SFILATA


Nella terminologia della moda è la sfilata attraverso cui avviene la presentazione dei modelli di una Casa di moda o sartoria; essa è al tempo stesso uno strumento di comunicazione in quanto, suo tramite, mercato ed addetti ai lavori (licenziatari, buyers e i media) vengono informati su una collezione, ma anche di promozione visto che viene data la possibilità ai compratori di convincersi per i loro acquisti. L'ambiente, la coreografia, la scenografia, la musica, il casting, la regia, la presentazione, l'organizzazione, le modelle e i modelli, i capi presentati sono tutti aspetti che supportano in maniera determinante questo veicolo comunicazionale-promozionale; è appunto sfilata dopo sfilata che stilisti ed imprese costruiscono la loro immagine presso il pubblico e si conquistano spazi nel mercato della moda.

Strumento di pubblicità che sceglie il paradossale e il folle per comunicare un enorme apparato finanziario, la sfilata raduna l'assurdo sulle passerelle, proprio perché pura forma mediatica, spettacolo sociale di cui pochi secondi verranno trasmessi in tivù, molte parole verranno spese nei titoli dei quotidiani.¹


La sfilata di Valentino a Trinità dei Monti a Roma (8 luglio 2022)


video della sfilata, evento simbolico coreografia di Sadeck Waff


Tradizionalmente le sfilate di moda avvengono due volte all'anno, in quanto la loro funzione principale è aprire, con circa sei mesi di anticipo, il nuovo ciclo stagionale: le collezioni per l'autunno/inverno si presentano a gennaio/febbraio, le collezioni per la primavera/estate si presentano a settembre/ottobre prima l'uomo e poi l donna; con questi tempi di presentazione delle collezioni i clienti avranno la possibilità di ordinarle, le imprese di produrle e consegnarle ai punti vendita, i consumatori d' acquistare.

Le sfilate normalmente vengono fatte in punti vendita, in alberghi, in appositi spazi durante le fiere o luoghi pubblici (piazze, ecc.) in occasione di riprese televisive, negli stessi showroom.


Dolce&Gabbana Alta Moda Fashion Show in Piazza del Duomo a Siracusa (9 luglio 2022)²


Si usa anche il corrispondente francese défilé.


Défilé de moda à Hangzhou, Cina


Fashion show 13 - Steven Dag
olio su tela, 30 x 24 cm


STORIA - Le sfilate di moda sono un’invenzione degli ultimi decenni dell’Ottocento. Prima di allora, le ultime novità della moda circolavano in Europa attraverso disegni, campioni di tessuti, decori e ricami e solo in un secondo momento, una volta definiti il modello e i materiali, si produceva l'abito che veniva mostrato su un maichino in legno in scala uno a uno.³

Un'evoluzione così rapida che ha fatto quasi dimenticare come tutto sia nato semplicemente intorno a una bambola chiamata Pandora: un oggetto pensato non per soddisfare un atto ludico, ma utilizzato dai creatori di moda per inviare presso le corti europee le ultime novità in fatto di abbigliamento. [...] Le Pandora presentavano non solo gli ultimi “dettami” e le novità riguardanti i tagli, i colori e le decorazioni degli abiti, ma anche le acconciature, sempre più elaborate, i cappelli e gli accessori [...] Si realizzavano  dettagliatissimi guardaroba in miniatura. In questo modo si era creato un'espediente per poter risparmiare sui costi di produzione di quello che oggi si chiama campionario, consentendo, allo stesso tempo di poter personalizzare e variare il modello secondo il gusto e i desideri delle diverse clienti e, cosa ancor più importante, si riusciva a fornire una percezione tridimensionale dei vestiti, caratteristica fondamentale per la comprensione dell'artefatto di moda.⁴     

Corredate di un guardaroba completo la bambola-manichino (Pandora), talvolta realizzate a grandezza naturale, le pupe – così erano chiamate le bambole-indossatrici – erano lo strumento di cui le sartorie si servivano per esporre al pubblico le proprie creazioni o per farle “sfilare” all’interno dei propri atelier. Inizialmente in  legno, poi ne furono fabbricati splendidi esemplari in cera, cartapesta ed infine bisquit: erano completate di scarpe, gioielli, acconciature, cappelli, ecc.


Nel 1858 Charles Frédéric Worth, sarto inglese trasferitosi a Parigi, sarà il primo a mostrare alle sue clienti abiti già pronti, facendoli indossare da giovani ragazze chiamate "sosie", sono le prime indossatrici. 

Già negli anni '30, nel periodo del Fascismo, abbiamo anche in Italia le prime sfilate dell'Alta Moda;

Sfilata dell'alta moda tenutasi nel Salone del Palazzo del Podestà a Bologna (1934)


la storia delle sfilate in Italia, però, la si fa risalire, forse sottolineando un'apertura ad un pubblico internazionale, a1951 (il 12 febbraio) con la sfilata delle case d'alta moda italiana organizzata dal marchese Giovanni Battista Giorgini (“Bista” come amichevolmente molti lo chiamavano) a Firenze nella sua residenza estiva a Villa Torrigiani in via dei Serragli, subito dopo la fashion week parigina. Invita buyer e giornalisti americani a trattenersi in Europa un paio di giorni in più per assistere all'evento intitolato First Italian High Fashion Show. In quella occasione erano presenti 10 atelier¹⁰ e sono stati presentati 18 modelli; in luglio la manifestazione si è ripetuta al Grand Hotel di Firenze (oggi St. Regis) e, nel gennaio 1952, nella Sala Bianca di Palazzo Pitti. Il marchese ne diresse l’organizzazione fino al 1965, scoprendo importanti stilisti.


Sfilata nella Villa Torrigiani - 12 febbraio 1951
foto: Archivio Giorgini



Sfilata Alta Moda Italiana - Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze (1952)


Sotto quegli 11 lampadari in cristallo di Boemia che illuminano i preziosi stucchi candidi del salone creato nel 1765 per il ballo d'insediamento del Granduca Pietro Leopoldo Asburgo-Lorena, se ne sono viste davvero di tutti i colori. Le sfilate in Sala Bianca ebbero un successo straordinario fin dalla prima edizione cui parteciparono con entusiasmo 300 compratori e moltissimi giornalisti di fama internazionale.

La prima sfilata maschile
coincise con la prima edizione del “Festival della Moda Maschile”, in scena al Casinò Municipale di Sanremo il 2 settembre del 1952. Per la prima volta venne istituita ufficialmente in Italia, con relativa contrattualizzazione, la figura del modello. Già prima, però, Angelo Litrico¹¹, fece dei défilé di moda su navi, dirigibili ed hotel. Mise inoltre annunci suo giornali per ricercare uomini disposti a fare gli 'indossatori'.

CURIOSITÀ - Alla prima edizione della sfilata in Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze del 1952 era presente anche  una giovanissima Oriana Fallaci, inviata a riportarne la cronaca dal settimanale Epoca (n. 95 del 02/08/1952) che descrive Vincenzo Ferdinandi (1920 - 1990) passato alla storia come inventore del tailleur con queste parole:

“Viene da una famiglia di sarti napoletani di gloriosa tradizione ed è un sarto per davvero, non solo disegnatore, cuce da sé i suoi vestiti riservandosi sempre l'onore superstizioso di attaccare l'ultimo bottone e ha per il tailleur lo stesso culto che un coreografo russo può avere per la danza e un cuoco romano per la pastasciutta alla matriciana”.¹²

Vincenzo Ferdinandi, a Palazzo Pitti nel 1952, sfidando le convenzioni dell’epoca, fece sfilare per primo su di una passerella internazionale di Alta Moda, una modella di colore, l’americana Dolores Francine Rhiney che gli costò polemiche e ostracismo.¹³


Mancinelli Antonio - Moda; Ed. Sperling & Kupfer, 2006, p. 297
La sfilata che ha celebrato i dieci anni di Alta Moda Dolce&Gabbana è stato uno spettacolo di moda e cultura. La sfilata come la processione nella tragedia di Pietro Mascagni Cavalleria Rusticana. I modelli hanno infatti sfilato e danzato accompagnati dalle celebri arie dell’opera, portando in scena la rivalità di Alfio e Turiddu, in una performance curata da Giuliano Peparini. Tutti i personaggi indossavano capi della collezione, compresi i Santi e le Madonne portati in processione e rappresentati da modelli in carne ed ossa. Comincia poi la sfilata vera e propria, con le modelle che solcano la scalinata a suon di campane e musica, indossando abiti scultura che riprendono i putti e i decori barocchi del Duomo, pizzi e ricami dal sapore antico frutto della sapienza artigianale tipica del migliore Made in Italy, in un tripudio di bianco e nero, che lascia spazio a sprazzi di colori capaci di evocare i tipici carretti siciliani. Tra sacro e profano, rosari e trasparenze, Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno sfoderato tutto il loro inconfondibile stile. (da: Artribune - articolo di Roberta Pisa, 11 luglio 2022).  
₃ 
KawamuraY. - Fashion-ology. An Introduction to Fashion Studies; Bloomsbury Publishing, London, 2018, p. 83
₄ 
Linfante Vittorio - Moda atto unico; Ed. Mimesis, 2024, pp. 25-27
  Due le versioni: si pensa fosse a grandezza naturale la "Grande Pandora" che indossava abiti eleganti, toelette di gala, ecc. e la "Piccola Pandora, che faceva conoscere le ultime novità degli abiti da viaggio, da casa, biancheria intima. (Azzali Mariella - Dizionario di Costume e Moda; Ed. M.E. Architectural Book and Review, 2015, p. 638 voce "Pandora". 
Charles Frédéric Worth (1825-1895) diviene il più celebrato e famoso sarto dell'occidente, riconosciuto come il fondatore della grande couture. Trasferito a Parigi dopo aver compiuto la sua formazione a Londra nei quartieri dedicati alla vendita dei prodotti di lusso, diventa in un primo momento un esperto venditore di tessuti, poi sarto. Il suo crescente interesse per la moda femminile e la volontà di mettersi in gioco, lo portano a Parigi, dove trova lavoro come assistente alle vendite presso Gagelin, una delle più grandi e note mercerie della città. All'interno di questo negozio, a diretto contatto con i fornitori degli accessori di moda e le clienti, Worth accumula esperienza e mette in pratica le sue competenze. [...] Si fa così portavoce di un gusto, che propone all'inizio inconsapevolmente, confezionando semplici abiti in mussola di cotone che altro non avevano, in origine, lo scopo di far risaltare i mantelli in vendita nel suo reparto. Tali abiti superano il successo degli stessi mantelli e lo convincono nel 1858 ad aprire una sartoria in società con Otto Bobergh. (Il sarto nella storia della moda. In La nascita della haute couture. - Artisti del quotidiano; Ed. Clueb, op. cit., p, 26-27)
 
Sfilata di modelli a cura delle Patronesse bolognesi del Comitato Nazionale della Moda, tenutasi nel Salone del Palazzo del Podestà a Bologna il 27 e 28 maggio 1934. La foto è pubblicata in Il Comune di Bologna. Rivista mensile municipale, anno XXI, n. 6 (giugno 1934), p. 54, Bologna, Biblioteca dell'Archiginnasio.   
Giovanni Battista Giorgini (1899-1971) era il resident buyer per l'Italia di vari grandi magazzini americani per articoli d'arte, da regalo e complementi d'arredo. Come scrive Guido Vergani nel Dizionario della Moda (voce: Giorgini Giovanni Battista) era Segugio del bello, del raffinato e buyer, compratore su commissione.
Sono presenti sei potenti buyer americani e alcuni importanti giornalisti di moda tra cui Bridget Titchner di Vogue e Jerry Stunz di Glamour.
₁₀ Come atelier erano presenti: la principessa Giovanna Caracciolo per Carosa, le Sorelle Fontana, Alberto Fabiani e Simonetta Colonna di Cesarò Visconti che poi ne diviene la moglie, Emilio Schuberth, le sartorie milanesi di Noberasko, Germana Marucelli e Jole Veneziani, l'autoctono marchese Emilio Pucci e la baronessa Clarerette Gallotti, più nota come La Tessistrice dell'Isola. La sfilata si tiene nel salone di casa, le modelle sono giovani dell'aistocrazia toscana. (Mancinelli Antonio - Moda; op. cit. p.17)
₁₁ Angelo Litrico (Catania, 1927 - Roma, 1986) fonda a Roma nel 1951 la Sartoria Litrico, sartoria per abiti da uomo, ribattezzando con il proprio cognome l'Atelier Marinelli, dove il sarto ha iniziato il suo apprendistato nel 1945 con un posto di “banco” per poi diventarne il proprietario. Negli anni'70 l'azienda ha molto lavorato per il cinema. In  quegli stessi anni Litrico lancia anche una linea femminile distribuita per Biagiotti. 
₁₂ Daniela Fedi - 12 febbraio 1951, Firenze. Così nacque il Made in Italy. In: il Giornale.it; 1 Giugno 2024
₁₃ Lynda Di Natale - Vincenzo Ferdinandi. In: Perfettamente Chic ~ La moda passa, lo stile resta; 19 Aprile 2020 


Bibliografia
  • Fiorentini Capitani A. - Moda italiana anni Cinquanta e Sessanta; Ed. Cantini, 1991
  • Gnoli S. - Un secolo di moda italiana; Ed. Meltemi, 2005
  • Tosi Brandi E. (a cura di) - Artisti del quotidiano. Sarti e sartorie storiche in Emilia Romagna; Ed. Clueb, 2009
  • Linfante V. - Moda atto unico. Le sfilate tra performance, comunicazione e nuove tecnologie; Ed. Mimesis, 2024 

Curatore: Rames Gaiba
© Riproduzione riservata
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MODA E ABBIGLIAMENTO ... non solo una questione terminologica


L'abbigliamento che indossiamo parla di noi. Racconta le nostre caratteristiche, i nostri gusti, gli interessi, i bisogni e le nostre emozioni. Veicola informazioni che conosciamo e, talvolta, informazioni che ignoriamo.
¹ 

Prima del tessuto, della maglia, del pellame, prima di ogni materiale, prima del colore, vi è la forma. Comincia da una "struttura" che deve essere funzionale, prima ancora di essere bella, che è un concetto aleatorio e mutevole nel tempo, che sfugge a definizioni fisse, dipendendendo da variabili imprevedibili come il gusto e il contesto
.

La moda nella piazzetta di Capri (1967)
Brunetta [Brunetta Moretti *], (1904-1989)
pennarello, china, cera su carta, 32.7 x 23.7 cm

Cosa sono l'abbigliamento e la moda?


Abbigliamento
è il modo di abbigliarsi, quanto serve ad abbigliare, insieme degli oggetti per vestirsi e adornarsi.
²   

Moda 
è il fenomeno sociale che consiste nell'affermarsi, in un determinato momento storico e in una data area geografica e culturale, di modelli estetici e compormentali (nel gusto, nello stile, nelle forme espressive), e nel loro diffondersi via via che a essi si conformano gruppi più o meno vasti, per i quali tali modelli costituiscono al tempo stesso elemento di coesione interna e di riconoscibilità rispetto ad altri gruppi.³   

Maniera di abbigliarsi o di acconciarsi legata ai gusti e ai canoni di un determinato periodo o epoca storica; o "il fenomeno sociale del mutamento ciclico dei costumi e delle abitudini, delle scelte e del gusto, collettivamente convalidato"¹.

Nel linguaggio la parola "moda" è usata, con diverse sfumature di significato, in una serie di locuzioni: "alla moda", "di moda", "di gran moda", "andare di moda".

Possiamo parlare di moda anche in riferimento alle diverse linee e tendenze, che nel tempo hanno influenzato il cambiamento di abiti e stili dell'apparenza relativi a funzioni rituali, politiche, militari. Tuttavia, caratteristico di ciò che chiamiamo "moda", almeno dal 1895, quando il filosofo Geog Simmel scrisse il suo fondamentale saggio [La moda], è l'effettiva dimensione di massa del sistema. "Da quando è possibile riconoscere l'ordine tipico della moda come sistema, con le sue metamorfosi e con le sue svolte, la moda ha conquistato tutte le sfere della vita sociale , influenzando comportamenti, gusti, idee, arti, mobili, vestiti, oggetti, linguaggio. In altri termini , da quando è apparsa in Occidente alla fine del Medioevo, non ha un contenuto specifico: è un dispositivo sociale definito da una temporalità molto breve e da cambiamenti veloci, che coinvolgono ambiti diversi della vita collettiva"².

Rispetto a moda il termine costume rimanda al concetto di sistema, di struttura, ossia a un insieme di norme, di regole collettive"³.

Della moda sappiamo varie cose fra cui "che deve cambiare, se vuole continuare a esistere"⁴.

Il motivo dell'incertezza e della provvisorietà di ogni definizione della "moda" è per altro intimamente congiunto a quello del trascorrere del tempo.

Il momento più difficile della haute couture non è disegnare una collezione. È recensirla.La sfilata è finita. Le modelle sono sparite. Gli ospiti hanno già pubblicato il loro selfie. I fotografi stanno editando. Le PR stanno contando celebrity e visualizzazioni. E tu devi scrivere. Un tempo avresti avuto qualche ora. Oggi il sito vuole il pezzo prima ancora che l'ultima sarta abbia raccolto gli spilli dal pavimento dell'atelier. Il problema non è scrivere. Il problema è che hai appena visto una collezione che, diciamo così, non entrerà nei libri di storia. Ed è allora che capisci una cosa. La vera alta moda non è quella che sfila in passerella. È riuscire a scrivere un giudizio senza esprimerlo. E far credere a tutti di averlo letto.*


₁ Volli Ugo - Contro la moda; Ed. Feltrinelli, 1988, p. 50
₂ Calanca Daniela - Storia sociale della moda; Ed. Bruno Mondadori, 2002, p. 8
₃ Calanca Daniela -  op. cit., p. 7
₄ Mancinelli Antonio - Moda!; Ed. Sperling & Kupfer, 2006, p. 5 
* Arcese Giampiero,  Master Fabrics Innovation Design


Curatore: Rames GAIBA
© Riproduzione riservata
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ARAZZO DI BAYEUX e l'abbigliamento dei Normanni



L'arazzo di Bayeux è una sorta di prefumetto del XI secolo


La Tapisserie de Bayeux (in realtà è un tessuto ricamato, non un arazzo¹,  anche se qui lo indico come 
«arazzo» per tradizione) si svolge in orizzontale ed è lunga in complessivo  68,3  metri e alto tra i 50 e 55 centimetri di altezza (mancano le scene finali), ed è costituita da nove leggere tele di lino greggio (di lunghezza compresa tra 2,43 e 13,90 metri) non tinto (bigio, di una tonalità grigio-giallastro), unite insieme, nella quale sono state ricamate, sotto forma di 58 scene messe assieme in ordine conseguenziale e successive, raccontando tutte le fasi della conquista, dalla partenza dalla Francia alla incoronazione. Per l'esecuzione del lavoro sono stati utilizzati lana filata con il fuso a mano, principalmente filati a due torsioni (2-ply), sottile ma resistente, di aspetto rustico, in solo otto colori tinti con coloranti naturali di origine vegetale che hanno fortunatamente conservato quasi intatte le tonalità originali, su uno sfondo lasciato scarno, che restituisce un rilievo simile ad un intaglio ligneo o a un bassorilievo scultoreo.² Creato tra il 1066 e il 1077. È iscritta nel Registre Mémoire du Munde de l'UNESCO. Oggi è esposto al Centre Guillaume le Conquérant, a Bayeux (a circa 8-10 chilometri dalla costa della Manica), piccola cittadina medioevale della Normandia, Francia.³

L'Arazzo di Bayeux rappresenta visivamente i discendenti dei Vichinghi, cioè i Normanni «uomini del Nord», o meglio le persone insediate dalla Scandinavia in Normandia, da loro conquistata e «battezzata» un secolo prima (911 trattato di Saint-Clair-sur-Epte e nascita ufficiale del futuro Ducato di Normandia - X secolo). I Normanni avevano abbandonato le usanze e il modo di vestire dei loro antenati ed erano ormai completamente integrati nelle abitudini francesi (quindi questi Vichinghi sono già Francesi a tutti gli effetti). 

La storia narrata nell’arazzo culmina nella celebre battaglia di Hastings del 1066, immortalata nella seconda parte del ricamo, mentre la prima riguarda le intricate vicende che precedono e giustificano l’invasione.

L'arazzo di Bayeux nella sua vetrina al Museo degli Arazzi di Bayeux
La sistemazione attuale in questa teca è del 1983
foto: © Stéphane Maurice - Museo Bayeux


L'Arazzo di Bayeux mostra dei guerrieri Normanni. La Tapisserie de Bayeux ci invita a scoprire la conquista del trono d'Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore, dal 1064 fino alla battaglia di Hastings del 1066. La lunga ascia, la cotta di maglia al ginocchio, l'elmo conico con nasale e (contrariamente all'immagine diffusa) privo di corna, erano adoperati anche dai Vichinghi.

L'arazzo di Bayeux è una sorta di prefumetto che rimane “in movimento” da più di mille anni. Uomini “precrociati” che attraversano il Canale della Manica in un tripudio di colori.  

Le scene descritte, anche se tratteggiate con una figuratività ingenua, sono curate fin nei minimi dettagli. 


Questa lunga striscia di tela ricamata documenta notevoli illustrazioni di navi inglesi e normanne, costruite nel tradizionale stile vichingo. Le navi furono costruite usando la tecnica del clinker (grandi assi di legno sovrapposte come le tegole di un tetto) e senza cinghia, che potevano essere arenate su qualsiasi costa senza la necessità di porti di acque profonde. La tecnica del clinker - sviluppata dagli scandinavi - consentì la costruzione di barche snelle, veloci ed adatte al mare, anche nelle condizioni climatiche avverse del Nord Europa.  C'erano diversi tipi di barche: il langskip ("longship"), una nave da guerra e il knarr, una nave da carico, ma l'Arazzo non li distingue chiaramente. Prua e poppa erano decorate con teste di drago, che davano alle navi il nome Drekar ("draghi"), un termine usato nel XIX secolo per le navi scandinave. 

L'opera conta 1515 soggetti (raffigura complessivamente 626 persone di cui solo 3 sono donne e 126 personaggi sono personaggi unici e distinti, 202 tra cavalli e muli, 55 cani, 505 altri animali, 37 edifici, 41 navi e 49 alberi) inseriti in 58 scene, di cui la maggior parte corredate da didascalie in latino medioevale e presenta alcuni "anglicismi" ortografici. L'arazzo di Bayeux era destinato alla visione di un pubblico prevalentemente analfabeta, e la struttura delle didascalie risponde a precise logiche narrative e storiche.
 

L'azione si dipana sul tessuto scena dopo scena, come moderne “vignette” con didascalie che accompagnano il “lettore” spiegando il significato delle vicende e fornendo i nomi dei personaggi. 
Una lunga “pellicola” di cronaca medioevale che scorre nella fascia centrale del pannello, mentre la parte superiore e inferiore dell'arazzo è interamente incorniciata tra due bande istoriate dove sono presenti piccole raffigurazioni che presenta un bestiario eccezionale di animali reali (orsi, leoni, leopardi, cani, cavalli, montoni…) e di animali fantastici (centauri, grifoni, draghi…), di cui però non sappiamo con certezza il significato simbolico e l’eventuale collegamento con gli episodi storici. Si riconoscono invece alcuni richiami alle favole di Fedro, come il lupo e l’agnello, il corvo e la volpe, il lupo e la gru.

Arazzo di Bayeux, scena 4: Si intravede l'iscrizione in latino "VENERUNT AD PLENIS ... TERRA" 
che descrive le fasi del viaggio e dello sbarco.

Arazzo di Bayeux, scena 36: Willelm dux in magno navigio transivit et venit ad Pevensae
(Qui Guglielmo attraversa il mare su una grande nave e approda a Pevensey).

Il bel vascello ducale, il “Mora”, offerto al marito dalla duchessa Matilde, porta sulla cima dell'albero maestro la croce benedetta da papa Alessandro III. La vigilia di San Michele, santo patrono della Normandia, il 28 settembre 1066, i Normanni sbarcono a Pevensey, un piccolo porto del Sussex.⁹  

Vi è da parte dei Vichinghi nella descrizione della nave un gusto alle immagini, che oggi diremmo metafore: «destriero delle onde» oppure «ariete del mare», magari «alce del fiordo», talvolta «fenditrice di spuma», qualche altra «cigno del dio mare».¹⁰  

Arazzo di Bayeux, scena 37: La scritta ricamata «MARTE TRAN(...)SIVIT ET VENI(...)» 
descrive l'attraversamento del mare da parte delle truppe normanne.


La descrizione di tutte le 58 scene qui dal sito di La storia Viva 
nell'ottimo post del 4 febbraio 2014 L'Arazzo di Bayeux: trascrizione commento

Se volete vederlo nella sua lunghezza l’arazzo è interamente digitalizzato
con immagini ad alta risoluzione.


 Gli arazzi, nei quali i motivi sono tessuti, devono il nome ad Arras, una località nel nord della Francia, celebre per questo tipo di artigianato tessile. Il termine «arazzo» nasce nel XV secolo (nel corso del 1400), quando i mercanti italiani, provenienti da viaggi nel Nord Europa, chiamarono tutti i tessuti figurati con il nome di “panno di razzo” e poi “arazzo”. Nel Medioevo non esisteva una distinzione precisa fra i termini ricamo e arazzo. Va precisato che le misure dell'arazzo nelle schede tecniche ufficiali e nei testi storici sono espresse in metri e centimetri, e non nelle misure inglesi (piedi o pollici) in quanto l'opera, pur essendo stata fatta in Inghilterra, era esposta in Francia.
Le immagini sono ricamate con quattro diversi tipi di punti Punto Bayeux (3-500), un punto piatto o largo, che  forma i riempimenti e le aree più estese.  Punto erba (1-701) utilizzato per eseguire i contorni, i lineamenti dei personaggi e le iscrizioni che corredano le figure.  Point [de tige] fendu o punto spaccato (1-604). Si tratta di una sorta di punto erba. Anche questo è utilizzato nei bordi che si volevano enfatizzare.  Punto catenella (5-501) utilizzato come il precedente ma con minor frequenza,  soprattutto per dar risalto ad un qualche tratto degno di interesse. È particolarmente evidente nelle didascalie in latino. Altri punti minori ptresenti nel ricamo sono: Punto diviso, più raro, realizzato con filo doppio e un Punto a catenella di esecuzione molto particolare.
La sua tela di lino fine è consumata e strappata, è estremamente fragile; è stata rammendata in oltre 500 punti. Non conosciamo la sua prima storia prima del suo ricomparire nel XV secolo, ma nel corso della sua esistenza è stata piegata, arrotolata, conservata in una cassa, appesa a cerchi metallici e nastri, avvolta introno a bobine e persino inchiodata su. È stata macchiata dalla ruggine e ciò che può essere grasso di candela. I pezzi sono stati tagliati. 
Il Il centro storico di Bayeux ha conservato la struttura dell’epoca medioevale intorno alla magnifica cattedrale di Notre-Dame, inaugurata da Guglielmo il Conquistatore nel 1077, che evidenzia una transizione dall'originario stile romanico normanno fino alla sua attuale magnificenza gotica
Il termine Normanni deriva da Nortmann, dal basso francone antico, a sua volta o direttamente dal norreno Norðmaðr, dall'analogo significato.         
Il tessuto è conservato in una sofisticata teca, una struttura semicircolare/lineare, in cui la temperatura, umidità e illuminazione sono controllate e le particelle di polvere vengono filtrate. Il vetro dietro il quale viene visualizzato è infrangibile e ingrandisce leggermente per migliorare l'apprezzamento delle immagini. 
 L'Arazzo di Bayeux a volte è chiamato anche arazzo della regina Mathilda di Fiandra, moglie di Guglielmo il Conquistatore, che governa in suo nome mentre lui conquista l'Inghilterra nel 1066. La scena inizia con un incontro di Harald Godwinson, Conte di Wessex con il re inglese Edward e termina con la battaglia di Hastings il 14 ottobre 1066. 
L'Arazzo di Bayeux si ritiene sia stato realizzato a Canterbury (Inghilterra), dove si trovava una rinomata scuola di tessitori, intorno al 1070. Probabile che sia stato fabbricato da una comunità di monache inglesi sotto la commissione del vescovo di Bayeux. Quasi tutti gli studiosi ritengono che, se non il disegno preparatorio, quantomeno la realizzazione effettiva del ricamo sia stata opera di donne. 
Questo capolavoro fu probabilmente commissionato dal fratellastro di Guglielmo il Conquistatore, il vescovo Odo di Bayeux, (circa 1036-1097), statista e suo consigliere personale, per decorare la nuova cattedrale di Bayeux, che fu consacrata nel 1077, eretta sulle rovine dell’incendio della precedente. In effetti, Oddone (vedi scena 51) è il personaggio più in evidenza nell’arazzo a parte Guglielmo. Altra tesi, che non è documentata ma restò la predominante per molti anni, è che sia stata la regina Mathilda a commissionare il ricamo al vescovo di Bayeux e il vescovo s'impadronì dell'idea. 
Il pannello decorava, almeno fino alla fine del Quattrocento, la navata centrale 
cattedrale di Bayeux. Alcuni studiosi ritengono, invece, che ogni estate il grande telo istoriato veniva appeso per alcuni giorni lungo il perimetro della navata.
 
Questo tipo di navi, pur nelle varie notevoli differenze ed evoluzioni, hanno tutte le stesse caratteristiche fondamentali. Essa è costituita da una struttura di tavole, con i corsi del fasciame inchiodati l'uno all'altro, ognuno sovrapposto a quello inferiore, calafatati con fune impeciata e legati alle costole per mezzo di vimini, che passano attraverso cunei tagliati nel materiale delle assi. Questo sistema che conferiva alla nave una notevole elasticità nelle tempeste è realizzato con cura ed è un esempio dell'arte dei carpentieri vichinghi. Le parti possono muoversi le une rispetto alle altre, assorbendo notevoli sforzi e ripartendoli longitudinalmente e trasversalmente sull'ossatura; la prua e la poppa si alzano elegantemente e sono decorate con eleganti fregi; il timone, un unico pezzo di legno fatto come la pala di di un remo, è fissato sul lato destro della nave, in prossimità del palo di poppa. Questo timone consente di pilotare l'imbarcazione con ogni genere di tempo senza la minima difficoltà; la stessa abilità dei carpentieri si rivela anche nella forma dello scafo. L'unico albero è in posizione avanzata verso prua, rispetto al centro della nave, ed è in grado di bilanciare i colpi di vento con una semplice vela quadrata. [Billberg I. - La cultura e gli insediamenti contadini durante il periodo del Vichinghi, in "I Vichinghi"; Ed. Giunti, 1989, pp. 88-89]. 
 
Nel Medioevo, le didascalie ricamate o dipinte venivano chiamate tituli. L'uso di Hic scandisce l'inizio di una nuova "scena" o di un nuovo capitolo dell'invasione normanna, separando gli eventi cronologicamente. Tutto si svolge con il contrappunto di quell’Hic (che significa Qui) che apre quasi tutti i titoli posti a corredo delle varie scene, e che serve a legare indissolubilmente il testo scritto al punto esatto del disegno. L'avverbio trasmette un senso di immediatezza e realismo. Dice allo spettatore: «Guarda proprio in questo punto, qui sta accadendo questo fatto storico».
₉ Cerutti M.J. - Eulin. Storie di donne e di lino; Ed. Interlinea, 2026, p. 136 
₁₀ Salvi S. - Il dente azzurro della storia, in "I Vichinghi"; Ed. Giunti, 1989, p. 17. 
   

I Vichinghi si pagavano in tessuti ¹

Fabio Scaletti - dalla rivista "Tecnica della Confezione" n. 227/2002
(a parte le note anche sotto le immagini)


L'abbigliamento della popolazione scandinava medioevale era improntato alla funzionalità. Assai sviluppata l'arte della tessitura, praticata da uomini e donne.

Arazzo di Bayeux, scena 37: La mischia furiosa dello scontro tra gli anglosassoni e i normanni,
 evidenziata dall'iscrizione in latino «IC ANGLI ET FRANCI IN PR[O]ELIO» 
("Qui gli inglesi e i francesi in battaglia").


Manca un capitolo nella maggiore parte delle storie della moda: è quello dedicato ai Vichinghi. Questa lacuna può anche dipendere dal fatto che non si conosce molto del modo di vestirsi delle popolazioni vissute in Scandinavia tra il IX e XI secolo (cioè i Vichinghi), perché scarsi sono i reperti che ne raffigurano il modo di vivere.

Tuttavia, secondo gli studiosi, lo stile del vichingo è ben lontano da quello piuttosto rozzo scolpito nell'immaginario comune. Sembra, anzi, che il vichingo tenesse molto alla sua mise.

Arazzo di Bayeux, scena 48-49: La scena raffigura un gruppo di arcieri normanni
in azione con i tipici archi e abiti del XI secolo


Abbigliamento maschile - La parte inferiore del corpo era coperta da lunghe mutande di lana e da pantaloni² che potevano essere lunghi e sciolti, oppure più corti, come i pantaloni alla zuava, aderenti come quelli da sci o sbuffo, mentre sul busto veniva indossata una tunica che scendeva fino a metà coscia, stretta in vita da una cintura di cuoio, o camicia con lo scollo quadrato e a maniche lunghe. Sulla tunica si portava un mantello senza maniche, fissato sopra la spalla da una fibbia ovale. Il mantello, fatto di un solo pezzo di tessuto, lasciava libero un braccio per poter afferrare la spada. Ai piedi il vichingo sfoggiava calzature fabbricate con un pezzo unico di cuoio ripiegato e tenuto fermo alla caviglia con un cordoncino e talvolta rinforzate da una suola. Guanti senza dita e copricapi, entrambi di lana o di feltro, completavano la sua tenuta, che comunque si caratterizzava per la funzionalità, visto che veniva usata per pescare, lavorare la terra o forgiare i metalli.³

Arazzo di Bayeux, scene 29-31: Harold II assiso sul trono (Hic residet Harold rex Anglorum) 
indossa una lunga tunica coperta da un mantello appoggiato sulle spalle ed allacciato alla gola.  
Accanto a lui è presente l'arcivescovo di Canterbury Stigand (Stigand archi eps) coi paramenti sacri;
all'esterno del palazzo, volti verso la sala del trono, cinque personaggi privi di connotati particolari, 
a rappresentare il resto della società. A sinistra vi è l'aristocrazia militare che rende omaggio a Harold.



Arazzo di Bayeux, scena 51: Arazzo di Bayeux: Oddone di Bayeux 
(fratello minore di Guglielmo il Conquistatore) a cavallo. 
Indossa una veste decorata a motivi geometrici, il gambeson
distinguendosi dai cavalieri in cotta di maglia.


Arazzo di Bayeux, scena 12: Nella seconda metà del XI secolo la gente comune 
indossava calze fasciate da nastri che stringevano alla gamba. 


Abbigliamento femminile - Molto pratico era anche il guardaroba della donna vichinga. Il capo principale era una lunga veste di lana pieghettata, con le maniche di varie lunghezze, che si apriva sui seni per permettere l'allattamento, essendo le gravidanze molto ravvicinate. Era ricoperto da un grembiule di tessuto rettangolare e ricamato, su cui erano attaccati gli accessori per il cucito, oppure da uno scialle trattenuto sulla parte alta del petto da una spilla. I capelli erano avvolti da una specie di foulard legato sulla nuca. Gli indumenti venivano fabbricati in casa da uomini e donne grazie a un telaio verticale appoggiato contro il muro. I fili dell'ordito erano tenuti tesi con delle piccole pietre colorate, mentre quelli della trama venivano infilati con una primitiva navetta azionata a mano. Il filo di lana si otteneva tramite la filatura con la conocchia e i fili della matassa erano ritorti a mano, con l'aiuto di un peso, un cilindretto affilato ai due capi, che poteva essere di legno, terracotta o pietra, e al quale veniva impressa una veloce rotazione. Alla stessa maniera veniva filato il lino. 

Tra i tessuti preferiti spiccavano quelli in seta e in velluto, mentre larga diffusione avevano le pellicce

Le tinte più usate erano quelle naturali, il beige, il marrone e il nero, ma non era raro il ricorso alla tintura, adoperando conchiglie frantumate o erbe e piante.


Per i Vichinghi il telaio casalingo non era solo uno strumento per abbigliarsi ma costituiva una sorta di "zecca" privata. Con esso si realizzava il vadhmàl, il solido panno di lana di montone che, oltre a comporre i capi di vestiario, fungeva da moneta. Molte ammende dovevano essere saldate in unità di peso di quella stoffa, senza scordare che, nella forma di balle stivate nelle navi, rappresentava una merce di scambio utile per pagare le spese dei viaggi per mare. Chissà quante balle di tale panno costò ai Vichinghi la scoperta dell'America prima di Colombo.

Particolare ricamo nell'Arazzo di Bayeux

L'abbigliamento dei Vichingi

Ödman Anders - Museo di Storia, Università di Lund, Svezia
in "I Vichinghi"; Ed. Giunti, 1989
(Le immagini e didascalie sono tratte da questo saggio sulla mostra archeologica a cura dei Musei di Malmö, Svezia - Firenze 2 dicembre 1989 - 28 gennaio 1990)


Intorno al fuoco venivano svolti i lavori tipicamente domestici; le donne lavoravano i propri tessuti, trasformavano il lino in stoffa per camicioni e camicie e con la lana cucivano mantelli, braghe. Il telaio dei Vichinghi è di tipo sospeso, verticale, con contrappesi di terracotta o argilla. L'abbigliamento maschile consisteva in camicia, pantaloni e cotta di lana completati talvolta da un mantello. Quello femminile invece era di solito formato da una sottoveste e da un vestito lungo senza maniche, con spalline che erano tenute all'altezza del petto da una spilla di bronzo; le donne indossavano anche un lungo mantello a strascico, come risulta dalle immagini tramandateci dagli arazzi e dalle pietre scolpite.

I tessuti erano spesso di lino e lana di produzione propria, oppure importati dalla Frisia. La seta cinese era usata per fasce ornamentali per la fronte, per braccialetti o applicazioni decorative sui capi di vestiario. Sugli abiti si trovavano a volte intessuti fili e cordoncini d'oro di origine bizantina. 

Una serie di prodotti dell'artigianato lundense. Dagli scavi di Lund.
foto: ©  L. Westrup, Kulturen, Lund


Tutti avevano bisogno di un fermaglio o di un bottone per il proprio mantello e per la cintura.
Questi fermagli e spille erano realizzati in materiali e forme diverse: bronzo, stagno e ferro, fusi, forgiati oppure torniti. [...] La produzione utilizzava il corno di cervo che veniva raccolto al momento della muta.⁶ 

Guanto di lana, lunghezza 23 cm; ago di osso, lunghezza 8.3 cm; sec. XI
Ritrovamento: Lund, Svezia 
foto: ©  L. Westrup, Kulturen, Lund


Nel periodo dei Vichinghi per la produzione di guanti, berretti e calze ci si avvale della tecnica dell'uncinetto. Ancor oggi si portano guanti invernali fatti all'uncinetto. Con il filato di lana e un uncinetto di osso, si infilavano le maglie fermandole a quelle della fila precedente, ottenendo un tessuto caldo e resistente. I guanti erano usati anche per i lavori più pesanti.⁷ 


La scarpa bassa presenta la suola appuntita posteriormente.
Sul davanti si trovava un'applicazione cucita.


Le calzature subirono numerose variazioni, a seconda della moda, durante il periodo dei Vichinghi. In ogni caso non vi erano diverficazioni tra scarpe invernali o estive da uomo, da donna o da bambino. A giudicare dalle numerose calzature consumate riportate alla luce nelle più antiche città scandinave, tutti, ricchi e poveri, portavano calzature. In inverno si usavano anche calze o, nei casi più poveri, si riempivano le scarpe di paglia. Dopo circa sei mesi, riparate e riconsumate, venivano gettate nella discarica. 
I calzolai avevano quindi delle entrate sicure. In campagna la loro era un'attività ambulante, ma in città avevano calzolerie a carattere permanente e banchi di vendita. 
A Lund sorgevano inoltre alcune concerie, dove i calzolai e i pellettieri acquistavano la materia prima. Le suole ricordano quelle di oggi, ma posteriormente finivano a punta, risalendo lungo il calcagno. Questo modello passò di moda agli inizi del secolo XII. 
Le calzature erano allacciate come oggi sul davanti, ma le stringhe venivano passate intorno alla caviglia. Se la scarpa era alta, si avvolgevano più volte le stringhe intorno alla calzatura.⁸ 


 Per lungo tempo, il termine «Vichinghi» ha simboleggiato nel mondo tutta la preistoria scandinava. Questo concetto venne usato anche per dare agli abitanti dei paesi scandinavi un orgoglio nazionale: una autolegittimazione storica a livello internazionale. I paesi d'origine dei Vichinghi erano la Scandinavia, corrispondono agli odierni stati di Norvegia, Danimarca e Svezia. Da queste terre del Nord Europa partirono per esplorare, commerciare e conquistare. I Vichinghi sono vissuti durante l'Alto Medioevo, in un periodo noto come Epoca vichinga, compreso tra la fine dell'VIII secolo e l'XI secolo d.C. (convenzionalmente dal 793 al 1066 d.C.). Per Epoca o Era dei Vichinghi alcuni intendono le popolazioni norrene: il termine "norreno" indica l'intera popolazione scandinava del periodo. 
La parola "vichingo"
, la cui etimologia è incerta, oggi nell'ipotesi più accreditata, la si fa derivare da víka, che indica la distanza percorsa in mare alternandosi ai remi. Il víkingr (deriva dall'antico norreno) sarebbe quindi "colui che fa un turno ai remi" o un rematore. Vík significa "baia" o "insenatura" mentre víkja significa "deviare" o "allontanarsi". Gli scandinavi dell'epoca medievale non si autodefinivano "vichinghi" come gruppo etnico. Per loro era un'azione (andare í víking significava partire per una spedizione).

 Più che di pantaloni dovremmo dire calzamaglia
che erano strette e aderenti alle gambe, di lino o di lana. La calzamaglia è considerata l'antenata dei pantaloni ed era l'indumento tipico per le gambe degli uomini nel tardo Medioevo.  All'inizio erano due gambe di stoffa o lana separate (chiamate chausses), tagliate in sbieco per dare elasticità prima dell'invenzione dei tessuti elastici.  Venivano allacciate direttamente alle brache (la biancheria intima dell'epoca) o legate alla cintura.  Con il passare del tempo e l'accorciarsi delle tuniche nel corso del XIV secolo, le due parti si sono unite nella zona pelvica. Lo stesso termine pantaloni nasce tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento. I pantaloni antichi erano formati da due gambe separate che venivano legate insieme. La lingua italiana ha tenuto il plurale (i pantaloni) per indicare le due aperture destinate alle gambe. Calzamaglia è invece al singolare perché il nome unisce due parole già singolari: calza e maglia.
 L’abbigliamento rappresentava la classe sociale a cui si apparteneva: una tunica al ginocchio per i ceti bassi e due tuniche una lunga sotto e, a seconda dell’occasione, una media o lunga sopra.
I contadini costituivano il 90% della popolazione durante questo periodo. Molti erano agricoltori o artigiani che non potevano permettersi gli stili sontuosi che hanno dominato la corte reale. Gli uomini indossavano tuniche corte, strette di lana o pelle e brache corte di lana, stile che risentiva dell’influenza romana. I contadini, gli operai e i servi indossavano una semplice tunica che era fermata in vita da una cintura, gli uomini più poveri, avevano un’unica tunica di lana in quanto doveva servire anche nei mesi più freddi.
I nobili indossavano una lunga tunica di lino a contatto con la pelle, in lino, senza particolari ricami o decorazioni, priva di bottoni doveva rimanere larga per agevolare la vestibilità, la tunica sopra variava di lunghezza, da metà gamba alla caviglia, ma in entrambi i casi aveva orli molto decorati e spesso era di seta o di lana.   [Vestioevo - 17/08/2014]

₄ 
Il gambeson (o aketon ) è una tunica imbottita indossata generalmente da sola come protezione o sotto l'armatura in quanto assorbe i colpi contundenti, protegge da tagli e impedisce alla cotta di maglia di ferro o all'armatura di sfregare contro il corpo, mantenendo flessibilità e facilità di movimento. Presenta motivi geometrici a losanghe o a scacchiera.
₅ I colori utilizzati nel ricamo con filato di lana sono otto, escludendo il tessuto di fondo di una tonalità grigio-giallastro, che però non resta solo un retro figura, ma interagisce con le stesse;  infatti, il colore di fondo compare come colore principale nelle raffigurazioni della testa, delle mani, delle gambe e dei piedi, quest’ultimi quando nudi, dei personaggi rappresentati come riempimento interno a un contorno tessuto di vari colori. Anche i cavalli presentano una colorazione particolare: verde, blu, giallo e rosso. Il rosso di Bayeux è una delle tinte principali usate per colorare in modo anticonvenzionale elementi come i cavalli o i contorni delle scene, oltre che l'abbigliamento.  Nel Medioevo il rosso era un colore forte e ambivalente, associato sia al fervore religioso sia alla violenza delle azioni militari. Le lane sono state tinte con solo tre pigmenti naturali che hanno dato origine a nove diversi tipi di sfumature: la robbia, per i rossi terrosi” di tonalità aranciata e bruno-violaceo;  la guada (o luteola), per il giallo / ocra;  l’indaco, per il blu-nero, il blu scuro, il blu medio ed il verde chiaro; un misto di indaco e guada, per il beige ed il verde scuro.
₆  Cinthio M. - La vita in una città vichinga, in "I Vichinghi"; Ed. Giunti, 1989, p. 65.
₇ "I Vichinghi"; Ed. Giunti, 1989, pp. 126 - 127. 
₈ "I Vichinghi"; op. cit., pp. 128 - 129.         

 Curatore: Rames GAIBA