COLORE definizione. Proprietà base del colore (tonalità - luminosità - saturazione). Terminologie introduttive ricorrenti nel colore.

Colore - Dal latino color-oris. Si ricollega alla radice sanscrita kal-, da cui il sanscrito kalanka «macchia» e kala «nero, oscuro». Ritroviamo la stessa radice nel greco κελαινός (kelainòs) «nero, oscuro», come pure nel latino celare «nascondere», (nel senso di rendere oscuro).

I colori non esistono nel mondo fisico ma sono una nostra sensazione, niente di molto diverso dal freddo o dal dolore; quando una fonte luminosa (o per meglio dire delle onde elettromagnetiche) colpisce un oggetto, la luce viene in parte assorbita e in parte riflessa, quest'ultima se colpisce i nostri occhi viene trasformata in colori in base alla sua lunghezza e ampiezza d'onda. Però non tutte le onde elettromagnetiche sono visibili dall'occhio umano, in particolare riusciamo a vedere solo quelle che vengono associate ai colori che vanno dagli ultravioletti agli infrarossi. Quindi sono i nostri occhi a creare i colori, lo fanno attraverso due apparati interni agli occhi: i coni e i bastoncelli. I secondi consentono essenzialmente una visione monocromatica, utile soprattutto di notte, per distinguere gli oggetti ma sono poco utili alla definizione dei colori. I primi, invece, consentono di distinguere i colori, in particolar modo esistono tre tipi di coni: quelli maggiormente sensibili alle onde lunghe (essenzialmente i rossi), quelli più sensibili alle onde medie (verdi) e quelli più sensibili alle onde corte. Dalla loro combinazione otteniamo poi tutti i colori che riusciamo a percepire.

Nel linguaggio comune, parlando di un colore o designando un colore di un oggetto, ci si riferisce alla sensazione che si ha osservando quell'oggetto alla luce naturale. In questo senso si parla di una stoffa grigia, gialla, rossa, di lana verde, azzurra, di seta celeste, turchina, ecc. e meno propriamente di colore bianco, nero. Non di rado per la definizione del colore nelle varie gradazioni, toni, intensità, si ricorre a nomi di oggetti o sostanze ben note: color arancio o arancione, avana, caffè, canarino, cannella, carne o carnicino, cenere, ciclamino, corallo, crema, fragola, lilla, limone, malva, mammola, nocciola, viola o di viola o violetto, ecc.; anche in forma di attributo: rosso scarlatto, rosso carminio, rosso geranio, rosso vino, giallo cadmio, giallo cromo, verde smeraldo, verde bottiglia, verde oliva, verde pisello, verde bandiera, grigio perla, grigio ferro, grigioverde, grigio piombo, ecc.; blu Savoia, blu di Prussia, rosso Magenta, terra di Siena, giallo di Napoli. Attributi comuni ai vari colori sono chiaro, scuro, cupo, vivo o vivace, pallido, ecc. All'uso comune appartengono anche le espressioni senza colore, di corpi opachi, tendenti al bianco; di colore o in colori, di ciò che è colorato, che ha un colore, diverso cioè dal bianco e dal nero (biancheria di colore, assortimento di stoffe bianche, nere o in colori); a colori, di cosa che si presenta con disegno variamente colorato (un fazzoletto a colori); il contrario è di colore unito, tutt'un colore.

La luce inoltre ha influenze molteplici, e di vario grado, sulla percezione dei colori da parte dell'occhio: è risaputo come un singolo colore possa apparire più chiaro su fondo bianco che non su fondo nero, o comunque scuro; e che esiste il fenomeno definito "contrasto di colore", in seguito al quale, per esempio, un determinato tono di blu vivace sembra più verdastro su fondo giallo, e più tendente al violetto su fondo rosso.


  PROPRIETÀ BASE DEL COLORE  

Ogni sensazione di colore può essere scomposta in tre ingredienti, ciascuno dei quali è a suo modo elementare, nel senso che partecipa alla determinazione del colore da parte dell'osservatore e non può essere ricondotto, per via di semplificazioni, a nessuno degli altri due costituenti. I tre ingredienti del colore sono tonalità, luminosità e saturazione.

La tonalità (hue in inglese) è la quantità di luce (illuminazione) contenuta in un colore. Essa è, infatti, nell'esperienza comune, la qualità percettiva che ci fa attribuire un nome piuttosto che un altro al colore che stiamo vedendo. Rossoverde, giallo, blu sono tutti nomi di tonalità. Da un punto di vista fisico il corrispettivo della tonalità è la lunghezza d'onda della radiazione luminosa: quanto più la luce incidente su un certo punto della retina è riducibile ad una banda ristretta di lunghezza d'onda tanto più netta e precisa sarà per l'osservatore la possibilità di attribuire un nome al colore percepito. Le tonalità che l'occhio è in grado di discriminare come irriducibili ad altre sono i colori spettrali (cioè i colori dell'arcobaleno¹, quelli separati da Newton² tramite l'esperimento del prisma)³ più i colori originati da combinazioni di rosso e di blu spettrali (le cosiddette porpore). Tutti gli altri colori (a esempio il rosa, il marrone, il salmone, il verde oliva, ecc.) possono essere definiti come combinazioni di una certa tonalità con gli altri due attributi (il rosa, ad esempio, è un rosso poco saturo). Per la prima volta nell'elenco dei colori vengono a mancare il bianco e il nero.⁴ 

L'intensità, invece, riguarda una colorazione diversa e si definisce variazione di uno stesso colore dal chiaro allo scuro.
 

Fig. 1- Differenze di tonalità (con valori massimi di saturazione)


La luminosità (lightness o value, in inglese) è l'ingrediente che specifica la quantità di bianco o di nero presente nel colore percepito. La determinazione della quantità di bianco o di nero in una macchia di colore è possibile sia fuori contesto; il tipo di valutazione che consente di determinare in modo accurato il livello di grigio (cioè la distanza da i due estremi bianco e nero) in un colore è quello contestuale. Per dimostrare la correttezza di tale affermazione, occorre introdurre innanzitutto una distinzione terminologica. Possiamo, dunque, chiamare brillantezza o intensità (brightness, in inglese) la quantità totale di luce percepita, emessa da una sorgente o riflessa da una superficie. La valutazione di tale quantità è un giudizio non contestuale, ma dipendente dal solo effetto percettivo suscitato dalla luce incidente sulla retina. Si definisce luminosità apparente la quantità di luce proveniente da un oggetto, a paragone della quantità di luce proveniente da una superficie bianca sottoposta alla medesima illuminazione. Si tratta evidentemente di una valutazione contestuale.
 

             Fig. 2 - Differenze di luminosità (con tonalità e saturazioni costanti)


Il fatto che il giudizio sulla luminosità sia più preciso e differente rispetto al giudizio sulla brillantezza si può dimostrare con un esempio: se osserviamo una luce bianca piuttosto fioca (percezione di brillantezza) essa ci appare comunque bianca e non grigia; la visione del colore grigio possiamo averla solo osservando una superficie che ci appare meno luminosa rispetto ad una superficie bianca sottoposta alla medesima illuminazione (percezione di luminosità). Ciò significa che possiamo variare anche notevolmente l'intensità della luce che colpisce una superficie, senza che cambi la percezione della luminosità relativa delle sue parti. L'attributo della luminosità è l'elemento più importante all'interno della nostra percezione visiva. Come ben sanno fotografi, pittori e disegnatori, la visione acromatica, basata solo sul contrasto di luci, è in grado di veicolare tutte le informazioni essenziali ai fini della comprensione della scena osservata.

La saturazione (saturation, in inglese) è il terzo ed ultimo fattore che contribuisce alla percezione del colore. È la misura della purezza, dell'intensità di un colore. La valutazione della saturazione può essere non contestuale o contestuale. Nel primo caso, essa definisce la purezza del colore in rapporto unicamente all'intensità della sua percezione isolata. Nel secondo caso, invece, in rapporto ad una superficie bianca sottoposta alla medesima illuminazione. In questa accezione, cioè come valutazione contestuale di luci riflesse, si parla tecnicamente di croma (chroma in inglese: ) piuttosto che di saturazione. Non vi sono però differenze essenziali tra i fenomeni percettivi definiti per mezzo dei due termini, per cui si può parlare di saturazione in riferimento ad entrambe le accezioni.

I colori spettrali sono in assoluto i più saturi che noi possiamo osservare. Essi ci appaiono vivi, puri, brillanti, pieni, per nulla mescolati con parti di grigio. Al contrario, un colore poco saturo appare smorto, opaco, grigiastro, poco riconoscibile dal punto di vista della tonalità. Il motivo di questa scarsa riconoscibilità è che un colore poco saturo è il frutto di una mescolanza di luci di diversa lunghezza d'onda, ragione per cui differisce profondamente dai colori spettrali che sono invece prodotti da luci di banda molto ristretta. Una radiazione costituita dalla mescolanza di molte lunghezze d'onda differenti produce una curva di assorbimento da parte dei coni della retina piatta e senza picchi, che corrisponde alla percezione di un colore grigiastro. Perciò la saturazione si definisce anche comunemente come la misura della quantità di grigio presente in un colore, intendendo con ciò che la mancanza di grigio accoppiata alla piena riconoscibilità della tonalità corrisponde alla massima saturazione, mentre la predominanza del grigio su un colore non facilmente identificabile corrisponde all'assenza di saturazione. La sequenza di campioni in fig. 3 mostra appunto un aumento ordinato della saturazione da sinistra verso destra.


          
Fig. 3 - Differenze di saturazione (con tonalità e luminosità costanti)


Il fatto che un colore saturo ci appaia, per così dire, pienamente se stesso, facilmente identificabile, rende possibile accoppiare la misura della saturazione all'identificabilità di un colore spettrale nel campione che si sta osservando. Se, cioè, non siamo in grado di dire con certezza se stiamo osservando un rosso, un giallo, un blu, un verde, ecc. allora è sicuro che abbiamo a che fare con un colore non saturo: se, ad esempio, siete d'accordo sul fatto che è difficile valutare se i primi tre campioni a sinistra in fig. 3 appartengono o no alla gamma dei rossi, siete anche d'accordo sul fatto che si tratta di colori non saturi.

Un problema ben noto agli studiosi del colore è la difficoltà di separare psicologicamente, soprattutto in condizioni di scarsa illuminazione, la componente di saturazione di un colore. Quanto più un colore è scuro, infatti, tanto più è difficile identificarne la tonalità, per poter valutare se esso sia saturo oppure no. Ed inoltre, a complicare ancora le cose, un colore molto saturo appare chiaro e brillante, il che porta spesso l'osservatore a giudicarlo più luminoso di un colore meno saturo che riflette la medesima quantità di luce. La tavola in fig. 4 mostra schematicamente il modo in cui luminosità e saturazione influenzano la visione dei colori: nel grafico la luminosità cresce in passi uguali da nero verso bianco sull'asse verticale; la saturazione aumenta in modo corrispondente lungo l'asse orizzontale. Pertanto tuti i campioni posti sulla medesima riga condividano lo stesso livello di luminosità; tutti i campioni sulla medesima colonna condividano lo stesso livello di saturazione. Dall'osservazione della disposizione dei campioni di colore sulla tavola emergono due considerazioni: 1) la discriminazione degli ingredienti di un colore è più difficile in corrispondenza dei toni scuri; 2) la capacità di discriminare livelli di saturazione differenti è massima in corrispondenza dei livelli di luminosità medi.


      
Fig. 4 - Influenza della luminosità e della saturazione sulla percezione di un colore


Pensando all'arcobaleno, ogni volta che appare, ci viene da ricordare l'aspetto e il nome dei suoi sette colori: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. E la moda? Sarebbe impresa assurda catalogare tutti i nomi dei colori che la moda, nella sua lunga vita, ha chiamato agli onori della popolarità. E di stagione in stagione, proclama non solo il regno di un colore, ma anche il regno del nome col quale un colore deve chiamarsi; impone cioè a un vecchio colore un nome nuovo, e il colore diventa nuovo.


SINTESI ADDITTIVA E SINTESI SOTTRATTIVA

Le due forme basilari di mescolanza dei colori sono chiamate “additiva” e “sottrattiva”.

La mescolanza additiva o sintesi additiva di due o più colori consiste nel far pervenire all'occhio umano due o più fasci luminosi che singolarmente producono sensazioni di colore distinte (ad esempio rosso e verde) in modo da produrre la sensazione di un altro colore (in questo caso, il giallo).

  • La sintesi additiva si riferisce ai colori primari della luce. Questi colori sono: il rosso, il verde e il blu presenti nel mezzo e ai due estremi dello spettro della luce visibile. Miscelati fra loro in proporzioni diverse è praticamente possibile ottenere tutti i colori della gamma spettrale. La somma dei tre colori produce “luce bianca”.
  • La sintesi sottrattiva, si riferisce invece ai colori primari dei pigmenti. Una caratteristica della materia, e quindi dei pigmenti, è quella di assorbire in maniera selettiva solo alcune lunghezze dʼonda della luce e di rifletterne le altre. Il colore del pigmentoquindi è determinato dalle radiazioni sottratte alla luce bianca, per questo si parla di sintesi sottrattiva. I colori primari della sintesi sottrattiva sono: il ciano, il magenta, il giallo (C,M,Y). dalla somma di tutti e tre si ottiene il nero. In sintesi sottrattiva, il nero (K) è il risultato della totale sottrazione delle radiazioni colorate riflesse dai pigmenti.



I colori vengono classificati in primari, secondari, terziari, complementari.

COLORI PRIMARI

Sono i colori di base, dai quali si ottengono, mescolandoli, tutti gli altri. Sono la base di tutti i colori e sono considerati “assoluti” perché non si possono ottenere con nessuna mescolanza.

L’RGB è un modello additivo: unendo i tre colori con la loro intensità massima si ottiene il bianco (tutta la luce viene riflessa).

• rosso
• giallo
• blu.

La combinazione delle coppie di colori dà il ciano (C), il magenta (M), il giallo (Y).




Questi colori non possono essere ottenuti componendoli con altri, ma è mescolandoli che possiamo avere tutti gli altri.


I colori primari sono posti in un triangolo equilatero a sua volta all’interno di un esagono in cui i vertici opposti non sono altro che colori secondari, ottenuti, cioè, mescolando in parti uguali i pigmenti di due colori primari.

COLORI SECONDARI

Ogni coppia di colori primari genera un colore secondario. A questo punto si ottiene, mescolando le coppie di primari, i 6 colori fondamentali della ruota dei colori che, uniti al bianco e nero, sono gli unici colori disponibili in natura.

Tutti gli altri colori non sono altro che una versione più o meno accesa e più o meno chiara di questi colori.

• Giallo + Rosso = Arancione
• Giallo + Blu = Verde
• Rosso + Blu = Viola

COLORI TERZIARI

Mischiando un colore secondario con il primario otteniamo un colore terziario.
Il cerchio esterno mostra come si possano ottenere i colori terziari e come tutti siano in opposizione polare con il proprio complementare (cioè la tinta opposta).
Se in una qualsiasi combinazione di uno o più colori, il rosso, giallo e blu sono presenti in giusta misura (come nel caso di due colori tra di loro complementari), la loro risultante sarà il grigio neutro, che è anche il metro di giudizio per stabilire se due o più colori sono armonici o meno.

• Giallo + Verde = Verde giallognolo
• Giallo + Arancio = Giallo aranciato
• Rosso + Arancio = Rosso aranciato
• Rosso + Viola = Rosso violaceo
• Blu + Verde = Blu verdastro
• Blu + Viola = Blu violaceo


  TERMINOLOGIE DEL COLORE  


ACROMATICI (colore)
Sono i colori privi di una tinta (tono cromatico), ossia il nero, il grigio e il bianco.

ARMONIA CROMATICA
È la profonda corrispondenza tra gli elementi e le parti di un insieme di colori. Una composizione di tinte armoniche appaga la necessità di equilibrio dell'occhio.

► BICOLORE  
Dal latino bicolor-oris. Per definizione generica, che presenta due colori.

CAMAÏEU (colori) [pronuncia: camaiè] 
Dal francese antico camaheu che significa "cammeo, chiaroscuro". Sono quei colori che hanno la stessa tonalità, degradanti, non in contrasto, ma differente intensità, che imitano l'effetto dei cammei.

► CMYK  
Acronimo di Cyan, Magenta, Yellow, blacK (ciano, magenta, giallo, nero). È un modello di colore a sintesi sottrattiva che viene impiegato sia nella stampa digitale che in quella tradizionale delle grandi macchine (rotocalco, offeset). La riproduzione tramite questi quattro inchiostri è chiamata anche stampa in quadricomia.

COLORANTE
Si tratta di sostanze, in genere di natura organica che possono essere naturali o di sintesi, e che risultano solubili in solventi (acqua, ecc.). Funzionano unendosi in maniera stabile, attraverso legami chimici, alle molecole delle sostanze colorate (tessuti, plastiche, ecc.). I coloranti non danno una semplice copertura all'oggetto, come fanno i pigmenti. Creando una reazione chimica gli impartiscono una colorazione stabile che ne caratterizza tutta la massa. I coloranti possono essere naturali, di origine animale o vegetale, e artificiali, cioé preparati in laboratorio in genere sotto forma di molecole poliaromatiche. 

COLORATO
Participio passato di colorare. Che ha un determinato colore; che non è né bianco né nero o che ha un colore diverso dal naturale.

► DÉGRADÉ  
Termine francese, participio passato del verbo dégraderEffetto di colore sfumato che degrada verso un bordo, da toni scuri ed accesi sino a chiarissimi.

FIAMMA
Leggero riflesso di colore diverso da quello del fondo che si nota sul tessuto tinto sfiorando con lo sguardo la superficie.

FLUORESCENTE  
Il termine (derivato da fluorite, minerale che ha questa proprietà naturale) fu coniato dal fisico irlandese G.G. Stokes nel 1852. Gran parte dei colori che definiamo fluorescenti in realtà sono solo sfumature ad alta intensità. I veri colori fluorescenti sono così accesi non solo perché molto saturi, ma anche perché la struttura chimica del colorante o del materiale assorbe le onde luminose molto corte che ricadano nella porzione ultravioletta dello spettro, quello che gli esseri umani non percepiscono, e le riflette indietro come se fossero onde più lunghe, che invece riusciamo a vedere, perciò i colori possiedono una luminosità fluorescente alla luce del giorno e al buio brillano. 

NANOMETRO
Unità di misura di lunghezza ed equivale a un miliardesimo di metro. È utilizzato per indicare la lunghezza d'onda della luce visibile, che è compresa tra i 380 e i 780 nanometri. 

OPACITÀ 
Caratteristica di un corpo di non lasciare passare la radiazione luminosa. La superficie di un materiale può essere trasparente, se trasmette la luce e attraverso di essa è possibile osservare un oggetto; traslucida, se trasmette la luce diffondendola ma non è trasparente; opaca, se è impenetrabile alla luce visibile.  

PIGMENTO
Sostanza utilizzata per modificare il colore di un materiale. Si distingue dal colorante perché non si può sciogliersi sia nei comuni solventi (anche in acqua) sia nella superfice da colorare, la cui azione colorante deriva dalla dispersione meccanica nel mezzo stesso. In genere sono chiamate «terre», perché la maggior parte dei coloranti tradizionali proviene da giacimenti minerali naturali. I pigmenti si suddividono in pigmenti organici e pigmenti inorganici (o pigmenti minerali). Entrambi possono essere sia naturali sia artificiali. Tra i pigmenti vegetali più conosciuti ci sono le clorofille (parti verdi delle piante), i carotenoidi (colori giallo-arancione) e le antocianine (colori violetti). I pigmenti minerali sono composti inorganici costituiti da polveri più o meno fini, colorate, insolubili nel mezzo disperdente con il quale formano un impasto più o meno denso da applicare sulla superficie da colorare.

RGB
Acronimo  di Red, Green, Blue. Indica i tre   colori primari (Rosso - Verde - Blu) prodotti dalla luce che stanno alla base della sintesi additiva.  La somma di tutti e tre i colori produce la luce bianca.

► TINTA  
Da tinto, participio passato di tingere; dal latino tincta(m)1. Nome generico che definisce il colore. 2. La sostanza colorante chimica o naturale con cui si tinge, si colora qualcosa.

🇫🇷 Francese: Teinte 🇬🇧 Inglese: shade | Hue 🇩🇪 Tedesco: Farbtonn | Farbnuance 🇪🇸 Spagnolo: Tonalidad

► TINTA UNITA
Dicesi di un filato, tessuto, indumento tutto di un colore. Sinonimo in italiano: monocolore.

🇫🇷 Francese: Uni 🇬🇧 Inglese: Plain 🇩🇪 Tedesco: Einfarbig | Uni 🇪🇸 Spagnolo: De color unido

► 
TONALITÀ
 
Tono di colore, gradazione di tinta.

► TONO 
Sfumatura di colore, tonalità.

TON SUR TON (colori)
Sono quelle gradazioni di colore vicine (esempio: blu - verde turchese, ecc.). 

Si dice di tessuti, fantasie, filati, ecc. quando vengono accostati a tonalità dello stesso colore, ma con sfumature diverse.

🇮🇹 Italiano: Tono su tono 🇫🇷 Francese: Ton sur ton 🇬🇧 Inglese: Tone-in-tone 🇩🇪 Tedesco: Ton-in- Ton 🇪🇸 Spagnolo: Tono sobre tono




Unica catalogazione dei colori possibile, benché assai generica, è quella di "colori freddi" e "colori caldi", e di colori "chiari" e "scuri". Le gradazioni di colore sono quasi impossibili da definire, data la varietà degli oggetti di riferimento da cui prendono il nome. Per creare ancora più possibilità di sfumature coloristiche e linguistiche, al nome di un colore si aggiungono aggettivi molto generici (esempio: acceso, intenso, ecc.), o semplicemente qualitativi (allegri, vivaci, neutri, colori-choc, ecc.). Talvolta si combinano assieme due colori confondendo ancora di più le cose (esempio: bianco grigiastro, ecc.). Le sfumature non sono portatrici di simboli ma soltanto di un significato estetico (esempio: il viola ha una simbologia, il lilla non ne ha).




  CODIFICA DEI COLORI  

Il colore è uno degli elementi più importanti dei rapporti commerciali nell'industria tessile. Oggi sono a disposizione delle moderne e sofisticate tecnologie elettroniche applicate alla colorimetria, capaci di convertire la percezione del colore in termini numerici, cioè in dati di valore tecnico assoluto, determinando, in modo scientificamente corretto, l'esatto punto di colore per cui non esistono più criteri di valutazione soggettiva o ambientale. Inoltre esistono supporti idonei di riferimento messi a punto da vari organismi internazionali, ed universalmente adottati (Pantone, Colour Index, ecc.).


₁ Nell'arcobaleno sono piccole gocce d'acqua a flettere le onde della luce, la goccia si comporta insomma come un minuscolo prisma. 
₂ Isaac Newton (Inghilterra, 1642-1727) matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo e alchimista.
₃ In una stanza buia del Trinity College di Cambridge Newton intercetta con un prisma un sottile raggio di luce che filtra dalla finestra, proiettandolo sul muro di fronte, dove questo, anziché restare bianco, si scompone in una sequenza variopinta simile a un arcobaleno. L'esperimento non è finito qui. Newton prende lo spettro e lo proietta su un altro prisma, stavolta rovesciato, che lo ricompone da capo in un raggio di luce bianca, ed è questo secondo fenomeno quello davvero importante concettualmente. Si capisce infatti che le onde non solo possono essere scomposte ma anche ricomposte.
₄ Riccardo Falcinelli - Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo; ed. Einaudi, 2017, p. 83 



Curatore: Rames GAIBA
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    L'identificazione con un colore a una città o zona  è un fenomeno tipicamente italiano.

    Terra di Siena, rosso Bologna, rosso Pompeiano, rosso Venezia o veneziano, giallo Parma, giallo Milano o “Maria Teresa”, giallo Napoli, verde Brentonico o ocra verde di Verona, e, nelle vicinanze, il giallo d'Istria (tra i golfi di Trieste e Fiume).