21 agosto 2017

STOFFA

Stoffa - dal francese antico estophe, a sua volta dal verbo francone stopfon, "imbottire".

Una stoffa è una superficie realizzata a partire da fili i cui sviluppi ubbidiscono a varie tecniche.

Si distinguono:
  • le stoffe a fili curvilinei: maglia rasata, maglia gettata;
  • le stoffe a fili  rettilinei: tessitura, tappezzeria, tappeti, tessuti spugnosi, garze;
  • le stoffe a fili mistilinei: tulle, merletti, trine, pizzi;
  • le stoffe a strutture triassiali: treccia, incroci a "paniere";
  • le stoffe non tessute: feltro, tessuti sintetici, tessuti rivestiti, tessuti inseriti;
  • i geotessili o tessuti tecnici: sono quelli utilizzati per la filtrazione, impermeabilità, drenaggio, stabilizzazione e rinforzo del suolo (solo di questi in questo dizionario non mi occuperò).


La venditrice di stoffe (1892)
Paul Sérusier (Francia, 1864-1927)
tempera su tela, cm. 73 x 92
Musée du Petit Palais - Ginevra, Svizzera


Francese: étoffe
Inglese: cloth / fabric
Tedesco: gewebe / stoff / tuch
Spagnolo: tejido / tela


Rames Gaiba
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18 agosto 2017

TANGA-JEANS


Pantalone a vita ultra-bassa che per stare su è tenuto dalle stringhe del tanga (per fare in modo che i jeans stiano bassi senza cadere) che sono attaccate alla cinta dei jeans e che si legano intorno alla vita.

STORIA - Creato nel 2008 da Sandra Tanimura dell'azienda giapponese Sanna's.




Rames Gaiba
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17 agosto 2017

FELTRO

Feltro - dal latino medioevale feltrus, dall'antico francone filtir. Alcuni fanno, invece, derivare questa voce alla città di Feltre (in provincia di Belluno), municipio dell'Impero Romano, celebre per la follatura della lana e il commercio dei tessuti infeltriti. [1]


Prodotto tessile (non si può considerare un tessuto in quanto non è prodotto attraverso le operazioni della filatura e tessitura) dall'aspetto uniforme, simile a un panno, fabbricato generalmente con fibre animali e, in minore misura, vegetali (e in questo caso la coesione delle fibre è naturale, senza l'intervento di sostanze collanti), ed artificiali e sintetiche (in questo caso per usi tecnici), sottoposte a forte compressione in apposite presse (cilindri), ottenendo un addensamento delle fibre, anziché mediante l'intreccio dei fili, sfruttando la caratteristica proprietà delle fibre di feltrare in particolari condizioni di umidità, alcalinità, calore e sfregamento. Il feltro di lana differisce dalla lana cotta  in quanto per quest'ultimo si parte dalla lana filata, mentre, invece, per il feltro dalla lana cardata.  Il feltro presenta una forte impermeabilità, è opaco e senza drittofilo e poiché non si sfilaccia non necessità di rifiniture complesse lungo i margini.
Quando fatto con fibre animali e vegetali sfrutta la caratteristica proprietà di tali fibre (in cui la superficie esterna è coperta da scaglie che provocano una elevata resistenza allo loro frizione quando queste vengono mosse una rispetto all'altra) attraverso una reazione chimica tra una sostanza acida (lana, ecc.) e una basica (sapone) di diventare feltro; si ottiene bagnando le fibre cardate intrise di sapone con acqua calda, in una manipolazione raggiunta con il movimento di queste fibre che potrà avvenire solo in un'unica direzione,  quando si stabiliscono condizioni favorevoli di umidità e temperatura; il movimento provocato in una massa di queste fibre porta ad un forte aggrovigliamento delle stesse, con formazione di una struttura, paragonabile ad un tessuto-non-tessuto, la cui forza di coesione è data dall'intreccio disordinato delle singole fibre.

IMPIEGHI - Generalmente usato per i cappelli di lana (il migliore è considerato quello fatto con pelo di coniglio), sottocollo di giacche detto melton (prevalentemente da uomo o di linea maschile) e nella fabbricazione degli accessori come borse e, in minore misura, cappotti, giacche e gonne. È usato anche a fini ornamentali, sia in campo artistico. 





Francese: feutre
Inglese: felt
Tedesco: filz
Spagnolo: fieltro

STORIA - I feltri sono noti sin dalla più remota antichità. L'uomo non tralasciò mai di produrre strutture simili alle pelli animali, senza ricorrere alla filatura e tessitura. Una delle prime strutture di questo tipo furono i feltri. Una leggenda narra che cammellieri arabi avrebbero imbottito i loro calzari con peli di cammello e che l'umidità, il movimento e il calore avrebbero trasformato questo pelo nel primo feltro. La possibilità di formare strutture piane basate sui grovigli disordinati di fibre ha dato origine, nella storia dell'uomo, allo sviluppo oltre che dell'industria tessile anche a quella della carta. 


[1] Stefanella Sposito, Archivio tessile, ed. Ikon, 2014, voce "Feltro", p. 346


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Rames Gaiba
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16 agosto 2017

MANICHINO

Manichino - dall'olandese mannekijn, diminutivo di man, uomo, tramite il francese mannequin.


Fantoccio, che può essere articolato, di cartapesta o altro materiale, riproducente il tronco o l'intera figura umana, usato per provare o esporre vestiti come modello, nelle vetrine dei negozi d'abbigliamento.

Quando pensiamo a questo oggetto, ci raffiguriamo subito il classico busto (oggi migliorato nei materiali e nelle tecniche di utilizzo), maschile o femminile, privo di braccia o testa, sorretto da un piedistallo in metallo, regolabile, dotato di un pomello superiore che serve per ottenere le varie taglie evidenziate dall'apposito segnalatore posto sul collo; le due leve poste nella parte inferiore, invece, servono rispettivamente per alzare o abbassare il seno e per aumentarlo o diminuirlo; su alcuni modelli opportunamente predisposti è possibile inoltre applicare le braccia.



Nel nostro tempo l'industria dell'abbigliamento utilizza, sempre più, dei software integrabili con i sistemi per il taglio e il disegno che permette di verificare la vestibilità di un capo in modo virtuale, stando seduti davanti a un computer. La visualizzazione tridimensionale consente la verifica delle proporzioni del capo d'abbigliamento, nonché l'assemblaggio delle sue componenti, prima che venga effettivamente cucito. Questi applicativi permettono anche la rotazione immediata del modello nello spazio tridimensionale, in tutte le taglie programmate, per prendere visione dii ogni punto dell'abito; la visualizzazione istantanea di nuovi tessuti, colori. Ciò è di grande vantaggio per le industrie che possono risparmiare tempo, manodopera e materiali, soddisfano con tempi di approntamento decisamente più veloci le esigenze della clientela.




STORIA - Il manichino nacque sul finire del secolo XVIII, ed era niente altro che una piccola bambola, lunga tre o quattro spanne, vestita di abitini perfettamente ridotti sulle sue proporzioni, con una cura ammirevole. Ancora nei primi anni del XIX secolo, se ne trovano in certe vetrine di provincia, tristi e fredde, e piacevano molto ai bambini. Queste bambole, naturalmente, servivano alla mostra dei modelli, ma non alla loro confezione; venivano spedite, in eleganti cassette, e dallo loro patria, che allora era Parigi, venivano inviate alla corte di Russia, ed in USA, quivi chiamate dalle ricche figlie di qualche piantatore; ne mancavano di essere inviate in Italia a Torino, Milano, Roma, Firenze e Venezia. Assai presto queste graziose bambole dovettero dividere il loro regno, con i manichini di vimini, sformati, poverissimi. Però, evidentemente, i manichini di vimini non diedero molte soddisfazioni alle donne di allora. Forse la loro scheletrica magrezza le turbava, forse la loro bruttezza sembrava a molte un po' irriverente. Fatto è che entrò in lizza il manichino imbottito: quel coso che se ne sta ritto su una gamba con tre piedi, e gira quand'uno lo spinge, e si lascia aprire il seno e il fianco, per ricevere iniezioni di ovatta. Solo sul finire del secolo XIX cominciarono le migliorie. Dapprima si attaccò al manichino imbottito una testa di cera, poi, oltre la testa un paio di braccia, poi tutto il busto, imponente, solido, liscio. Non più cera, ma di legno; non più curve procaci, ma angolosità veramente lignee; non più epidermici di rosa e di latte-miele, ma vernici forate, bronzee, ecc.; non più chiome fluenti, ma striature nel legno e, talvolta, crani rotondi e lisci.



Rames Gaiba
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14 agosto 2017

ASPO

Aspo 

Lav. domestico - Bastoncello di legno o di canna comune di circa tre palmi di lunghezza, attraversato, presso ciascuna estremità da un piolo retti uno con l'altro: su questi pioli s'innaspa il filo riducendolo in matasse dette "ligature", cioè insieme di fili legati fra di loro da un laccetto con nodo scorsoio.

Detto anche aspa, naspo, naspa, termini "antichi" ormai in disuso.  

Con l'arcolaio si disfa la matassa.



Ragazza all'aspo (1892),   [1]
Albert Anker (Ins, Svizzera, 1831-1910)



[1] Il quadro mostra la fase di "incannatura" nell'avvolgimento del filo di seta dall'aspo, dove era la matassa, al rocchetto.

Rames Gaiba
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La vita del baco da seta - Jean Rostand


“... Se il Baco da seta interessa da secoli l'umanità
per il suo alto valore economico,
sul solo terreno scientifico la sua storia
ha posto problemi di un'infinità varietà.”

E. Bataillon





Il fisiologo Haller diceva che il baco da seta è "un grande animale". Oltre a fornire una materia prima che nessun tentativo dell'uomo è mai riuscito ad eguagliare, esso rappresenta un oggetto inesauribile di studio per i biologi. La secrezione del filo da seta, la costruzione del bozzolo, le metamorfosi, le stranezze della sua vita sessuale e della sua riproduzione, le cause della sua morte rappresentano un complesso di problemi che suscitano la curiosità e l'interesse del grande pubblico. Jean Rostand, che è un celebre letterato e naturalista francese, sintetizza in questo suo nuovo libro tutto quanto la scienza sappia oggi dire attorno al baco da seta. Rostand si è personalmente dedicato allo studio del baco da seta e molte delle osservazioni contenute in questa opera sono del tutto inedite.    

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Jean Rostand
La Vita del Baco da Seta
Titolo originale: La vie des vers à soie *
Traduzione dal francese di Luigi Cavalli
ed. Longanesi & C., 1947


* Libro pubblicato nel 1944

Jean Rostand (Parigi, 30 ottobre 1894 – Ville-d'Avray, 3 settembre 1977) è stato un biologo, filosofo e aforista francese.

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Voto: 4 su 5 (Ottimo) su anobii


→ BLOG E DIZIONARIO: Bibliografia e materiali di documentazione

11 agosto 2017

TENDISCARPE

Tendiscarpe - composto da tendere + scarpa.

Strumento di legno o di plastica, a molla o a vite, indispensabile per tenere in forma le scarpe. Va inserito quando la scarpa è ancora umida, appena tolta dal piede, per permettere una asciugatura del cuoio senza che si deformi la calzatura. Quello di plastica, molto leggero, è comodissimo quando si viaggia; normalmente, invece, dovrebbe essere usato quello in legno (meglio se non lucidato), in quanto contribuisce ad assorbire l'umidità presente nel cuoio.

In italiano si chiama anche forma.



tendiscarpe a vite in legno


tendiscarpe a molla in legno

tendiscarpe a molla in plastica



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10 agosto 2017

GESSATO

Gessàto - aggettivo, dal participio passato del verbo gessare "segnare con il gesso".


1. Disegno a sottili righe verticali, regolarmente distanziate, chiare leggermente sbiadite su fondi scuri (per lo più di colore grigio, blu o nero), che sembrano tracciate con il gesso; usato su flanelle o pettinati follati classici, di solito in lana, tinto in filo. Da qualche anno, il rigato, che prima era rigorosamente “gesso”, ha ampliato la propria tavolozza.

L'ampiezza delle righe è assai varia: a quella che ha lo spessore di un tratto di matita (in inglese:
pencil stripe), via via fino alla riga più ampia (in inglese: chalk striped "segnato con il gesso"). Le varianti vanno dalla linea interrotta alle molte linee vicine e parallele.







2. Per estensione, capo dell'abbigliamento maschile confezionato con l'omonimo tessuto, che l'etichetta vorrebbe abbinato con camicia e cravatta in unito; oggi fa parte anche dell'abbigliamento femminile per abiti, tailleur e capispalla.


I mille volti del gessato



STORIA - Il completo maschile gessato con giacca doppiopetto era un classico degli anni '30 del '900, indossato dai più famosi gangster di Chicago, con ghette e scarpe bicolori [1] 


[1] Guido Vergani, Dizionario della Moda, Ed. Baldini Castoldi Dalai, 2010, voce "Gessato", p. 490






Rames Gaiba
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9 agosto 2017

PLAID

Plaid - termine inglese; adattamento dello scozzese plaide di etimologia incerta, entrato in uso grazie soprattutto alle numerose traduzioni dei romanzi di Walter Scott. Termine  oggi appartenente al linguaggio internazionale dell'abbigliamento; usato in italiano come singolare maschile.


1. All'origine indicò il mantello usato dagli Scozzesi; poi la sciarpa che completa il kilt. Nella moda maschile inglese della seconda metà del XIX sec. fu chiamato plaid anche un soprabito a disegni scozzesi.

2. E' sinonimo anche di tessuto a quadri formati da ordito e trama di colori diversi, denominato "scozzese". 




3. Coperta di lana a quadri scozzesi, spesso con frangia.



Rames Gaiba
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8 agosto 2017

SPORRAN


Sporran – termine gaelico; con il significato di sacchetto, borsa.

Sacchetto di cuoio o di pelliccia che sono portati su una catena intorno alla vita sulla parte anteriore di un kilt (costume maschile tradizionale della Scozia), con la funzione di proteggere le parti intime (in quanto il kilt è portato tradizionalmente senza biancheria intima) e perché il kilt  non ha tasche questo accessorio serve per trasportare il denaro, le chiavi, ecc. È quasi sempre di colore marrone o nero. I sporran possono essere semplici o  decorati con una parte superiore d’argento od altro metallo o nappe; l’inarcamento della cinghia può essere molto ornato.





Rames Gaiba
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KILT

Kilt - voce scozzese, di provenienza scandinava (kilt "alzare la sottana").

Gonna tradizionale scozzese a portafoglio, cioè sovrapposta sul davanti, con pieghe che girano dal fianco destro attraverso il retro per finire sul fianco sinistro, mentre il davanti dell'indumento è costituito da due lembi lisci, con piccole pinces in vita, rifiniti con piccola frangia. Si allaccia sul fianco con listini in pelle e viene fermata da una grande spilla in ottone; la cintura del capo è chiusa da un bottone esterno e uno interno (o gancio). In tessuto di lana dalle fantasie a quadri scozzesi detto tartan che rappresenta i suoi clan (il clan, è il gaelico [1]  per "la famiglia").

Per il kilt tradizionale vengono utilizzati  dai sei metri e mezzo fino a otto metri di stoffa, fittamente pieghettata sul dietro e sui fianchi, mentre il davanti è liscio e sfrangiato verticalmente.


Appartiene al costume tradizionale della Scozia, dove viene indossata dagli uomini, insieme ad uno sporran, cioè una borsetta di cuoio per trasportare denaro e per proteggere le parti intime, in quanto il kilt è portato tradizionalmente senza biancheria intima. E' accompagnato da un plaid da indossare drappeggiato su una spalla.





STORIA - Originariamente simile ad una lunga toga e realizzata in un tessuto costituito  da filati colorati con tinture vegetali, si portava arricciato alle spalle e aveva la duplice funzione di coperta e vestito.




Nel Medioevo è presente in Scozia (Caledonia) ed era diventato un plaid, drappo solitamente della lunghezza di cinque metri e della larghezza di un metro e mezzo, da avvolgersi attorno alla parte inferiore del tronco a mo' di gonna, con l'altro capo drappeggiato attorno al petto e sopra la spalla.


Il Duca di York (George VI) e il Principe di Galles (Edward VII)



Entra a far parte del costume scozzese già nel XVII secolo. Indossato dai militari (non in battaglia) anche agli inizi del XX secolo. [2]




Uniforme scozzese di un Luogotenente di Gordon Highlanders, circa 1920


Entra nel guardaroba femminile contemporaneo, come capo alla moda, la gonna (di solito senza plaid) è stata popolare dagli anni '40 del '900. Le versioni moderne sono costituite da circa un metro e ottanta di tessuto e non sono conformi alla tradizione scozzese, e variano per le diverse lunghezze e dettagli. Furono particolarmente in voga attorno agli anni settanta, quando costituivano un elemento fondamentale del guardaroba delle ragazze  aderenti ai movimenti "Preppie" e "Ivy League".


Moschino, Autunno-Inverno 2013


kilt girl

  


[1] Il gaelico scozzese (Gàidhling) appartenente alle lingue celtiche.
[2] Georgina O'Hara, Il dizionario della moda, ed. Zanichelli, 1990, voce "kilt", p. 190


Rames Gaiba
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7 agosto 2017

TARTAN

Tartan - voce inglese, dal francese tiretaine, che significa "ruvido e lanoso"; voce oggi appartenente al linguaggio internazionale dell'abbigliamento. Può essere  una riduzione sia di tartan pattern (un disegno) sia di tartan plaid (una stoffa).

1. Caratteristico disegno a riquadri spezzato da righe di vario colore, e quindi tessuto, generalmente realizzato in armatura diagonale, nel quale il modulo decorativo, chiamato "quadro" è creato ripetendo la stessa sequenza di strisce e linee colorate nel senso dell'ordito e della trama. Se ne conoscono decine di varianti. All'origine era fatto esclusivamente con filati di lana cardati, poi anche pettinati, ed in seguito fatto anche con filati di seta, di cotone e fibre artificiali. L'armatura originale è stata il batavia, seguita poi dal taffetà ed ora è più comunemente in saglia. Il peso varia moltissimo a seconda dell'uso: da 250 a 550 g/mq nella confezione maschile e un poco meno nella femminile, da 100 a 150 g/mq nella cravatteria fino a 500-700 nell'arredamento. Il tartan classico di lana cardata si presenta leggermente elastico e ha buone capacità isolanti. È però soggetto a perdere peluria e a infeltrirsi.

La parola tartan indica il caratteristico disegno quadrettato generalmente riprodotto su un tessuto di lana. Anticamente i colori erano ottenuti da tinture vegetali ricavate facendo macerare varie radici di piante locali, muschio e fiori. Oggigiorno si usano, ovviamente, tinture chimiche per ottenere le varie sfumature.

Ogni disegno è definito sett, e un taglio di tartan lo ripete con frequenza stabilita. 




IMPIEGHI - Il suo uso, iniziato con il classico "kilt", gonnellino utilizzato dagli uomini in Scozia, si è esteso alla confezione maschile (giacche, pantaloni per il golf, camicie sportive), alla cravatteria, ai fazzoletti, alla moda femminile, alla sciarperia. È anche usato nelle stoffe di arredamento e nelle coperte.



  

Francese: tartan
Inglese: tartan
Tedesco: Schottenkaro
Spagnolo: tartán; cuadros escoceses

2. Genericamente il tartan, nelle sue molteplici interpretazioni, viene definito →scozzese perché è un tessuto tinto in filo di lana originario della Scozia.

STORIA - Si tratta forse del tessuto più conosciuto al mondo ed è così strettamente legato agli avvenimenti storici ed alla cultura della Scozia da rappresentarne la stessa identità nazionale, i cui disegni servivano a distinguere i 33 clan "casate" situate nelle Highlands della Scozia. E' già attestato nel XVI secolo in Inghilterra. 


Abito femminile in disegno tartan, del 1860


Abito femminile in disegno tartan, del 1864


Le origini dei clan della Scozia e del loro caratteristico abbigliamento sono controverse. Eppure la loro storia può essere fatta risalire con certezza alla metà del 5° secolo, prima in Irlanda, da dove gli antenati degli attuali Scozzesi provengono. Qui il re, conosciuto come, Niall Noigiallach, prima si espanse nel Ulster [1] e poi i discendenti della dinastia Niall attraversarono il mare per approdare nella "Nuova Irlanda" per i suoi scozzesi nella terra che oggi porta il loro nome.

Alla base del clan c'è una famiglia, un ceppo principale con rami cadetti e rami collaterali. In Scozia il termine clan è venuto a designare un gruppo di famiglie insediatosi in una località definita, una forra, per esempio, o un'isola.
Il disegno di ogni tartan è stato stabilito dal capo del clan (in base a ritratti di famiglia e altre testimonianze) su approvazione della Lyon Court e la descrizione è registrata ufficialmente nel Registro pubblico di tutti gli stemmi e le insegne.

Tutti conoscono il gonellino dei reggimenti scozzesi e dei suonatori di conrnamusa nonché di molti scozzesi. Tuttavia l'antico indumento degli uomini delle Higland [2] scozzesi non era un gonellino di questo tipo, ma un "plaid" stretto da una cintura. Il "plaid" (féileadh-mór o «grande scialle» era un ampio taglio di stoffa, dai quattro metri e mezzo ai cinque metri e mezzo circa di lunghezza e largo quasi due metri. La parte superiore ricopriva le spalle; era stretto alla cintura e la parte inferiore ricadeva fino alle ginocchia. Agli inizi del XVIII secolo, la parte inferiore del "plaid" trattenuta dalla cintura (féileadh-beag«piccolo scialle» era generalmente usata come un gonellino. E da allora il gonnellino, o kilt, è diventato il costume tradizionale degli abitanti delle Highland, l'uniforme del loro reggimento e le attività all'aperto, in alcune occasioni sociali come matrimoni e danze; oggigiorno molti abitanti delle Highland lo indossano come abito di tutti i giorni. 

[1] Una delle attuali quattro provincie d'Irlanda, situata nella parte nordorientale dell'isola.
[2] Con il termine Highland si intende la regione degli altipiani scozzesi originariamente abitata dai celti: Highlander sono gli abitanti di tale regione.


La grande linea di demarcazione della storia dei tartan scozzesi fu segnata dalla rivolta giacobina del 1745. Dopo la sconfitta del principe Carlo Edoardo Stuart e dei seguaci delle Highland,vennero approvate molte leggi che, per disarmare gli uomini di quella regione e distruggere lo spirito dei clan, vietarono di indossare il costume tradizionale. L'interdizione durò  trentasei anni ed ebbe tra le tante infelici conseguenze quella di far sì che l'antico metodo delle tinture vegetali non venisse tramandato alla generazione successiva. Tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo ci fu una notevole rinascita letteraria del sentimento nazionale scozzese. Dopo ogni tentativo che era stato fatto per distruggere la loro antica organizzazione in clan e del loro caratteristico abbigliamento, questi ora sono riconosciuto e stati adottati come gli emblemi propri di tutti gli scozzesi di tutto il mondo.


I clan tartans sono usati comunemente dagli uomini; i dress tartans, con i loro colori vivaci e lo sfondo bianco dalle donne; i mourning tartans sono adottati in occasione di lutti; gli hunting tartans, dai colori scuri e smorzati, sono indossati per la caccia o altre attività sportive; i chief's tartans, sono personali dei capi e dei loro famigliari.  




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Per le strade dell'Inghilterra...


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Tanto per giocare...




  





Bibliografia
  • Sir Thomas Innes di Learney (a cura di), I Tartan Scozzesi, ed. Rusconi, 1985



  • Ian Grimble, Scottish clans & Tartans, ed. Hamlyn, 1982 



Rames Gaiba
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4 agosto 2017

FRESCO LANA (FRESCOLANA)

Fresco lana (Frescolana) - voce coniata negli anni Sessanta. 


Tessuto di lana con filati pettinati di lana merinos, particolarmente leggero, la sua finezza viene indicata con una sigla super 's, come super 100's, super 120's, super 140's, maggiore il numero maggiore la finezza dell'ordito e quindi la qualità del tessuto; realizzato generalmente in armatura tela (in taluni casi ad armatura saia o batavia) ma comunque basati su abbinamenti di fili pari che conferiscono all'intreccio un effetto più liscio, aperto e areato con filati ritorti a 2 o 3 capi, che lo rendono particolarmente ingualcibile, nervoso e resistente, a mano secca. I frescolana possono essere in unito o in fantasia. È usato per capi estivi o di mezza stagione, quali tailleur e abiti sia maschili che femminili.


fresco lana della Giusti Tessuti


Un tessuto similare è il Tropical (una tela di lana) con cui però non va confuso.  
Il termine fresco lana è anche usato erroneamente per definire ogni stoffa leggera.  

Francese: tissu léger de laine
Inglese: light wool fabric, lightweight wool
Tedesco: fresko, leichte wolle
Spagnolo: lana fria

Si può usare anche il termine di uso internazionale: cool-wool




Rames Gaiba

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3 agosto 2017

LANA

Lana - dal latino lana(m), voce di antica origine indeuropea. 

Fibra tessile di origine animale che si ricava dal vello degli ovini e di alcune capre e camelidi. È ottenuta principalmente dalle pecore della specie "Ovis aries", e costituisce il 90% della produzione mondiale di fibre naturali di origine animale. Le razze ovine si dividono in tre grandi gruppi: merinos (sono la razza per eccellenza quanto a produzione di lana); razze incrociate (cioè derivate da incroci fra merinos e razze locali) con una lana meno fine; razze indigene (sono costituite da innumerevoli razze locali), con una lana ordinaria, che viene utilizzata per tipici prodotti locali (orbace sardo, Cheviot, Shetland).

La lana quindi può essere raggruppata in tre grandi categorie:

  • Lana merina - è corta, finissima, molto arricciata, ed è destinata soprattutto all'abbigliamento.
  • Lana incrociata - è di media lunghezza, media finezza, poco arricciata, ed è destinata in gran parte alla produzione di coperte, tappeti e tessuti per l'arredamento.
  • Lana ordinaria - è piuttosto lunga, setolosa e scattante, ed è destinata a prodotti dell'artigianato locale.  




Classificazione in uso per le lane - Da un punto di vista commerciale le lane vengono classificate in base alla loro lunghezza in centimetri, in base alla finezza (cioè al diametro in micron della fibra), ed anche mediante un numero che indica il grado di filabilità della fibra stessa. La "S" che segue il numero di filabilità sta ad indicare la parola inglese hanks, che significa matasse: così ad esempio (il riferimento non ha il riconoscimento di esattezza scientifica, ma viene dato per rendere una idea) 75's sta ad indicare che con un chilo di lana è possibile ottenere 75.000 metri di filato.
La trasformazione dal vello al filato prevede prima la lavatura e poi la filatura in due diversi cicli di lavorazione secondo la qualità delle fibre:

A) Il sistema pettinato, dove le lane vergini dalle fibre lunghe sono disposte in modo parallelo tanto da formare un filato raccolto per avere tessuti battuti, lisci, meno caldi. I tessuti sono più costosi.
B) Il sistema cardato, che utilizza fibre corte, che danno un filato più voluminoso, adatto a creare tessuti più gonfi, pelosi, morbidi e più caldi.


Filato e tessuto cardato

Filato e tessuto pettinato


È bene, comunque, precisare che il cardato non è necessariamente inferiore al pettinato: si tratta semplicemente di due lavorazioni diverse, destinate ad impieghi differenti.  

CARATTERISTICHE: igroscopicità (fino al 30%), che ne fa la fibra con la maggiore capacità di assorbire umidità, che poi verrà espulsa in condizioni ambientali più asciutte favorendo la traspirazione; idrorepellenza ai liquidi; coibenza, cioè capacità di isolamento termico (in quanto trattiene più aria fra gli interstizi delle fibre, perché fra l'altro è naturalmente ondulata); vitalità e nervo, cioè la tendenza a tornare nella forma iniziale; infiammabilità (basso indice, con la fiamma che non si propaga, e si spegne facilmente, ed inoltre non si scioglie); ingualcibilità; ecc. Il tasso di ripresa (percentuale media, ufficialmente ammessa, di acqua assorbita) è fissato al 18,25% nel caso di lana pettinata mentre è solo del 17% se lavata. Alla lana si può dare un trattamento chiamato "Zirpro" che la rende completamente refrattaria al fuoco.

Di seguito un elenco dei più noti e diffusi tessuti classici di lana o misti: Barathea,  Beaver, Casentino, Cheviot, Covercoat, Crepe, Crossbred, Faille,  Flanella,  Foulard, Foulé, Fresco lana, Gabardine, Granité, Grisaglia, Loden, Millerighe, Panno, Saxony, Tartan, Tasmania, Tropical, Tweed, Twill Cavalry,  Whipcord.

I grandi paesi produttori di lana (popolazione ovina e produzione di lana greggia) sono l'Australia, la Cina, la Nuova Zelanda. Fra i paesi trasformatori di lana l'Italia figura al primo posto (quanto a potenza industriale), seguita dal Giappone e dall'Inghilterra.  

CODICE TESSILE: WO - Lana (EURATEX); WV - Lana Vergine o Lana di Tosa (EURATEX)

STORIA - Da tempo immemorabile (sicuramente da almeno 25 mila anni) la pecora offre all'uomo quanto basterebbe per sostenerlo: latte e carne, nonché pelli e lana per ricoprirlo. Le antiche scritture di Mosè e Omero accennano a numerose greggi, che costituivano la sola ricchezza delle prime genti che dedicavano ogni miglior cura alla pastorizia, usando dei velli ovini e caprini per coprire il corpo. Al vello - come fanno cenno ancora le scritture - l'uomo poi sostituì la lana per difendere le proprie membra dalle intemperie; la lana si utilizzava però come si raccoglieva, allorché naturalmente si staccava dal corpo della pecora. Questa lana era di qualità molto inferiore a quella che copriva l'animale, ciò che determinò in seguito l'opportunità della tosa delle pecore. Questa operazione ha quindi origine molto remota. Non si sa se le lane tosate venissero allora follate e filate; è da ritenere però che la follatura abbia preceduto la filatura, perché l'impiego delle pelli per giaciglio deve aver messo in evidenza come i bioccoli di lana si follassero con il coricarsi del corpo umano. Da qui deve essere sorta l'idea di secondare la natura e poi filare le fibre della lana e poscia tingerne i filati.

Reperti di scultura della civiltà sumerica, che risalgono a 5 mila anni fa, dimostrano come gli indumenti dell'epoca fossero costituiti di pelli di pecora fermate alla cintura. Poi, presso Caldei, Assiri, Babilonesi (Babilonia significa “terra della lana”, la lavorazione della lana diventa arte, come riferiscono vari documenti cuneiformi. Passata rapidamente a occidente presso Ebrei, Egiziani e Fenici (famosi, questi ultimi, per i panni tinti con porpora tiria), l'arte tessile alimenta lo sfarzo delle corti e sviluppa i commerci carovanieri e marinai in tutto il bacino del Mediterraneo. Dal mito di Aracne e dalla tela di Penelope dell'antica Grecia, all'epitaffio della “domina” romana (“Domi mansit, lanam fecit” - «rimase in casa, filò la lana»).

Poi, sotto l'incalzare dei “barbari”, il telaio si rifugia nei monasteri: la lunga notte del Medioevo è cominciata. Solo dopo l'anno mille, le Crociate determinarono un ravvicinamento dei popoli Europei con quelli d'Oriente, portarono i primi alla ricerca delle attività in precedenza distrutte. L'Italia, per prima, trasse vantaggio dagli ammaestramenti dell'Oriente dato il gradi di civiltà della sua gente, per la vicinanza dell'Oriente, e data la preponderanza economica delle sue repubbliche allora assai fiorenti. Certamente la mancanza di pascoli in Toscana rese subito evidente l'impossibilità di poter fronteggiare l'importazione straniera con la maggiore bellezza della materia prima, ma dato che il manufatto straniero era rozzamente eseguito, la squisita sensibilità degli artigiani fiorentini cominciò ad esercitarsi per effettuare una vera arte di raffinamento che in breve giunse ad un grado di perfezione tale da creare una vera industria ed una esportazione di tessuti elegantemente raffinati, che venivano venduti nei paesi stessi, da dove erano stati importati.

Questa forma di industria laniera fu la prima fiorita in Toscana e fu conosciuta con il nome di «Arte di Calimala» o dei «panni franceschi», poiché ordinariamente questi tessuti provenivano dalle vie di Francia. [1]  Da qui nasce la storia dell'Arte di Calimala, acquistando i panni francesi, fiamminghi, tedeschi, li sottoponeva ad un'opera di raffinamento accuratissima che permise di esportarli nuovamente su vasta scala, specialmente in Oriente, dove questi merci, sebbene di maggior prezzo, vinsero la concorrenza per la loro bellezza e raffinatezza di tessuto. L'aquila del suo stemma, che stringe fra gli artigli una balla di lana, conquista rapidamente i mercati in tutta Europa.  


stemma dell'arte di Calimala
Firenze - via de' calzaiuoli, palazzo dell'arte dei mercatanti


I messi che andavano in Francia, per conto dell'Arte di Calimana, cominciarono ad acquistare grosse partite di lana non manufatta, che posero in lavorazione a Firenze, dando inizio a questa forma di industria, a cui dettero un particolare impulso i Frati Umiliati, che avevano fatto voto di vivere unicamente dei prodotti da loro fabbricati, e che si dedicarono particolarmente al lanificio. I Frati Umiliati segnarono un notevolissimo progresso in questa industria e con il loro fervore operoso fecero sviluppare meravigliosamente il lanificio fiorentino, tanto che l'Arte della Lana in Firenze, mentre l'arte di Calimana decadeva, raggiunse durante il 1200 un grande splendore ed assorbì anche la già fiorente industria pratese.

stemma Arte della lana [2]
Firenze - Palazzo dell'Arte della Lana


Fra  tanta ricchezza e tanto fervore operoso la decadenza venne improvvisa ed inesorabile e ad una ad una le belle fabbriche create dai Frati Umiliati scomparvero. Molte svariate furono le cause che determinarono questa decadenza e la cessazione dell'Arte della Lana avvenuta nel 1770 a seguito di una riforma che aboliva le Corporazioni. Il lungo periodo di debolezza dell'arte della lana in Italia determinò un maggiore progresso dell'arte stessa nei Paesi Bassi: i panni di Bruges, Anversa e Gand raggiunsero tale perfezione ed entità che bastarono da soli e per molti secoli a provvedere l'Europa di queste stoffe. Sulla fine del secolo XV l'Inghilterra e, in quella del XVIII, la Francia, entrarono anch'esse nella competizione industriale e svilupparono l'industria laniera, provocando tale rivoluzione e progresso nell'ordine economico, tanto che sul finire del secolo XVIII l'industria poteva già dirsi fiorente in tutti gli Stati d'Europa. L'Italia ha, poi, ripreso nel corso del XIX e XX secolo la leadership nell'industria laniera, con i suoi distretti industriali tessili lanieri di Biella (Piemonte), Prato (Toscana) e Valdagno-Schio (Veneto).         



[1] Nella formazione di questa associazione detta «Arte di Calimala» che sviluppò statuti e disposizioni equamente adattate, si può vedere, anche oggi, un esempio notevolissimo di efficienza sindacale che, potenziando un organismo, coordina in maniera mirabile  il suo funzionamento, provvedendo all'esplicazione di tutte le mansioni,  fra cui la rifinitura dei panni esteri, di cui rifaceva, migliorandoli la gualcatura, la garzatura, la cimatura, la lustratura e specialmente la tintura nella quale i Fiorentini acquistarono ben presto il primato.   
[2] L'Arte della Lana era una delle sette Arti Maggiori delle corporazioni di arti e mestieri di Firenze. Lo stemma rappresenta un agnellino con stendardo e aureola. La corporazione fu una tra le più potenti della città e sicuramente quella che contava il maggior numero di lavoratori, circa un terzo della popolazione fiorentina. Il primo statuto dell'Arte a noi pervenuto risale al 1317.

CURIOSITA' - La pecora nell'antichità era sinonimo di ricchezza: da pecus (gregge) derivò pecunia (denaro). La pecora fu il secondo animale domestico addomesticato dall'uomo.

Italiano: lana
Francese
: laine
Inglese: wool
Tedesco: wolle
Spagnolo: lana

Italiano: lana cardata
Francese: laine cardée
Inglese: carded wool
Tedesco: streichwolle
Spagnolo: lana cardada


Italiano: lana pettinata
Francese: laine peignée
Inglese: combed wool
Tedesco: kammwolle
Spagnolo: lana peinada


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Bibliografia
  • Alessandro de Mori, Produzione e lavorazione della lana, ed. G.B. Paravia & C., 1932
  • Pietro Canepa (a cura di), Lana: magia della natura, ed. Tipolitografia Romagna, 1986 


Rames Gaiba
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