19 luglio 2017

GHO

Gho [go]

Abito nazionale del Bhutan; introdotto nel 1600 da Shabdrung Ngawang Namgyel. Foggiato a vestaglia; nella struttura è identico al chuba tibetano, anche se è indossato in modo diverso. La veste, lunga fino a terra, è portata sopra una tunica della quale si risvoltano i polsi all'esterno. La veste viene sollevata fino al ginocchio e trattenuta da una cintura, quindi si rimborsa sul davanti in modo da formare una sorta di sacca nella quale è possibile conservare gli oggetti personali, infine si rimborsa anche sul dietro. Negli ultimi anni si è diffusa l'abitudine di indossare il gho con calzettoni fino al ginocchio e scarpe di stile occidentale.




È chiamata anche kho, gom oppure go.



La versione femminile si chiama kira.



Rames Gaiba
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18 luglio 2017

GUANTO

Guanto - dal francese antico guant, che risale al francone want.


Accessorio dell'abbigliamento sia maschile sia femminile, che riveste e protegge la mano e, in qualche caso l'avambraccio. I guanti possono avere funzioni diverse e specifiche di una particolare attività, proteggendo le mani da agenti esterni diversi dal freddo come il caldo, il danneggiamento fisico come la frizione, l'abrasione, o il danneggiamento chimico o biologico. I guanti da donna possono essere puramente un accessorio estetico, legati all'erotismo, come i guanti da sera. Vi sono modelli particolari per l'abbigliamento sportivo.
I guanti possono essere con o senza dita, oppure possono avere un'unica apertura per le quattro dita, e una per il pollice.
Oggi sono realizzati in svariati materiali, come pelle, lana, fibre sintetiche, cotone, ecc., a seconda anche dei molteplici usi. 

Parti del guanto "classico":
  1. parte superiore della mano: le punta delle dita sono arrotondate;
  2. parte inferiore della mano: le punta della dita sono allungate;
  3. taglio del pollice;
  4. pollice piegato;
  5. triangolino per "soffietto" del pollice;
  6. spessore da cucire fra la parte sopra e la parte sotto delle dita;
  7. striscia per bordare la parte alta del guanto;
  8. striscia per bordare l'apertura dei bottoni;
  9. rinforzo dell'apertura.


Unità di misura del guanto è il piede (324 mm) che si suddivide in dodici pollici (27 mm). Le taglie del guanto da donna, più usate, sono 6½ - 7 - 7½ - 8; quelle da uomo sono 8 - 8½ - 9 - 9½ - 10. La taglia si controlla misurando, con un nastrino graduato in pollici, l'intero giro della mano nel punto dove le dita si articolano nelle ossa del metacarpo. La lunghezza del guanto si esprime in  pollici o bottoni e misura la distanza a partire dalla base del pollice fino all'orlo del guanto.

Francese: gant 
Inglese: glove
Tedesco: handschuh
Spagnolo: guante

STORIA - Indumenti antichissimi. Se ne han notizia in alcuni episodi mitologici e ne sono stati scoperti esemplari nella tomba di Tutancamen. Fin dalle loro origini hanno rappresentato un segno di distinzione legato al rango e al potere di chi li portava e solo in seguito sono diventati un accessorio utile per coprire le mani. Nel Rinascimento si usavano guanti dorati con fenditure per gli anelli. In Italia si fabbricavano guanti profumati e anche "avvelenati" alla moda di cesare e Lucrezia Borgia. All'epoca del re Sole nascevano i mitains: mezzi guanti che coprivano il dorso e il palmo della mano lasciando libere le dita per mostrare preziosi gioielli. Famosi i guanti alla moschettiera con una imboccatura molto ampia, in sintonia con quella degli stivali. Nel '700 erano abilissimi e ricercati i guantai napoletani; con l'impero i guanti, realizzati in capretto e con tenui ricami fatti con i capelli, diventavano lunghissimi e coprivano tutto il braccio fino alle ascelle. Qui si distinguevano i guantai parigini che iniziavano a firmare ogni loro creazione. Solo in questo periodo i guanti cominciavano a diventare utili per scaldare le mani: si iniziava a fare i mezzi guanti in maglia da tenere in casa. Nell'800 i guanti femminili costituivano veri oggetti di tortura tanto erano stretti, secondo la moda per cui piedi e mani dovevano apparire piccoli. Nella Bella Époque i guanti da sera ritornavano lunghissimi e affusolati con una fessura all'altezza del polso per essere sfilati più comodamente. Nascevano poi i primi guanti sportivi, in pelle e in altri materiali e si diffondevano quelli a maglia.


Uomo dal guanto (1523 circa)
Tiziano Vecellio (1488/1490 - 1576)
olio su tela, cm. 100 x 89
Museo del Louvre - Parigi, Francia




Rames Gaiba
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17 luglio 2017

GINESTRA

Ginestra - dal latino genesta(m) o genista(m), di origine sconosciuta.


Fibra vegetale proveniente dal libro del "Cytisus scoparius" o "Spartium junceum" [1], estratta per macerazione della pianta omonima. Arbusto sempreverde a forma cespugliosa, alta fino a 5 metri e con rami giunchiformi color verde scuro. Si riesce ad estrarne circa il 20% in peso partendo dai ramoscelli secchi, inoltre la lavorazione presenta grandi difficoltà soprattutto perché i fasci fibrosi sono tenacemente saldati ai tessuti corticali. La fibra piuttosto grossolana e irregolare e con varie impurità, ha una lunghezza fra i 5 e 10 centimetri. [2]

In Italia la si trova in molti luoghi fra cui in Toscana, nell'Umbria, in Basilicata e nella Calabria.





IMPIEGHI: La fibra è impiegata raramente per la fabbricazione di filati, cordami, sacchi e tessuti per la casa (biancheria, tendaggi, tovagliati, copriletti, tappeti) e per abbigliamento artigianale fra cui anche borse, cinture e cappelli.

CODICE TESSILE: GI (EURATEX)

CURIOSITA' - Dai rametti nuovi, prima o durante la fioritura di alcune specie di ginestra (Ginestra africana, Genista tinctoria) si ricava un colorante giallo, molto resistente.

RIF. LETTERARIO -  Per dirla con le parole di Cesare Meano [3] la ginestra è “entrata nella gloria per virtù d'uno dei più grandi poeti del mondo”, lirica che chiude i Canti di Giacomo Leopardi «La ginestra, o fiore del deserto», scritta nella primavera del 1836 a Torre del Greco nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nel 1845.

 

[1] L'etimologia della parola greca spartos” sta a confermare la tradizionale utilizzazione della fibra nella produzione di stuoie, corde e manufatti vari. (Francesco De Simone, L'arte della tessitura a Longobucco, ed. Ferrari, 2008, pp. 27-28). 
[2] Mariella Azzali, Dizionario di Costume e Moda, ed. m.e. architectural book and review, 2015, voce  “Ginestra odorosa”, p. 422
[3] Cesare Meano, Commentario Dizionario Italiano della Moda, ed. Ente Nazionale della Moda, 1936, p. 180 


Rames Gaiba
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7 luglio 2017

SEGNATAGLIE


Oggetto a forma di sezione di tubo di plastica (in genere di mm. 3) che viene attaccato alla gruccia degli abiti per indicarne la taglia (con prevalenza dei numeri pari). I colori più usati sono il rosa, il giallo, il verde, l'arancione, l'azzurro.





Rames Gaiba
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6 luglio 2017

NETSUKE

Netsuke - termine giapponese; da ne, "legna", e tsuke, "bottone".

Accessorio decorativo giapponese, in materiali pregiati, di solito in avorio o in legno, concepito fondamentalmente come piccolo contenitore in quanto i kimono giapponesi non avevano le tasche, così i piccoli oggetti o cose che le persone si portavano appresso venivano messi in dei contenitori (inro) appeso  a una cintura chiamata obi di seta tramite una corda (himo), e per evitare che questi contenitori scivolassero via, all'estremità opposta della corda veniva attaccato il netsuke. Queste piccole sculture (generalmente di tre o quattro centimetri) erano forate da due buchi per i quali passava un cordoncino in seta ed erano destinate a fissare alla cintura del kimono piccoli oggetti (esempio, la scatoletta delle medicine, o la scatola del tabacco, o l'astuccio della pipa tradizionale giapponese). Un accessorio che è dunque nato come oggetto funzionale ai bisogni del vivere comune e che è sempre stato destinato all'uso concreto e quotidiano anche quando di pregevole fattura e di materiale prezioso.

Oggi sono anche oggetto di ricercato collezionismo.

I netsuke sono conosciuti in Occidente anche con il nome di bottoni giapponesi. 


Netsuke, Giappone, 18° secolo
airone in madreperla su fondo d'oro


Netsuke, Giappone, primi anni del 19° secolo.
tigre realizzata in avorio con gli occhi realizzati in corno.
British Museum - Londra



STORIA - La sua storia comunque è relativamente recente. Pare che i netsuke siano stati inventati verso gli inizi del Cinquecento e che dapprima consistessero in semplici pezzi di legno o di altro materiale povero. Successivamente, nelle mani di abili artigiani, divennero degli autentici oggetti d'arte. Il periodo di massima fioritura artistica dei netsuke va dalla metà del Settecento alla fine del periodo Tokugawa, nel 1868. Diversi furono i materiali usati: vari tipi di legno pregiati (ciliegio, bosso, cipresso, dispero), avori (di ippopotamo, cinghiale, narvalo), corni (di cervo o rinoceronte), ossi, lacche, bambù, becchi di tucano. Ogni materiale reperibile in Giappone e lavorabile. Due sono le principali correnti iconografiche: da un lato le figure legate all'epoca settecentesca con le fantasiose rappresentazioni di soggetti mitologici, di leggende e di fiabe, dall'altro immagini ispirate dagli studi naturalistici di faune e flora. Ma sempre, pur nella gran varietà di rappresentazione, dovevano mantenere la caratteristica della rotondità o, per lo meno, essere privi di angoli. [1]


Netsuke, Giappone, metà del 19° secolo.
avorio con sumi-e (墨絵), [2] e doppi intarsi, cm. 4.7 x 3.1 x 1.5





[1] a cura di Bina Pagano, Bottoni, ed. Federico Motta, 2002, testo di Marika Rossi Salgarelli.
[2] Con i termini giapponesi sumi-e (墨絵) e suibokuga (水墨画), oppure con la parola cinese shuimohua (水墨画), si indica uno stile pittorico monocromatico dell'Estremo Oriente che utilizza solo inchiostro nero, il sumi, in varie concentrazioni.




Rames Gaiba
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5 luglio 2017

OBI

Obi - termine giapponese.

La fascia con cui si chiude il →kimono,. L'obi da donna è ampio e rigido, quello da uomo è stretto e di solito più morbido; quello femminile può essere semplice fino ad arrivare ai modelli più importanti per gli abiti da cerimonia, dove il tessuto è in broccato. La legatura posteriore dell'obi da donna, fissata dietro con un ampio nodo, che si va a realizzare con l'obi determina l'eleganza del capo: l'obi, infatti, può essere lungo anche svariati metri, questo per permettere una legatura imponente.





L'obi funge da portaoggetti, essendo il kimono privo di tasche, l'obi dunque è dotato di alamari con dei cordoncini dove appunto sono appesi gli oggetti necessari (la stessa tecnica veniva utilizzata dai Samurai per infilare la "Katana"), i netsuke (sono conosciuti in Occidente anche con il nome di bottoni giapponesi), un accessorio  funzionale ai bisogni del vivere comune e che è sempre stato destinato all'uso concreto e quotidiano anche quando di pregevole fattura e di materiale prezioso.


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Insegne di negozio di ombrelli a Barcellona (Spagna)

Casa Bruno Quadros“Casa de los Paraguas” (Casa degli ombrelli)

La Casa si trova sulla Rambla de Sant Josep, altrimenti detta Rambla dels Flors, di fronte al mercato della Boqueria, dove nel dicianovesimo secolo si teneva il mercato dei fiori. 


L'edificio, già esistente, è stato ristrutturato nel 1883 (nel 1888 si tenne la I Esposizione Universale a Barcellona) ed è opera dell'architetto Josep Vilaseca i Casanovas (Barcellona, 1848-1910) lo stesso dell'Arco di Trionfo nella città. 




E' in stile modernista catalano, con il gusto delle decorazioni orientali. Il suo lavoro riflette l'andamento delle influenze orientali, che si diffonde in tutta Europa, da Parigi, alla fine del XIX secolo. Al piano terra vi era un negozio di ombrelli e ventagli.

Le varie applicazioni sulle facciate richiamano lo stile dell'arte déco.
 














Sull'angolo del palazzo si staglia, in ghisa, un temibile drago cinese (uno dei tanti che si incontrano a Barcellona) in possesso di una lampada ed un ombrello. L'elemento più evidente sulla facciata della casa è il drago in ghisa, in possesso di un ombrello. 







CASA BRUNO QUADROS
Rambla de Sant Josep o Rambla dels Flors 82
Llano de la Boqueria, Barcelona


Rames Gaiba
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4 luglio 2017

OMBRELLO

Ombrello - dal latino medioevale umbrella, diminutivo di umbra, ombra.

Oggetto portatile oggi usato esclusivamente per ripararsi dalla pioggia, con copertura in stoffa resistente all'acqua, divisa in spicchi, in modo da dargli aperto una forma di calotta sferica. Un tempo accessorio molto comune nell'abbigliamento, utilizzato anche in sostituzione del bastone da passeggio, adoperato durante il periodo della bella époque per difendersi dal sole (di qui il termine parasole).

E' costituito dall'impugnatura, dalle stecche e dalla copertura. L'impugnatura (manico) oggi si costruisce generalmente in legno (ricoperto o meno di pelle) o metallo cromato o dorato, in varie fogge secondo la moda; essa si prolunga in un asta di metallo o legno più o meno lungo, ben calibrata e levigata perché vi possa scorrere liberamente il collare che unisce le bacchette; termina con il puntale per lo più di metallo. Le bacchette (o stecche) sono di ferro o di acciaio a sezione tonda o ad U e in ogni caso molto flessibili. A un estremo esse vengono imperniate sul collare e all'estremo opposto sono munite di un forellino che serve a fissare la stoffa di copertura. Alla metà circa delle stecche sono fissate a cerniera le forcelle, anche esse di metallo, che all'altra estremità vengono imperniate sul collare. Il numero delle bacchette, e quindi delle forcelle, va da un minimo di 6 a un massimo di 24. La copertura è eseguita con stoffe, generalmente, di taffetà di poliammide, poliestere, poliestere/cotone, cotone misto con seta in diverse proporzioni (gloria, a bassa percentuale di seta; royal al 20-25% di seta; tramé al 40-50% di seta). Dal tessuto si preparano tanti triangoli (in numero uguale a quello delle bacchette) leggermente curvilinei che vengono poi ricuciti fianco a fianco in modo che i vertici concorrono a uno stesso anello. Questo viene poi infilato sull'asta e fissato, mentre le basi dei singoli triangoli di stoffa vengono fissate alle punte delle bacchette.

Francese: parapluie
Inglese: umbrella
Tedesco: Schirm
Spagnolo: paraguas

STORIA - L'origine è legata al sole sereno, al sole sfolgorante; ce lo dice l'etimologia (ombra): quando nacque era il parasole, non il paracqua. La sua invenzione si perde nella notte dei tempi; in origine ebbe un significato soprattutto religioso, essendo simbolo di divinità e potenza. Come tale compare in rilievi assiri, in Egitto, in Cina. In Grecia fu attributo di molte divinità; ombrelli venivano portati nelle processioni di Poseidone, di Bacco, ecc. ad Atene. In seguito divenne soltanto segno di nobiltà, e oggetto di uso comune, più o meno lussuoso. Mentre sopravviveva nell'uso liturgico della Chiesa, solo verso il XV sec. si ritornò all'uso pratico dell'ombrello da sole o da pioggia, generalmente ricoperto di cuoio. I Gesuiti importarono poi dall'Estremo Oriente, l'uso di ricoprire gli ombrelli di seta leggera. Dal XVII sec. in poi l'ombrello, di fogge svariatissime secondo la moda, fu sempre in gran voga, come accessorio dell'abbigliamento femminile, talvolta di raffinata eleganza nell'impugnatura e nelle guarnizioni (pizzi, ricami in seta, piume, ecc.). La trasformazione in parapioggia si ebbe solo nell'800, con ombrelli in tela cerata, e strutture in canna, in legno, e anche in stecche di balena.
 

Studio per "Una strada di Parigi, in un giorno di pioggia", 1877 
Gustave Caillebotte (1848-1894)
olio su tela


La linea semplice vince a San Siro (1959)
Brunetta [Brunetta Moretti *], (1904-1989)
tempera e china su carta, cm. 35.6 x 24.7

[*] Brunetta, come è più conosciuta, è stata una pittrice e illustratrice di moda. Disegno per la copertina dell'inserto «Il Giorno della donna» pubblicato ne «Il Giorno» del 8/4/1959.

CURIOSITA' - In alcune regioni dei Balcani gli sposi si presentano alla cerimonia con due grandi ombrelli: la sposa terrà il suo per il puntale, lo sposo normalmente per il manico.

Insegne di negozio di ombrelli a Barcellona
(post di Rames Gaiba)
      



Rames Gaiba
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3 luglio 2017

MADREPERLA

Madrepèrla - composto da madre + perla; dal latino medioevale mater perlarum «madre delle perle», in quanto popolarmente tale erano considerate .


1. Strato interno di materia dura, a riflessi iridescenti, che si trova  in numerose specie di conchiglie di alcuni molluschi (dei generi Meleagrina, Pinna, Malleus, Anodonta, ecc.), costituito da sottilissimi strati di carbonato di calcio aragonitico e dall'8 al 10% circa di una sostanza organica chiamata conchiolina. Le località principali per la raccolta della madreperla corrispondono soprattutto a quelle dove si trovano le perle più pregiate: Australia settentrionale e orientale (bianca con i riflessi cangianti allungati o quella bruciata dai riverberi più scuri quasi bronzei), Nuova Caledonia, Tahiti (dai bagliori verde grigi, che viene chiamata anche “nera”, isole Gambier, le coste del Messico che si affacciano sull'oceano Pacifico, il Madagascar. Bisogna fare eccezione per Sri Lanka, dove le ostriche perlifere, molto piccole, danno un tipo di madreperla troppo sottile per essere utilizzato. Le conchiglie, un tempo abbondanti, sono minacciate dal crescente inquinamento delle acque. Il valore della madreperla dipende dalla grandezza, dal colore, dallo spessore, dall'iridescenza.

La lavorazione, per quanto riguarda il bottone, è  lunga e meticolosa e comincia con tagliare i dischi della conchiglia che, selezionati, vengono spianati manualmente e subiscono una tornitura semiautomatica da ambo le parti. Una volta forati i dischetti, già in sembianza di bottone, si sbiancano in bacinelle con acqua ossigenata, e passano ad una “burlonatura” in cilindri con acqua e pomice. Si ottiene la lucidatura più perfetta con semolino di corozo. Il processo vale per i normali bottoni a quattro o a due buchi. La moda e lo stile hanno ulteriori esigenze che vengono assolte modellando e incidendo i bottoni con grafie diverse, usando  in taluni casi come faccia la parte della “crosta” anziché quella levigata. [1] 


conchiglia di madreperla e bottone
Museo del Bottone - Santarcangelo di Romagna



IMPIEGHI: E' utilizzata per fabbricare ornamenti, bottoni (anche gioiello) e piccoli monili, spesso caratterizzati da una lavorazione artigianale e destinati ad una fascia di lusso. La sua polvere è utilizzata anche per il trucco, negli ombretti e nelle ciprie.


Francese: mother of pearl
Inglese: nacre
Tedesco: perlmutter
Spagnolo: nácar

In alternativa alla madreperla, venne introdotta al principio del Novecento una qualità di conchiglia, meno pregiata, chiamata trocas.

RIF. LETTERARIO - «... Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto...» Dino Campana, da “Canti orfici - Notturni - L'invetriata”, 1913.  

2.
Colore simile a quello di tale sostanza.

Madreperla artificiale

Fatta a imitazione della madreperla naturale, presenta una maggiore iridescenza per l'aggiunta di ioduro di bismuto al nitrato basico di bismuto finemente triturato e compresso, mescolato con un prodotto legante.
[2]



[1] Vittoria de Buzzaccarini - Isabella Zotti Minici, Bottoni & bottoni, ed. Zanfi, 1995, pp. 123-125
[2] Mariella Azzali, Dizionario di costume e moda, ed. m.e. architectural book and review, 2015, voce "Madreperla artificiale", p. 535
 



Rames Gaiba
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30 giugno 2017

ROCCATURA


Ind. tess. - Rappresenta l'operazione di confezione alla fine del ciclo di filatura; il filato greggio o candeggiato, viene raccolto su rocca di forme e dimensioni variabili. Nel percorso del filo, dalla bobina di alimentazione alla rocca in formazione, sono inseriti gli accessori che regolano la tensione del filo e soprattutto il dispositivo di stribbiatura, atto ad intercettarne le irregolarità.





Francese: bobinage
Inglese: winding
Tedesco: spulen
Spagnolo: cruzar



Rames Gaiba
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RAFIA (RAFFIA)

Rafia (Raffia) - nome italiano delle palme del genere Raphia. Il termine generico deriva dal greco raphis = ago, aculeo, in riferimento ai frutti appuntiti.

Fibra tessile ricavata dalle foglie di una palma (la Raphia ruffia) originaria del Madagascar e dell'Africa Orientale. Dalle grandi lunghe foglie (anche due metri), poste alla sommità del fusto, si ottengono strisce di fibre robuste (detti "nastri di rafia"), molto resistenti ed elastiche.

IMPIEGHI: Viene principalmente usata come materiale da intreccio per produrre panieri, cesti, stuoie, tele grossolane, ma in taluni casi generalmente in mischia con altre fibre, è usata nell'abbigliamento (borse, cappelli) per ottenere effetti moda.

Dalle foglie di una palma nana, originaria del Marocco, si ricava la fibra denominata
dum-dum.

CODICE TESSILE: AF (EURATEX) - La fibra Rafia non è compresa nella Tabella 1 e quindi va indicata come Altre Fibre.


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29 giugno 2017

BAMBOO (BAMBÙ)


Pianta sempreverde cespi tosa (Phyllostachys bambusoides), rustica e vigorosa, originaria delle regioni asiatiche centro-orientali. Se ne conoscono oltre 1.000 specie sulla Terra. Si adatta a molti climi; tollera gli estremi di precipitazioni (da 30-250 pollici di pioggia all'anno). Versatile con un ciclo corto di sviluppo (può essere raccolta durante 3-5 anni contro 10-20 della maggior parte dei legni dolci, è quindi la pianta boscosa crescente più veloce di questo pianeta), viene raccolta annualmente. E' una pianta riscoperta dal punto di vista tessile nell'ottica di una moda ecologica e naturale. La fibra si ricava dal fusto della pianta, e può raggiungere anche i 20 mt. I fusti maturi vengono tagliati e messi in acqua a macerare per divenire un fascio di fibre, che vengono poi battute, pettinate e cardate fino a trasformarsi in filato.



CARATTERISTICHE: Per la particolare struttura pentaedrica la fibra di bambù presenta micro cavità che favoriscono la traspirazione e il passaggio ottimale dell'umidità verso la superficie. Coltivata senza l'ausilio di pesticidi e poi lavorata esclusivamente con sostanze ecologiche, ha proprietà antibatteriche, è libera da inquinanti, 100% biodegradabile. Contiene inoltre la pectina del miele, una sostanza naturalmente impermeabile ai raggi UV. Per l'eccellente tenacità naturale della fibra, i tessuti in fibra di bambù mantengono le proprietà di stabilità, resistenza alle pieghe e antipilling anche dopo ripetuti lavaggi. Morbido e fluido alla mano, il prodotto finito risulta caratterizzato da una pacata brillantezza cromatica. Si presta ad essere tinto in solidissime tinture, stampato e trattato sia per la tintura in capo, sia per innovative spalmature da delavare successivamente alla confezione.

IMPIEGHI: abbigliamento sportivo, camicie fresche e leggere. Ha un utilizzo anche nell'edilizia, condutture d'acqua, ecc.

CODICE TESSILE: AF (EURATEX) - La fibra Bamboo non è compresa nella Tabella 1 e quindi va indicata come Altre Fibre.



 Rames Gaiba
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28 giugno 2017

BOTTONE

Bottone - dal francese medioevale bouton, che a sua volta deriva dal germanico botan, originariamente, germoglio, bocciolo.

Piccolo dischetto o pomolo di materiale vario che cucito a un lembo di un capo di vestiario viene infilato nell'asola per tenere unita l'allacciatura (rare volte è usato solo come elemento decorativo, sopratutto negli abiti femminili). Ha subito nei tempi tutti i mutamenti della moda assumendo diverse fogge, a volte di forma importante e materiale prezioso, altre di piccole dimensioni e di materia povera. Bisogna fare molta attenzione nella scelta: se sono troppo pesanti rispetto al tessuto possono tirarlo. Per stoffe di peso leggero o medio è meglio usare modelli leggeri e piatti.

I bottoni possono essere di materiali diversi, e sono lavorati con una tecnica speciale per ognuno di essi (tornitura, stampatura, foratura, ecc.). Molto importanti risultano le finiture che possono essere differenti anche sullo stesso articolo (esempio: centro opaco e bordo lucido). Le incisioni laser in superficie concorrono alla personalizzazione dell'articolo che, con questa tecnica, s'impreziosisce del logo o di un motivo a richiesta del cliente. Il laser rappresenta proprio una delle tecnologie più recenti che ha una resa di altissimo livello specialmente su materiali naturali (corozo, madreperla, ecc.), galalite, metallo.

Francese: bouton
Inglese: button
Tedesco: Knopf
Spagnolo: boton

Si dividono in:

Bottoni naturali - Animali: avorio, osso, corno,  unghia, madreperla,  trocas, tartaruga, corallo, ambra, cuoio (tassativamente sui loden), ecc.; Vegetali: ebano, mogano, tek, corozo, palma dum, tessuti, cartoni pressati, gavazzo o legno fossile, ecc.;   Minerali: oro, argento, rame, bronzo, peltro, platino, alluminio, ottone, alpacca,  zama,  tombacco, similoro, vermelle, latta, acciaio inossidabile, pietre dure, semipreziose, vetro, cristallo, porcellana, ecc.

Bottoni sintetici (resine) - Il bottone sintetico è quello con la maggiore diffusione sul mercato, e permette di imitare qualsiasi tipo di superficie da quelli naturali fino a quelle fantasia con giochi di colore ed effetti grafici. Si tratta di materiali che presentano  una straordinaria predisposizione a una produzione in serie (meccanizzazione della manifattura), facili anche da tingere. I materiali di base vengono preparati in lastre o barre, che sono le basi del ciclo di lavorazione. In seguito dalle lastre e dalle barre vengono tagliate le rondelle o dischetti di vario diametro (semilavorato) e infine si arriva al bottone finito. Il principale materiale è il poliestere, la galalite, resine uriche, ABS nylon, acrilico, ecc. Molti di questi materiali hanno un costo medio-basso.

I bottoni piatti sono spesso forati (2 o 4 fori) per permettere il passaggio del filo con cui vengono cuciti all'indumento. Quelli di metallo sono provvisti di un gambo in cui passa il filo.

Altri tipi di bottone sono:
  • Bottone da passamaneria - Hanno un fondello interno (in  metallo stampato o in legno ritagliato e tornito) ricoperto di stoffa.

Francese
: bouton revetu de tissu
Inglese: fabric convered button
Tedesco: stoffbezogener Knopf
Spagnolo: boton forrado de tela
  • Bottone a pressione - Consiste in due sezioni: la parte esterna del bottone (ovvero la testa dello stesso, che è quello sulla calotta e che si presta alla personalizzazione) si fissa con l'occhiello; la parte interna penetra nel tessuto dall'interno del vestito e viene fissato nel gambo del bottone per mezzo di una macchina speciale. Non ci sono fili che si disfano o vengono abrasi e la larga base di tenuta distribuisce il carico che viene posto al bottone quando viene usato. Le due parti possono essere di ottone o acciaio e il bottone può avere un disegno decorativo o logotipo, ma deve resistere alla ruggine. Una volta attaccati al capo, non possono essere spostati e così è importante che il posizionamento sia molto accurato. Il tessuto del vestito deve essere sufficientemente forte per sostenere lo stress al quale un simile bottone sarà soggetto, con l'aggiunta di un rinforzo se necessario. E' realizzato con i materiali più diversi, dal classico ottone, alla zama, dalla plastica all'alluminio; l'acciaio inox si utilizza invece sui capi da lavoro (esempio: personale ospedaliero, addetti all'industria chimica).

Francese: bouton à pression
Inglese: snap fastener; spring button
Tedesco: Druckknopf
Spagnolo: corchete a presion; boton a presion

  • Bottone automatico - Gli automatici o borchie sono disponibili in una varietà di forme, ma tutte sono composte da quattro elementi: un cappuccio e uno zoccolo che si adattano l'un l'altro e formano la parte esterna della chiusura, denominata «femmina», poi un bottoncino e un sostegno che formano la parte interna della chiusura, denominata «maschio», che normalmente non si vede quando il vestito è chiuso. Il cappuccio e il sostegno possono consistere anche di anelli dentati, quando questa chiusura viene usata in abiti di peso leggero, per applicazioni non decorative. Le chiusure ad anello sono le uniche adatte per essere usate sui tessuti a maglia. Questi tipi sono usate nella pelletteria, biancheria per la casa, ma anche in abbinamento ad alcuni tipi di indumenti per l'infanzia (tutine per bambini e pigiami), soprattutto per la rapidità, praticità e sicurezza del tipo di allacciatura, e sono progettati per evitare di forare il tessuto con grandi fori. Le rotture di solito si verificano per il metodo di applicazione piuttosto che per i difetti del bottone automatico. Essi non dovrebbero mai essere attaccati attraverso un solo strato di materiale, ma bisognerebbe usare un tessuto di rinforzo sul rovescio, specialmente con i tessuti a maglia. La misura usata deve essere adatta allo spessore e al peso del tessuto.

Francese: bouton brevet
Inglese: patent button
Tedesco: Pateniknopf
Spagnolo: boton automatico


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L'unità di misura di questi accessori è il lineato (deriva dalla parola francese ligne, che indica il diametro interno d'uno stoppino rotondo appiattito), che si riferisce al diametro del bottone, e la sua unità di misura internazionale è il quarantesimo di pollice (0,63525 mm) ed è espresso in mm (un lineato 40 sarà quindi un bottone dal diametro di un pollice esatto, e cioè 25,41 mm). I bottonifici tedeschi la usavano come misura di riferimento agli inizi del XVIII secolo e oggi è diventata lo standard internazionale. I bottoni possono essere di tutte le dimensioni, da un minimo di 4 mm. a veri propri  maxi ricordando nelle misure quelli dei "piatti da tavola". I modelli a due o quattro fori e le misure standard permisero la meccanizzazione del processo di applicazione dei bottoni e della cucitura delle asole, abbassando i costi e velocizzando la produzione.


Misure comuni dei bottoni
Lineato (Lin.)
ø mm.
14
8,9
16
10,2
18
11,4
20
12,7
22
14
24
15,3
28
17,8
30
19
32
20,3
34
21
36
22,9
40
25,4
44
27,9
60
38

L'unità di misura dei bottoni (confezione) è la
grossa equivalente a 144 bottoni.
I bottoni al fondo manica delle giacche sono a volte cuciti leggermente sovrapposti, secondo i dettami della sartoria più raffinata.

Sono equiparabili ai bottoni i gemelli,  costituiti da due parti, piatte o tondeggianti, che si infilano nell'asola dei polsini della camicia per tenerli ravvicinati.

STORIA - Ignoti nell'antichità classica se non come ornamenti, i bottoni nella loro attuale funzione, appaiono nel XIII sec. insieme con gli abiti attillati. Furono dapprima di materie preziose, ma anche di ottone e di rame. Manifatture di bottoni sorsero in Inghilterra alla fine del XVII sec., soprattutto quelli in lega metallica. Le divise militari si sono sempre fregiate di bottoni di metallo. Il secolo d'oro del bottone è il Settecento. Gli storici del costume hanno individuato tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento un periodo particolarmente vivace e fortunato per il bottone, le cui forme e applicazioni, grazie ai progressi tecnologici intervenuti nel settore, furono soggette a ulteriore incremento. [1]

La moda aveva parallelamente contribuito a incentivare una maggiore declinazione del prodotto al femminile. Prima il  bottone ha riguardato quasi esclusivamente l'abbigliamento maschile, che se ne fregiava in lunghe file sia in corrispondenza delle aperture anteriori delle marsine, sia sulle maniche, sia sulle tasche, fino, talora, a superare il numero di ventiquattro esemplari su un solo capo, mentre alle donne, cui i bottoni erano in molti casi proibiti, erano riservati lacci e ganci per chiudere le vesti.
Nasce in questo periodo la distinzione fra le abbottonature per la donna e quelle per l'uomo, che viene così codificata: per l'uomo, infatti per una questione di comodità, che doveva sempre e in ogni caso avere la mano destra libera per ogni evenienza difensiva e offensiva, l'abbottonatura si usa ancora sormontata da sinistra, mentre per la donna , che aveva comunque le mani libere da impegni d'arme, si allaccia da destra a sinistra. [2] 

Tra la seconda metà dell'Ottocento e nel corso del Novecento la manifattura italiana di questi prodotti raggiunge un primato d'eccellenza, affermandosi nettamente sul mercato internazionale. In Italia oggi la produzione è concentrata nel centro-nord, soprattutto nel cosiddetto «distretto del bottone», localizzato tra le provincie di Brescia e Bergamo, che però negli ultimi decenni del Novecento ha perso il primato della quantità per la concorrenza esercitata dai paesi orientali su alcuni tipi di prodotto, in particolare su quelli a basso valore aggiunto. Nel corso degli ultimi vent'anni si è registrato un ridimensionamento nel numero delle attività volte alla produzione di accessori di allacciatura all'interno del distretto. 


[1] Barbara Bettoni, Da gioielli ad accessori alla moda, op. cit. p. 145 
[2] Vittoria de Buzzaccarini - Isabella Zotti Minici, Bottoni & bottoni, op. cit., p. 29 

CURIOSITA' - Il collezionismo di bottoni è tradizionalmente una prerogativa del mondo anglosassone. Si conoscono bottoni che rappresentano paesaggi e figure, talora dipinti da illustri pittori, che non disdegnavano questa attività come mezzo di sostentamento; altri in metallo e pietre preziose che li rendono simili a gioielli, altri in strass, malto o porcellana. Vi sono bottoni che rappresentano figure classiche, eseguiti nei materiali più vari, dalla ceramica alle conchiglie, alle pietre dure. Alcuni bottoni hanno immagini che sono veri e propri manifesti politici, come quelli che inneggiano ai personaggi del Risorgimento italiano.

RIF. LETTERARIO - La prima registrazione scritta risale al XX secolo, nella Chanson de Roland, che cita testualmente conseils d'orgueil ne vaut nie un boton, laddove si ricorda che nel Medioevo il bottone stava a significare cosa piccola e di minimo valore. 


     

I futuristi si occupano molto di moda, e nel manifesto Il vestito antineutrale di Giacomo Balla il bottone ne è assoluto protagonista.

Il bottone è anche oggetto di Modi di dire:
  • Stanza dei bottoni
  • Attaccare un bottone a qualcuno
  • Abbottonato
  • Sbottonato
  • Non valere un bottone
  • Non stimare un bottone

o di Proverbi:
  • Il bottone non può stare senza occhiello
  • Tanti occhielli, tanti bottoni
  • Il nido all'uccello e al bottone l'occhiello
  • Senza asola il bottone ciondola
  • Per aver trovato un bottone non si fa un vestito
  • Per aver cucito un bottone non si diventa sarti
  • Per attaccare un bottone tutti i fili sono buoni
  • Bottone che luccica, bottone che brucia


Bibliografia

  • Vittoria de Buzzaccarini - Isabella Zotti Minici, Bottoni & bottoni, ed. Zanfi, 1995
  • Giorgio Gallavotti, Bottoni: arte, moda, costume, società, seduzione, storia, ed. Maggioli, 2006
  • Barbara Bettoni, Da gioielli ad accessori alla moda. Tradizione e innovazione nella manifattura del bottone in Italia dal tardo Medioevo a oggi, ed. Marsilio, 2013


Rames Gaiba
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