una suola in corda intrecciata in canapa o juta (ne occorrono 75 mt.) cucita ad una tomaia di tela abbastanza resistente in cotone o lino. Le suole sono la parte di lavorazione più complessa. Le fibre vengono prima intrecciate insieme meccanicamente. Poi, la treccia viene inserita in uno stampo a forma di suola, con un trattamento termico per ottenere la forma corretta, dopo di che viene fissata con punti di cucitura verticali. Quindi può essere, volendo, inserito lo strato inferiore di suola vulcanizzata. Infine, il tessuto è cucito sulla suola. Disponibili in innumerevoli colorazioni, sia in tinta unita sia in fantasia, le espadrillas sono utilizzate durante l'estate.




La versione femminile può aggiungere zeppa e lunghi lacci da annodare alla caviglia, e possono essere aperte come un sandalo.




Valentino  si concede qualche infedeltà e lancia con la collezione primavera 2012
il modello in versione haute couture
con tomaia in pizzo trasparente.



STORIA - E' una calzatura con una lunghissima tradizione. Nel Museo Arquelògico Nacional (Museo Archeologico Nazionale) di Barcellona (Spagna) è esposta una espadrilla trovata nella cueva de los murciélagos che si trova a Granada indossata da uomini approsimativamente 4000 anni fa. Già indossate dai pescatori spagnoli sono state importate dai napoletani nel 1200; diventano di moda negli anni '70.



Rames Gaiba
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15 giugno 2017

DOLCEVITA (maglione)


Maglia, pullover, per ambedue i sessi, leggero, aderente (specialmente nel collo), a maniche lunghe, chiuso sia davanti che dietro, da indossare attraverso la testa, dal collo alto risvoltato che va tirato su fino sopra al mento e poi ripiegatelo su se stesso in modo ordinato. Può essere in 100% lana (o mix di lane: lana Lambswool, Merinos o Cashmere) o in 100% cotone per quelli più leggeri; lavorato (ad esempio con trecce) in lana spessa da indossarsi  su un paio di jeans, con sopra un giubbotto di pelle; semplice da indossarsi sotto a  blazer, giacche in Tweed,  felpe, pullover e cardigan, ed anche ad interi abiti in sostituzione della camicia (in un look sofisticato). 



Da non confondersi con il lupetto che è una maglia il cui collo arriva a mezza altezza e non si risvolta.

STORIA -  I primi dolcevita risalgono agli inizi del ‘900, quando marinai e operai che lavorano in posti ventosi lo indossavano per proteggersi dall’aria, ove la sciarpa diventava un elemento impossibile da indossare. Negli anni ’20 diventarono popolari in alcune città inglesi per imitare il look di Noël Coward, noto commediografo dell’epoca. Nella seconda metà degli anni '20 in Europa divenne un simbolo per esistenzialisti, artisti ed intellettuali. 




Essendo nato come capo maschile, le femministe degli anni 50 lo iniziarono ad indossare come simbolo della parità sessuale. Ma la prima vera icona a trasformare il dolcevita in una tendenza fu la cantante francese Juliette Gréco, amica di molti intellettuali parigini dell’epoca e simbolo dell’esistenzialismo.




Negli anni ’50 e ’60 questo capo diventò in Inghilterra il simbolo della controcultura dei “giovani arrabbiati” (un gruppo di scrittori della classe operaia), mentre negli Stati Uniti vestì gli esponenti della Beat Generation e delle Pantere Nere i cui membri lottavano per il movimento degli afroamericani. Quindi il dolcevita come simbolo di chi aveva qualcosa da dire, qualcosa in cui credere, qualcosa per cui lottare. Negli anni ’70 questi maglioni furono indossati da chiunque e in molti modi, sia in situazioni più formali, sia per sostituire la camicia. Attualmente sembra tornato molto di moda e si è visto nelle collezioni più recenti di Valentino, Stella McCartney, Gucci e Fendi che invitano ad indossarli in maniera contemporanea, abbinandoli a una giacca, camicia o t-shirt.


CURIOSITA' - Nell'accezione comune, il maglioncino a collo prenderebbe il nome dal film di Federico Fellini, "La dolce vita" del 1960: caso più unico che raro di un indumento ribattezzato con il nome di una pellicola. Eppure, nel film, il capo che si era diffuso in Francia indosso all'attore Yves Montand, compare una sola volta e indossato dall'omosessuale Pierone. [Gianluca Lo Vetro, Fellini e la moda, ed. Bruno Mondadori, 2015, p. 62]



Rames Gaiba
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14 giugno 2017

FEZ (TARBOOSH)

Fez - il nome deriva da Fez, città del Marocco, dove veniva fabbricato ed esportato.

Copricapo di feltro di lana rosso, cilindrico o conico e piatto in cima, al cui centro è applicato un lungo cordoncino che termina a nappa. Viene indossato dai mussulmani in Turchia e nell'Africa settentrionale.

Detto anche tarboosh.


Mehmet V - sultano dell'Impero Ottomano (1844-1918)

FERRO DA STIRO


Utensile per stirare. Oggi è un apparecchio elettrico costruito essenzialmente da una piastra in acciaio smaltato forellato  e da un manico isolante, a cui può essere abbinata una caldaia (per l'acqua). In taluni casi, per quando è caldo, è posato su un supporto chiamato posaferro.  Collegando l'apparecchio alla rete elettrica, la resistenza scalda sia l'acqua inserita nella caldaia, sia la piastra in acciaio. Attraverso l'utilizzo del manico lo si appoggia sul tessuto da stirare e si percorre su e giù, al fine di appianare le grinze che si formano durante il lavaggio e l'asciugatura. L'acqua contenuta nella caldaia si trasforma in vapore grazie al calore della resistenza, agevolando notevolmente le operazioni di stiratura. I ferri da stiro moderni posseggono una serie di programmi che regolano la temperatura e l'intensità (uscita) del vapore a seconda del tipo di tessuto.

Ferro da stiro
Francese: fer à repasser      
Inglese: iron
Tedesco: Bügeleisen
Spagnolo: plancha

Ferro a vapore
Francese: fer à repasser à vapeur
Inglese: steam iron
Tedesco: Dampfbügeleisen
Spagnolo: prensa planchadora con vapor


STORIA - L'antenato dei ferri da stiro sono i lisciatoi. Per dominare i primi rudimentali tessuti, che specialmente dopo la lavatura in acqua e l'esposizione al sole assumevano forme scomposte e grinzose, fu quella di individuare dei materiali duri e pesanti, ben levigati nella parte inferiore, che passati e ripassati sui tessuti potessero "lisciare" le asperità. Presumibilmente i primi strumenti furono fatti con pietre: pezzi pesanti con la base liscia e con la parte superiore impugnabile. Successivamente furono impiegati altri materiali come il legno duro, la creta cotta e più tardi anche il vetro. I lisciatoi a freddo subirono un'evoluzione attraverso i tempi e l'opera di "lisciatura" si arricchì con l'impiego di sostanze collanti che aiutavano a tenere tese le fibre dei tessuti. Ma la svolta decisiva per vincere la resistenza delle fibre avvenne quando si scoprì  che il calore, trasmesso da un corpo, agiva in moda determinante sul tessuto inumidito. E' la nascita dei ferri riscaldati. Alcune antiche civiltà utilizzarono il calore per "stirare" i tessuti impiegando piastre di bronzo riscaldato. Già dal 1500 a.C. nell'antico Egitto si faceva uso di piastre di bronzo pesantissime (circa 18 kg.) munite di lunghissimo manico (circa 80 cm.) che venivano messe direttamente in forno e una volta riscaldate venivano fatte scivolare sul piano da stiratura, situato in basso, non lontano dal forno. Anche gli antichi Romani avevano in uso piastre di bronzo con lunghi manici che venivano riscaldate e poi passate sulle toghe e sulle tuniche. L'antica Cina nel VII secolo utilizzava dei recipienti in bronzo, ricavati dai bruciatori di profumo, con un lungo manico in legno, che contenevano carboni accesi. Alla giusta temperatura, venivano fatti scorrere velocemente sui tessuti di seta che invece di essere appoggiati a piani di stiratura, erano tenuti sospesi dai lati da abili artigiani.
I veri progenitori del ferro per stirare sono i primi modelli del secolo XIII in alcuni Paesi del nord Europa (i primi a farne uso sono i sarti olandesi). Da allora fu una continua ricerca per trovare il modo migliore di mantenere il più a lungo possibile il calore nella piastra e contemporaneamente rendere il manico più funzionale senza scottare la mano di chi lo doveva usare. Le piastre furono costruite in misure diverse con forme appuntite e i manici assunsero forme più ampie per favorirne l'impugnatura. Solo successivamente appare il manico in legno che si appoggia a due montanti laterali. Nel XIV secolo, si ha la fusione del ferro da colare in stampi, che fece fare un passo avanti anche alla fabbricazione dei ferri da stiro. Così, a partire dal secolo XV in avanti, si supera la produzione in ferro battuto, e si afferma quella in ferro fuso che consente la realizzazione di nuove forme ed un deciso miglioramento di quelli esistenti. Con il giungere del 1800 si hanno nuovi sistemi di riscaldamento, per risolvere il problema di riscaldamento della piastra. Si afferma la forma a barchetta svuotata, capace di contenere un lingotto riscaldato, intercambiabile, che permette un continuo ricambio di nuovo calore. Il lingotto viene introdotto dalla parte posteriore e la chiusura è costituita da uno sportellino scorrevole in verticale, definito, proprio per la sua caratteristica, "a ghigliottina". 

Nuove tecniche si affermano all'inizio del XIX secolo. Vengono  proposti dei ferri con riscaldamento a petrolio o ad alcol: hanno, collocato nel retro, un piccolo serbatoio  ed un regolatore di fiamma in modo che questa riscaldi in continuità la piastra stirante. Si producono tipi di ferro ad acqua calda per tessuti più delicati. Arrivano poi i ferri a gas, dotati di un fornello speciale collegato col tubo del gas. Il ferro veniva posto in verticale sul fornello in modo che la fiamma si spingesse fino alla piastra. Alcuni modelli avevano il fornello interno ed erano collegati direttamente al tubo del gas. I ferri da gas, anche per la loro pulizia, risultarono i più pratici e vennero adottati nelle famiglie in sostituzione di quelli a carbone che sviluppavano esalazioni nocive e richiedevano una manutenzione più faticosa. questa scelta era però vincolata  alla distribuzione del gas che nelle campagne non arrivava. Ciò obbligava per forza maggiore molte famiglie non residenti in città, a conservare l'uso del ferro tradizionale.
Il vero cambiamento decisivo  arriva intorno al 1910 quando viene fabbricato il primo ferro elettrico che, sfruttando il riscaldamento di una resistenza, saprà dare  con continuità il calore alla piastra. Nel 1930 circa escono anche i primi esemplari di ferri elettrici a vapore.         

        

Il nuovo slogan (1998) *
Gely Korzhev (Mosca, 1925-2012)
olio su tela, cm. 200 x 150



* Il ferro da stiro riprodotto nel quadro è del tipo di quello in ghisa del 1905/10. Viene definito "da sarto" per la sua mole non indifferente. Le caratteristiche del modello è quella di avere un grosso "sfiatatoio" nella parte anteriore del coperchio per allontanare le esalazioni prodotte dal fornello interno.

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Bibliografia:

Laura Palla, I ferri da stiro, BE-MA Editrice, 1987 


Rames Gaiba
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13 giugno 2017

Monumento alla molletta - Philadelpia (USA)


Clothespin (1976)


È un opera creata da Claes Oldenburg  (Stoccolma, Svezia, 1928- ) e da sua moglie Coosje van Bruggen (Groninga, Olanda, 1942-2009) poi trasferitesi in America.




La molletta posta su un piedistallo è alta mt. 13.7 x 3.7 x 1.4, in acciaio inossidabile, ed è a Centre Square, esattamente all’uscita della metro di fronte a City Hall (Municipio), nel centro nevralgico della città di Philadelphia, Pennylvania (USA).

L’opera è del
1976 e richiama la scultura di Brancusi “Il Bacio”: la parte più in alto, infatti, ricorda due profili che si avvicinano per baciarsi. Questi monumenti, sculture, urbane fanno parte della Pop Art, che considera l'oggetto dell'arte la quotidianità.
 





Significativo di un "costume" di sempre, anche se non certamente affascinante per bellezza. della molletta da bucato è spesso stata attribuita alla setta religiosa degli Shakers, fondata negli Stati Uniti nel 1772 da Madre Ann Lee. Essi erano noti per essere dediti al celibato e anche per essere gli artefici di diversi pezzi di arredamento che ritenevano essere l’espressione materiale della loro fede. Per questo ogni oggetto da loro prodotto aveva come caratteristiche principali l’estrema semplicità ed essenzialità, eliminando ogni abbellimento o decorazione. Uno dei motti di Ann Lee era: "Pulisci bene le tue stanze perché gli spiriti buoni non albergano nella sporcizia. Non c’è sporcizia in Paradiso”. Così hanno inventato la rastrelliera a pioli per appendere tutto: sedie, oggetti, vestiti; in modo da poter pulire il pavimento con maggiore facilità. Dalla mania di appendere gli Shakers inventarono anche la molletta da bucato: la molletta non era altro che un semplice pezzo di legno con una fenditura nel mezzo. La molletta classica sarà composta da due pezzettini di legno uniti da una molla di acciaio che li unisce saldamente uno all’altro e fu brevettata nel 1853, da un certo D.M Smith, originario del Vermont. Quelle che usiamo oggi sono più frequentemente in plastica e sono da attribuirsi a Mario Maccaferri che nel 1944 produsse una versione plastificata e molto resistente della molletta di Smith, poiché una sera a casa, sua moglie si lamentò che tutte le mollette da bucato di legno erano rotte o erano marcite a causa dell’umidità dei panni.


Rames Gaiba
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Altra opera degli stessi architetti qui su questo blog:
Ago, Filo e Nodo - scultura piazza Cadorna a Milano
(post di Rames Gaiba)

Si rimanda anche anche alla altra scultura momumentale "Ferro da stiro" sempre collocata in altra Piazza di Philadelpia:
(post di Rames Gaiba)

ASOLATRICE

Asolatrice

Macchina che esegue, come la macchina occhiellatrice,  un punto a zig-zag. Questo punto è però un punto annodato ed è anch'esso speciale, in quanto lo zig-zag, sia superiore che inferiore, è formato dal filo della spolina, mentre il filo dell'ago viene teso e rimane all'interno del filo della spolina, svolgendo le funzioni del cordoncino dell'occhiello.


Asolatrice elettronica Brother HE 800




Rames Gaiba
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