16 settembre 2017

IN PRINCIPIO ERA IL NERO... poi entrò nella tavolozza del Diavolo


Eboni Davis, modella [2]
foto: Erez Sabag
«In principio Dio creò il Cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: 'Sia la luce!'. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte». (Gen I 1-5). Stando a questi primi versetti della Genesi, le tenebre hanno preceduto la luce. Esse avvilupparono la terra quando era ancora priva di ogni essere vivente e l'apparizione della luce era una condizione obbligata affinché la vita potesse fare la sua comparsa: Fiat Lux! ("Sia luce!", Gen 1-3) Per la Bibbia, o almeno per il primo racconto della Creazione, il nero ha dunque preceduto ogni altro colore. È il colore primigenio, ma anche quello che fin dall'origine possiede uno statuto negativo: nel nero, nessuna vita è possibile, la luce è buona, le tenebre no. Per il simbolismo dei colori, il nero appare già, dopo solo cinque versetti, vuoto e mortifero. [1]  

IL NERO COLORE DEL LUTTO 

Le prime testimonianze in merito all'uso del nero per il lutto ci giungono dall'antica Grecia, dove nero è tutto ciò che afferisce al mondo dei morti, visto in maniera speculare rispetto a quello dei vivi, e quindi innanzitutto privo di luce. [3] 


Ombrello da lutto (1895-1900)
The Metropolitan Museum of Art, New York, USA

Il nero luttuoso è un nero assorbente, freddo, che simbolicamente rappresenta la fine di un'esistenza e per traslato il dolore di chi di questa fine è spettatore, e quindi lo subisce. E per lo stesso motivo la correlazione nero-lutto non è esclusivamente sinonimo di finitezza; anzi, fino al secolo XIX è fortemente intrisa di religiosità e ha un valore consolatorio, dal momento che sottende la considerazione della morte non solo come parte integrante della vita, ma addirittura come ingresso nella vera vita, quella definita ultra-terrena.

Le prime testimonianze in merito all'uso del nero per il lutto ci giungono dall'antica Grecia, dove nero è tutto ciò che afferisce al mondo dei morti, visto in maniera speculare rispetto a quello dei vivi, e quindi innanzitutto privo di luce. Tutto ciò aveva una durata molto limitata. Invece a considerare l'usanza di portare il lutto per un periodo di tempo dopo il decesso di un congiunto, e a stabilire delle vere e proprie regole in materia, sono i Romani.

Anche se fino al Quattrocento i colori associati al lutto sono, oltre il nero, il verde e il blu scuro (in realtà spesso e soprattutto nelle classi inferiori si indossava semplicemente l'abito migliore, indipendentemente dal suo colore) una prima reale formalizzazione del nero funereo si può fissare nella prescrizione di papa Innocenzo III (1216) che, nel definire i colori degli abiti sacerdotali utilizzati nella liturgia cattolica, destinava il nero e il viola al servizio funebre.


Abito da sera da lutto
in moiré di seta nera, 1861
Alla fine dell'Ottocento il nero arriverà sedimentato come colore del potere economico, della serietà professionale, della moralità integerrima, dell'investitura sacerdotale e intellettuale. In sintesi come colore del potere maschile. In un unico caso è colore di potere femminile, ma di un potere ambiguo perché passivo, e cioè il potere di chi soffre. Dal momento che per lunghissimo tempo è stato consentito alle donne solo e soltanto nei periodi di lutto, il nero - utilizzato nella sua declinazione più punitiva e spesso anche più esteriore - ha significato nell'espressione femminile soltanto il rivestimento delle vedove. Unica eccezione gli abiti delle streghe e quelle delle suore, donne comunque appartenenti al confine tra realtà e immaginazione, comunque vedove del Diavolo o di Dio, da esorcizzare  riducendo la loro visibilità, relegando i loro saperi nei conventi o spegnendoli sul rogo. [4]  



L'abito del lutto.
Immagini della mostra "morte ti fa bella: Un secolo di lutto nell'abbigliamento"
Museo Metropolian of Art di New York (21 ottobre 2014-1 febbraio 2015)

Il dolore (1898)
Émile Friant (Dieuze, Francia, 1863 - Parigi, Francia, 1932)
olio su tela, cm. 254 x 325
Nancy, Francia - Musée des Beaux-Arts 

Gnòthi seautòn ‹ġnòtħi seautòn›. – Traslitterazione del greco γνῶϑι σεαυτόν, forma originale della sentenza citata in latino con le parole "nosce te ipsum"; in italiano con la traduzione "conosci te stesso".



Conosci te stesso. Mosaico funebre
trovato lungo la via Appia (San Gregorio),
inizio del III secolo d.C.
Roma - Museo Nazionale Romano alle Terme. [5]


[1] Michel Pastoureau,
 Nero storia di un colore, Ed. Ponte alle Grazie, 2008,  p. 20.

[2] Eboni Davis, altezza cm. 175 (Seattle, Washington, 1994- )
[3]
I Greci indicavano il nero con la parola μέλας che ha paralleli nelle lingue indoeuropee e significa «sudicio, mesto, che arreca travaglio, lugubre, triste, fosco, oscuro, velenoso». Mariangela Surace, Nero. La religione di un colore e i suoi fedeli laici. Ed Castelvecchi, 2000, p. 16 e 22.

[4] Mariangela Surace, Nero. La religione di un colore e i suoi fedeli laici. Ed Castelvecchi, 2000, p. 39.
[5]
Il dito della mano verso il basso sta ad indicare la scritta, il motto greco γνῶθι σαυτόν "Conosci te stesso."



Il colore nero associato all'immagine di un teschio o di uno scheletro è già, nell'iconografia romana di epoca imperiale, un attributo obbligato della morte. Lo resterà fino ai giorni nostri.

A Roma la moda delle colonne e delle statue in marmo nero, importato dalle isole greche di Chios e di Melos, comincia nel I secolo a.C. A volte questo marmo è detto luculliano, dal nome del console Lucullo che per primo ne fece ampio uso nella sua villa romana.



Statua di una Danaide dagli occhi dipinti.

Napoli - Museo archeologico nazionale



Sino alla fine del XIV secolo, il gatto viene spesso considerato un animale furbo e inquietante, in particolare il gatto nero, che rientra a pieno titolo nel bestiario del Diavolo. In seguito, quando ci si rende conto che il gatto è più utile della donnola per dare la caccia ai topi e ratti, ottiene il diritto di entrare nelle case e a poco a poco diventa il compagno familiare che noi conosciamo.



Gatti neri in processione.
Miniatura di un bestiario inglese della metà del XIII secolo.
Oxford - The Bodleian Library, Ms. Bodley 533 fol. 13



UN DOPPIO PARADOSSO

Nel 1245 Domenico di Guzman fonda i frati neri, i domenicani, che in seguito all'istituzione dell'Inquisizione spagnola (1478) ne saranno messi a capo.
Il percorso che porta all'associazione nero-potere passa per le tonache dei sacerdoti, dei benedettini e dei domenicani tinte di nero distintivo di una classe, di un ordine, di una casta, di un potere collettivo, o comunque conferito e riconosciuto da una collettività. [5]

Predicatore rigorista e lugubre profeta, il frate domenicano Girolamo Savonarola (1452-1498) instaura a Firenze la repubblica ed esercita di fatto per quattro anni (1494-1498) una dittatura predicando con fervore la riforma dei costumi così come più tardi faranno i grandi riformatori protestanti: condanna del lusso, delle feste e dei giochi, rogo di libri e di opere d'arte, obbligo per tutti di indossare abiti scuri e severi.





Ritratto di Savonarola (1524)
Moretto da Brescia (1498-1554)

olio su tela, cm. 74 x 66
Verona - Museo di Castelvecchio.


Già dal Medioevo il nero era il colore della Chiesa cattolica, e curiosamente anche quello dei suoi avversari: prima che dei riformisti (Lutero indossava il nero pessimistico dei canonici agostiniani, Calvino il nero volitivo degli studenti in legge), di quelle entità connesse con il sottosuolo e il suo potere demoniaco e sulfureo quali streghe, alchimisti, fino a giungere a Satana in persona. [6]

I preti cattolici sono vestiti di nero. Lo sono ancora, nelle regioni non sommerse da quella modernità che è riuscita a dissolvere il prete nell'umanesimo della folla dei consumatori. Di nero, hanno la tonaca. Qui, un doppio paradosso: da una parte, il prete del Dio consolatore porta i colori del Principe delle Tenebre; dall'altra, guardiano di una rigida separazione gerarchica tra i sessi, ricopre con abiti la propria ipotetica castità. Ancora una volta, è possibile scorgere le dialettiche del nero. Il più grande avversario filosofico del prete, Nietzsche, voleva farla finita con il culto mortifero del Crocifisso, e la sua intenzione era appunto quella di «spezzare in due la storia del mondo». Per quello che lo riguarda, invece, il prete spezza in due la storia del nero: lo strappa al demonio e ne fa, contro il bianco virginale che ci si aspetterebbe, l'emblema visibile e femminilizzato del servizio della fede e dell'astinenza che questa esige. [7]



[5] Mariangela Surace, Nero la religione di un colore e i suoi fedeli laici., Ed. Castelvecchi, 2000, p. 21
[6] Mariangela Surace, Nero. Le ragioni di un colore e i suoi fedeli laici., Ed. Castelvecchi, 2000, pp. 27-28
[7] Alain Badiou, Lo splendore del nero. Filosofia di un non-colore., Ed. Ponte alle Grazie, 2017, pp. 53-54
        

Ritratto di René d'Anjou (1475 circa)
Dittico dei Matheron
Nicolas Froment
Parigi - Musée du Louvre


René d'Anjou, principe, poeta e colto mecenate, cambia spesso i colori della sua livrea nel corso della sua lunga vita (1409-1480), ma il nero non manca mai, sia che venga utilizzato da solo, sia che venga associato al bianco e/o al grigio.


Uomo dal guanto (1523 circa) - Tiziano Vecellio
olio su tela, cm. 100 x 89
Parigi - Musée du Louvre


«Sebbene il colore nero sia e appaia triste, esso ha grande dignità e condizione; e per questo borghesi e mercanti, uomini e donne, ne sono riccamente abbigliati. Al presente stato delle cose, questo colore è il più richiesto per gli abiti a cagione della semplicità che è in esso, ma se ne fa un uso fuor di misura [...] al punto che si trovano tessuti neri di così fine fattura che costano come gli scarlatti». (Sicile - Blason des coleurs, 1450)


Interno di un tempio (1660 circa)
Emanuel de Witte (Olanda, 1617-1692)


La pittura olandese del XVII secolo mostra spesso templi privi di qualsiasi immagine e di qualsiasi colore, così come aveva prescritto Calvino nel secolo precedente: «Il più bell'ornamento del tempio deve essere la parola di Dio».


Ritratto di un artista nel suo studio (1812)
Attribuito a Théodore Géricault
Parigi - Musée du Louvre


Nel XIX secolo, due attributi accompagnano spesso la rappresentazione dell'artista o del poeta romantico: un abito nero e una postura malinconica. Il corpo è più o meno reclinato, il gomito piegato e la mano è appoggiata sulla tempia, la guancia o la fronte, nell'atteggiamento caratteristico dei personaggi sofferenti o tormentati che si incontra già nell'iconografia antica e medioevale.

Il tema delle vergini nere, largamente diffuso in tutta Europa, è il simbolo della verginità della terra (non ancora fecondata). Il prototipo delle vergini nere è Iside che avrebbe, secondo la leggenda, portato in seno e messo al mondo da sola un bambino: il "sole di verità" (Horus). La vergine nera è stata identificata in seguito con la Pietra Nera che si ritrova nel culto di Cibele ma anche nelle tradizioni celtica e musulmana.



La Madonna Nera di Tindari, Messina


LA PESTE NEL XVIII SECOLO

L'espressione «peste nera» designa di solito la grande epidemia che colpì l'Europa tra il 1346 e il 1350 uccidendo quasi un terzo dei suoi abitanti. Ma tutte le pesti sono poste sotto il segno del colore nero. E' il caso di quella, particolarmente drammatica, che imperversò a Marsiglia nel 1720.



Il dottor Chicogneau, decano dell'università di Montpellier, 
inviato a Marsiglia nel 1720 per lottare contro la peste.
Incisione anonima colorata, 1725 circa.



IL SELCIATO DI PARIGI


Tra le grandi capitali europee, Parigi non è certo la più nera. Ma colta di notte dalle fotografie di Brassaï mostra, sotto la pioggia e alla luce della luna, una sorta di bellezza tenebrosa.


Les pavés (1932) - foto

Brassaï

Parigi, Musée national d'Art moderne.


IL VOLTO DELLA MORTE


Il vero eroe del "Settimo sigillo" (titolo originale Det sjunde inseglet), film del 1957, trasposizione cinematografica della pièce teatrale Pittura su legno (Trämålning) che lo stesso Bergman aveva scritto nel 1955 per la sua compagnia di attori teatrali, capolavoro di Ingmar Bergman, è la Morte.
Nella Svezia del XIV secolo, devastata dalla peste nera, la Morte viene a cercare un cavaliere di ritorno dalle crociate. Per ritardare la fine, quest'ultimo le propone una partita a scacchi.



La partita a scacchi tra Antonius e La Morte. La Morte muove i neri.



BIBLIOGRAFIA

  • Alain Badiou, Lo splendore del nero. Filosofia di un non-colore, Ed. Ponte alle Grazie, 2017
  • Michel Pastoureau - NERO storia di un colore - Ed. Ponte Alle Grazie, 2008
  • Mariangela Surace - NERO la religione di un colore e i suoi fedeli laici - Ed. Castelvecchi, 2000 



Rames Gaiba
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15 settembre 2017

LAMPASSO

Lampasso - dal francese lampas(se), termine in uso che indicava tessuti operati per tappezzeria.

Tessuto operato di grande pregio, originariamente fatto a mano, ora battuto con meccanica jacquard  impiegante almeno due orditi (uno di fondo) ed una o più trame: gli orditi sono tinti in filo in un solo colore, mentre le trame sono tinte con uno o più colori, in maniera da ottenere un materiale a due tonalità di tinta o multicolorato (a differenza del damasco). Presenta grandi disegni in rilievo, di seta o lana. Simile al damasco .

IMPIEGHI - Oggi è utilizzato nell'arredamento per tappezzerie e tendaggi e parati di lusso, e per paramenti ecclesiastici.

a sinistra: tessuto con paesaggio Inghilterra (?), sec. XVIII, primo quarto, Gros de Tours liseré in seta, broccato in seta argento e oro lamellare, argento e oro filato n. inv. AS44 Como, Museo Studio del Tessuto, Fondazione Antonio Ratti

in centro: tessuto con motivi giapponesi Francia, sec. XVIII, primo quarto, Lampasso di seta broccato in oro filato e ritorto, argento filato e ritorton. inv. AS92
Como, Museo Studio del Tessuto, Fondazione Antonio Ratti

a destra: tessuto con nastri e motivo animalier Francia sec. XVIII, terzo quarto Cannellato di seta broccato in seta, seta ondata, ciniglia n.inv. 81.01.153
Prato, Museo del Tessuto


STORIA - Di origine cinese, si diffuse in Persia dalla fine del X sec., ed ebbe il suo momento di maggior fulgore nel periodo dei sec. XVI-XVIII; centri di produzione in Europa furono Lione (Francia), ed in Italia Genova e Lucca. Veniva fabbricato con filati di seta e molte volte arricchito con trame d'oro e argento fino. 



Rames Gaiba
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14 settembre 2017

LUO


Luo - all'epoca della Dinastia Han che governò in Cina questo termine stava ad indicare la  rete di seta per prendere gli uccelli.
Uniforme tessuto trasparente di seta detto "ali di cicogna".





Rames Gaiba
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JEANS: una affascinante storia dal tessuto denim al capo d'abbigliamento





Il mondo cambia
i blue jeans no...
... e se non esistessero, bisognerebbe inventarli


(Jean Baudrillard) [1]









Un segno universale

Universali, transazionali, indipendenti dalla razza, dalla nazione, dallo status politico e sociale (si pensi, negli anni sessanta, al movimento studentesco i cui giovani indossavano il jean "made in USA" pur ispirandosi a Mao e alla Cina), adatti a tutti e da tutti utilizzati: dall'avvocato quando va alla partita, al giovane professionista che li indossa assieme alla giacca ed alla cravatta, quando vuole sottolineare di non essere (ancora) completamente integrato; ed ancora li indossa la ragazza che ha il piacere di mostrare le gambe lunghe e il sedere alto; e naturalmente li indossa lo studente e l'operaio, l'immigrato e il gitante. Insomma proprio tutti.

Qui, brevemente, si narra la storia di un successo quotidiano [2] che qualcuno ha chiamato cult objects. Gli usi, i costumi e gli oggetti che rendono tangibili le culture degli uomini sono oggi più o meno simili dappertutto; la gente si comporta in maniera analoga e tende a spostare le differenze dal piano della geografia a quello della storia, dallo spazio al tempo, dall'esotico alla moda. Fra New York e Mosca, fra Tokio e Pechino, tra Parigi e Rio de Janeiro, perfino gli umori sono sempre più simili, e soprattutto in via di ulteriore omologazione. Osservare tale diffusione planetaria nel caso dei jeans è accessibile, tanto che normalmente non ci si fa caso. In un mondo così arbitrario e simbolico come quello dell'abbigliamento il jean rappresenta una grande rivoluzione.      

[1] Filosofo francese, citazione tratta dal breve saggio "Il mondo cambia, i blue jeans no". Secondo Baudrillard, i jeans hanno si cambiato la vita, "ma se hanno potuto registrare un tale sfolgorante successo, è perché la vita era già cambiata". "I jeans sono il grado zero dell'abito, o il non-abito universale, senza bisogno di abbinamenti né accessori". E dove quel grado zero, avverte il filosofo, "non è una definizione peggiorativa" ma l'esatto contrario. "Se i contadini portano i jeans - continua il filosofo - è perché non sono più contadini. Se le donne portano i jeans è perché il loro corpo non è più lo stesso, è meno aderente alle costrizioni dell'essere donna, alla messa in scena della loro femminilità". Solo una questione di unisex? No, approfondisce Baudrillard, "i jeans, dopo aver livellato le caratteristiche sessuali, possono ridiventare un oggetto sensuale, sottolineando fino all'oscenità le forme del corpo".
[2] Oggi nel mondo si vendono un miliardo e 800 milioni di jeans all'anno (dato al 2009)
   

1. La storia

1.1. L'antenato del tessuto denim è il fustagno. Nel fustagno, che conosciamo dal XIII al XVI secolo, la trama (cioè il filo orizzontale) era di cotone, mentre l'ordito (il filo verticale) poteva essere di lino, di canapa, e talvolta di entrambi. Il tessuto era prodotto un pò ovunque, e ci si riferiva ad esso con un'infinità di nomi: pignolato, bambagina, terlice, ecc. Nel Cinquecento l'industria del fustagno, in Italia, va in crisi: inizia una corsa al ribasso del prezzo e le produzioni si spostano. Fu proprio intorno alla metà del Cinquecento che comparve, sui moli del porto di Londra e negli empori inglesi, un nuovo termine: jeans. L'Inghilterra era ormai diventata un importatore di fustagno: quello tedesco, proveniente dalla Svevia e quello genovese. In effetti, posti di fronte alla crisi generale, i mercanti di Genova si erano rapidamente ripresi, organizzando un efficace traffico internazionale, del «fustagno rurale» proveniente soprattutto dall'entroterra della Repubblica (Novi Ligure, Serravalle, Voltaggio, Alessandria, Asti). Non si trattava di un prodotto d'élite (il cotone importato dalla Turchia e dall'Italia meridionale veniva mescolato con la canapa locale). Così nell'Inghilterra di fine Cinquecento le balle di fustagno che si ammucchiavano sulle banchine venivano segnate dai portuali con scritte grossolane, che ne definivano la provenienza: «holmes» era il tessuto di maggiore qualità prodotto a Ulm, in Svevia; e «jeans» (da Gènes, alla francese) era il tessuto che arrivava da Genova.

I mercanti nel '700 conoscevano già il tessuto: una stoffa proveniente da Nimes, utilizzata per coprire le mercanzie navali. Si trattava di un ruvido tessuto di cotone che veniva fino ad allora fabbricato in un area molto ben individuata, vale a dire la bassa valle del Rodano, in Francia (Tissus de Nimes), ed il comprensorio marittimo della Riviera ligure italiana (Blèu de Gènes) [1], con lo scopo di fornire in particolare i marinai liguri e della costa francese.


Madre che cuce con due bambini (1670-1709)
Maestro della Tela Jeans [2]
olio su tela, cm. 102 x 193
Fondazione Cariplo - Milano

1.2. Il 14 marzo 1853 Morris Levi Strauss, [3] un mercante bavarese (fallito), arrivò in California (proveniente da New York e dal Kentucky, dove aveva fatto per qualche anno il venditore ambulante), intruppandosi nella moltitudine di avventurieri disperati, coraggiosi, ribaldi che costituivano la massa di individui attratti irresistibilmente dalla "febbre dell'oro", per aprirvi un commercio di tessuti. La leggenda vuole che Levi Strauss avesse venduto quasi tutta la sua mercanzia prima di sbarcare a terra [4], e gli fossero rimasti solo dei teli da tenda; sicché quando, il giorno stesso dello sbarco, uno dei "prospectors" (cioè dei cercatori d'oro) gli chiese di vendergli dei pantaloni, il commerciante poté farglieli fabbricare solo con quel telo da tenda che gli era rimasto, che era di colore cachi e non blu.


L'aspetto più importante dell'invenzione dei jeans, nei loro primi decenni di vita, non riguarda la loro forma o il taglio, che erano variabili, ma il processo di produzione. Levi Strauss nel bel mezzo della corsa all'oro che portò alla colonizzazione del Far West, intuì che i vecchi metodi artigianali per confezionare gli indumenti non erano adeguati ai ritmi di crescita della nuova società e propose un sistema di manifattura in serie, che magari sacrificava l'eleganza e l'adattamento individuale, per garantire prezzi bassi e grandi volumi di produzione. Le sue fabbriche rifornirono prima la rete degli empori che sorgevano nelle effimere città minerarie della California; poi i loro prodotti si diffusero tra i taglialegna, ferrovieri, cow boys , e, soprattutto, tra i minatori; insomma lungo la linea geografica e sociale della Frontiera. [5]  


Il 20 maggio 1873 l'US Patent and Trademark Office (l'ufficio americano dei brevetti) rilasciò la licenza numero 139.121 «For improvement in fastening pocket openings» (miglioramenti nella chiusura delle tasche). Era l'autorizzazione a produrre in esclusiva pantaloni di cotone robusto tenuti insieme, oltre che dai punti del cucito tradizionale, anche da rivetti metallici. Praticamente si trattava di ampi e pesanti pantaloni, che si chiudevano in vita, con i quali coprire gli altri indumenti, durante il lavoro. Titolari del brevetto erano il commerciante Levi Strauss e il sarto Jacob Davis, trasferitisi in Nevada sempre in cerca di fortuna, il quale aveva cominciato a cucire robusti capi da lavoro (giubbotti, pantaloni, grembiuli, ecc.) impiegando quel particolare tessuto. L'idea di Davis fu quella di utilizzare i rivetti di rame per rinforzare le cuciture che cedevano in quanto quegli indumenti erano indossati da minatori, mandriani, agricolturi.  Caso volle che Davis avrebbe voluto brevettare la sua idea ma non disponeva dei 68 dollari necessari a svolgere la pratica. Così ebbe l'idea di proporre al proprio fornitore di tessuti di mettersi in società. Il merito di Levi Strauss fu di comprendere l'universalità delle destinazioni d'uso di manufatti di tal genere, e quindi l'enorme potenzialità di diffusione a livello popolare di quei capi grezzi quanto funzionali. Pertanto brevettò l'idea, ed i vari prodotti jeans in tessuto Denim, in particolare i pantaloni, divennero la divisa degli operai della ferrovia transamericana, dei "miners", dei cowboy; i pantaloni ebbero un immediato successo: il modello originale aveva cinque tasche.






Saranno i cercatori d'oro (per avere un pantalone che evitasse la perdita d'oro dalle tasche consunte di quelli di lana) ad utilizzare per primi i pantaloni a cinque tasche prodotti a San Francisco da Levi Strass: è l' "overall" sin da allora contrassegnato dal mitico codice 501 (che all'inizio era stata indicata con una doppia XX)  da un numero di lotto di tessuto denim da 9 once (un oncia corrisponde a gr. 28,352), e si trattava quindi di un tessuto leggero, peso che, oggi è usato, per i calzoni della stagione primavera-estate. Il nuovo robustissimo pantalone viene presto adottato dagli agricoltori e dai cowboy; è molto alto in vita, senza tasche dietro né passanti, è in tela marrone, presto sostituita dal caratteristico blu indaco. Nel 1886 compare il "patch" per la prima volta l'etichetta con due cavalli ("two horse brand"), in cuoio o spesso in una sua imitazione, posta sul retro dei pantaloni, che riporta le indicazioni della taglia e del modello, oltre a un marchio (è un vecchio disegno pubblicitario raffigurante un elementare "test di qualità") che raffigura due cavalli che cercano di strappare  - tirandoli in direzioni opposte - un paio di jeans, con ciò interpretando bene il concetto di resistenza.


La caratteristica impuntura a doppio arco «double arcuate» sulle tasche posteriori è stata creata nel 1873, ma venne registrata (nessuno ci aveva pensato prima) solo nel 1942.




Successivamente vennero introdotti i rivetti di rame per rinforzalo ulteriormente. Il prodotto aveva però bisogno di avere una immagine precisa e di distinguersi dalla concorrenza. Nacque così un nuovo elemento di distinzione: la red tab, l'etichetta rossa di minuscole dimensioni (1,5 per 0,5 centimetri) cucita a bandiera sul bordo della tasca posteriore destra, con scritto Levi's, tutto in maiuscolo e in verticale, che fu coperta da copiright nel 1936. 

Per evitare spreci e indirizzare le risorse alla produzione militare anche i jeans nel 1942 vennero soggetti a regole emanate dal War Production Board (un ufficio federale che aveva il compito di far applicare le norme) che ne mutarono l'aspetto. I bottoni della patta furono ridotti a tre (e prodotti in metallo scadente), i rivetti di rame scomparvero e fu abolito il taschino dell'orologio. Bisognava risparmiare  anche stoffa e filati: così furono abolite le alette sulle tasche dei giubbetti, le martingale e le impunture sulle tasche posteriori dei pantaloni. La double arcuate sui Levi's 501 XX di quel periodo - «Levi's di guerra» era semplicemente disegnata sulla stoffa, invece che cucita a macchina.



Il conflitto creò negli Stati Uniti una eroina in denim. Era chiamata «Rosie the Riveter» (Rosy la Rivettatrice), e divento il simbolo - autentica icona nazionale - dei sei milioni di donne americane che avevano sostituito nelle fabbriche di aerei, carri e cannoni, gli uomini andati in guerra. Il ritratto più famoso lo fece il pittore, illustratore, Norman Rockell, che ritrasse Mary Doyle Keefe (1922-2015, all'epoca del ritratto era un operatore telefonico). Nell'immagine, sullo sfondo di una bandiera a stelle e strisce, una poderosa Rosie, in jeans con i bordi arrotolati e maglietta blu si riposa, mangiando un panino e tenendo un compressore sulle ginocchia, come se fosse un mitra (copertina del Saturday Evening Post, del 29 maggio 1943).

Nel 1890 il famoso brevetto 139.121 (pantaloni con rivetti) decadde e altri produttori poterono fabbricare calzoni simili. Agli inizi del 1900 altre due aziende, Lee e Wrangler, producono "overall", contendendo a Levi's l'intero mercato.

Nel 1911 Henry David Lee decise di occuparsi anche di abbigliamento. C'era un enorme bisogno di workwear, di abiti da lavoro, che nessuno ancora era in grado di soddisfare. Lee prima creò la salopette, e che allora fu chiamata Bill Overall: era in tessuto denim da 8 once e aveva la pettorina e le bretelle, prima fisse e poi regolabili. Nel 1913 venne invece la Union-All, cioè la tuta da lavoro. Era, di fatto, il capo d'abbigliamento che risultava dall'aver cucito insieme un paio di dungaree e una giacchetta, e che copriva il lavoratore dal collo alle caviglie. Per quell'epoca, una rivoluzione: finalmente operai e contadini potevano fare in modo che, a fine giornata, i propri abiti non fossero sporchi da gettare via. Nel 1917 , per la prima volta una fabbrica d'abbigliamento (la Lee) faceva pubblicità su scala nazionale negli USA: era proprio quella dei Lee Bib Overall e della Union-All, pubblicata da principio sul «Saturday Evening Post», e poi in giro per l'America.

La storia del terzo marchio storico per l'America dei jeans comincia invece nel 1897, quando C.C. Hudson parte da un laboratorio d'abbigliamento per poi creare nel 1919 l'azienda Blue Bell che nel 1926 verrà acquista da un'altra azienda tessile, la Big Ben Manufacturing, del Kentucky. L'azienda continua a crescere. Nel 1943 la Blue Bell acquisisce un altro concorrente, la Casey Jones Company, che deteneva i diritti su diversi marchi, uno dei quali era stato usato raramente. Quando si tratterà di dare il nome ad una nuova linea di jeans per cowboy sarà un referendum fra i dipendenti della Blue Bell a consigliare proprio quello:
Wrangler. In inglese quel termine significa
«attaccabrighe». Nell'americano del West indicava però anche il cowboy in azione. Wrangler sarebbe diventato il marchio di punta del "western style". Nel 1955 la Blue Bell avrebbe superato ogni concorrente, arrivando a fatturare oltre 53 milioni di dollari.

Nel 1890 fu aggiunto il taschino per l'orologio e le monetine; nel 1905 la seconda tasca posteriore. I passanti per la cintura sarebbero stati applicati solo nel 1922, mentre nel 1926 la «zip» sostituì i tradizionali bottoni (i bottoni per le bretelle vennero definitivamente aboliti solo nel 1937). Negli anni '30 il blue jeans (che finalmente si chiama così) si impone negli Stati Uniti come indumento del tempo libero. Nel 1935 viene lanciato il primo jeans da donna. Nel 1937 appare per la prima volta sulle pagine di Vogue, entrando così nella storia della moda.

I jeans in Europa arrivarono col dopoguerra. I primi Levi's sarebbero stati commercializzati nel 1959. Nel 1962 la Blue Bell aprì la sua prima fabbrica in Belgio, e nel 1964, ancora in Belgio, cominciò a funzionare il primo stabilimento della Lee. In seguito, sempre in Belgio (nelle Fiandre) avrebbe aperto un proprio centro anche la Levi Strauss.

Eppure qualche jeans autenticamente europeo era in circolazione già da tempo. In Francia, la giovane imprenditrice Rica Levy aveva fondato nel 1928 quella che sarebbe diventata poi la Rica Lewis. All'inizio nella sua azienda venivano confezionati capi d'abbigliamento (anche in denim) per le Forze Armate, poi, dal 1945, si fecero anche i jeans. In Germania il marchio Mustang risale al 1932. Adesso il suo logo rappresenta un doppio cavallo al galoppo, ma all'inizio c'era un elefantino [6] In Inghilterra i Lee Cooper sono comparsi invece nel 1937, ma il marchio è nato addiritura nel 1908. A dare un aiuto alla diffusione del jeans fu paradossalmente proprio la penuria di stoffe che si era verificata nel corso della Seconda Guerra Mondiale, e nei tempi immediatamente successivi. Come altri beni, i tessuti erano razionati e potevano essere acquistati grazie a particolari «buoni». Ogni inglese aveva a disposizione 30 coupon all'anno per vestirsi, ma correva il rischio di esaurirli in fretta: per un abito da uomo ci volevano infatti 26 tagliandi, per un vestito da donna 16. Ma gli abiti da lavoro e i jeans si potevano avere in cambio di un solo coupon! Ovvio che questi ultimi andassero a ruba. [7]

[1] Cioè Genova detto alla francese.
[2] A questo pittore, ancora non identificato, è stato dato il nome catalogico «Maestro della Tela Jeans» in quanto tutti i personaggi raffigurati nelle sue opere vestono abiti di tela jeans. 
[3] Levi Strauss (nato Löb Strauß; Buttenhein, Baviera, Germania, 26 febbraio 1829 - San Francisco, California, Stati Uniti d'America, 26 settembre 1902)
[4] Per raggiungere l'altra costa dell'America nella baia di San Francisco Levi dovette con la nave fare il giro dell'intero continente americano fino a Capo Horn (allora non esisteva la linea ferroviaria da costa a costa, che unisse l'America dall'Atlantico al Pacifico, ed il Canale di Panama doveva a quella data essere ancora progettato.) 
[5] Ugo Volli, Jeans, Ed. Lupetti & Co., 1991, p. 34  
[6] Tutta la storia di questo marchio si può leggere visitando il sito internet del Mustang Museum - http://www.mustang-museum.de/
[7] Remo Guerrini, Bleu de Gênes, Ed. Mursia, pp. 110-113.


2. Il Denim


Il tessuto del jeans - il denim, com'è universalmente chiamato con un termine che soprattutto nei paesi anglosassoni è una definizione quasi equivalente al nome dei jeans - ha, oltre alla sua resistenza, altre due caratteristiche che sono più o meno comuni a ogni tessuto tinto: il processo di restingimento, che porta la stoffa a "ritirarsi" nei primi lavaggi, e quello della decolorazione.

2.1. La prima caratteristica, che nel denim attuale si svolge tutto subito coi primissimi lavaggi, è stato sfruttata nella "jeans culture". Ecco che gli attuali teen-agers puntano ad ottenere dai loro pantaloni un aspeto sexy e per questa ragione, anche a scapito della libertà di movimento o di un uso funzionale, desiderano ridurre al minimo la distanza fra l'epidermide e la loro "seconda pelle" di denim, eliminando anche nel limite del possibile ogni strato di biancheria. "Shrink to fit" è stato lo slogan pubblicitario con cui la Levi's ha "venduto" con successo il fenomeno. Questa moda "flesh-squeezing" (stringicarne), particolarmente in uso negli anni Sessanta, comportava anche un processo di vestizione complicato, a tratti doloroso, di incerto successo. Ecco come lo descrive Lain Finlayson [1]:

«Prima bisognava che ti togliessi le scarpe, tendessi le punte dei piedi come una ballerina e tirassi i jeans come una calzamaglia su per le gambe, fino al sedere. Poi bisognava che ti stendessi sul pavimento a pancia in su, che inspirassi profondamente e che afferrassi con forza la lampo con una mano, mentre con l'altra stringevi la cintura. Contorcersi e dare strattoni al cavallo dei pantaloni era opzionale, ma normalmente bisognava sollevare il sedere da terra, e l'intera procedura faceva pensare a qualche tecnica avanzata di Kama Sutra da praticarsi in solitudine per riuscirci. Per una aderenza più liscia e per un miglior ingresso nei pantaloni, non bisognava interferire con mutande, che in ogni caso avrebbero provocato orribili bernoccoli sotto i jeans, sicché era un'impresa non prender dentro tormentosamente del pelo pubico quando si tirava su la lampo in un unico movimento veloce ed energico. L'effetto del rozzo denim sui teneri organi sessuali degli adolescenti era talvolta imbarazzante. Ma il risultato erotizzante sul corpo nudo era altrettanto carino.»

In seguito però molti di questi riti sparirono, per le alternanze della moda, che volle via via i jeans larghi al polpaccio e stretti in alto "a zampa d'elefante", o al contrario larghi in alto e stretti  sul polpaccio "alla cavallerizza", tutti larghi o "giusti"; in seguito alla comparsa della fibra elastan (o lastex) si ottennero gli stessi effetti di esibizione sessuale con più naturalezza e minori sacrifici. E i jeans furono riportati alla loro immagine originaria, in cui il restringimento sul corpo "shrink to fit" era importante sì, ma senza eccessi.  


Rafael Nadal
testimonial 2011 Armani

Sexy e Jeans
Elio Fiorucci: ErgonomicSexyJeans® 


2.2. La seconda caratteristica è che il tessuto jeans si stinge progressivamente con i lavaggi e con l'uso, schiarendosi di più dove è maggiore l'attrito. Come scrive Daniel Friedman [2]:

«Il jean invecchia integrando in sé il cambiamento dell'età, impregnandosi di avventura, della vita di chi li indossa. ogni lavaggio è una pagina girata, il tempo vi scrive la sua memoria su uno sfondo sempre più pallido. La decolorazione dovuta al lavaggio traduce l'avvenimento vissuto fino alla saturazione finale.» 

Il processo di invecchiamento è diventato, a partire dagli anni Sessanta, un puro requisito estetico, da ottenere artificialmente. In un primo momento fu realizzato con ripetuti lavaggi domestici più o meno integrati con varie alchimie fisico-chimiche (sale, candeggina, pietruzze, acqua calda, ecc.). Va detto che parlare di "invecchiamento artificiale" è una contraddizioni in termini. Poi una volta che l'industria ebbe compreso questa strana nicchia di mercato, fu offerto industrialmente dai produttori con varie qualità di trattamenti: marmorizzazioni, sbiancamento alla candeggina, "stone-wash". Una variante particolarmente significativa di questo fenomeno di apprezzamento estetico dell'usura nei jeans la si ritrova nel costume di provocare artificialmente quelle zone di differente consumo che sono l'effetto normale della vita "naturale" dei pantaloni. Vennero così artigianalmente schiarite, di solito grattando con la pietra pomice o la carta vetrata, le parti di tessuto corrispondenti al fondo schiena e alle ginocchia, che effettivamente si consumano più del resto per un effetto di attrito; ma spesso anche del pube, come a simulare un "gran traffico in zona". Poi l'industria si impadronì anche di questa tecnica dell'uso simulato.

«Autentico o simulato che sia, resta il fatto piuttosto bizzarro rispetto all'estetica "naturale" del consumo, che per i jeans il nuovo vale meno dell'usato, il consumo aggiunge valore (estetico, affettivo, di prestigio sociale, perfino economico) all'oggetto», come scrive il prof. Volli (vedi opera citata nella bibliografia).


[1] "Denim - An American Legend", Fireside, Simon & Shuster, New York
[2] "Histoire du blue jeans" Paris, 1987



3. Tingere di blu: dal guado all'indaco


Il blu, prima del XII secolo non aveva mai avuto una grande fortuna. [1] Il blu greco è glaukòs o kyaneos [2], che è per consuetudine il colore della sofferenza. La stessa difficoltà a dare un nome al blu si ritrova nel latino classico (e in seguito nel latino medioevale). Certo i termini abbondano [3], a cominciare dal più ricorrente caeruleus, che etimologicamente evoca il colore della cera (fra il bianco, il bruno e il giallo), e poi designa certe sfumature di verde e di nero, prima di specializzarsi nella gamma dei blu [4]. E infatti il termine «blu» viene dall'antico tedesco blau (passando per l'inglese medioevale blwe), e «azzurro» addirittura dal persiano  lazaward, che indicava la tinta degli zafferi. 

Nell'Occitania (area geografica che separa i Pirenei dal Massiccio Centrale, nella Francia meridionale) compreso fra Tolosa, Albi e Carcassonne si produceva una materia prima richiestissima in tutto il mondo di allora: il blu pastel, cioè una tintura blu derivante dalla pianta chiamata guado (che in francese si dice appunto guède o pastel). Guado (Isatis tinctoria) è il nome comune di una pianta (crocifera) biennale a fioritura primaverile, che cresce soprattutto lungo i fiumi, di cui si usano le foglie (fino a cinque raccolti per anno) per estrarne un pigmento blu di varie sfumature, fino a raggiungere quasi il nero. La sua coltivazione su vasta scala coincise proprio con la "riabilitazione del blu" nel XIII secolo. Soprattutto in Germania, in Francia e in Italia il guado (e ovviamente la sua trasformazione in tintura) fu un essenziale elemento di sviluppo per l'economia agricola. Erfurt, il maggiore centro della Turingia, che fra il Duecento e il Seicento diventò una delle città più ricche della Germania sarebbe stato, per un paio di secoli, il più grande mercato di guado in Europa. In Italia il guado era coltivato e trasformato principalmente in Toscana e nelle Marche. Importante era anche la tintura realizzata in Piemonte, a Chieri. Da qui i pesanti «pani» blu erano avviati al porto di Genova, diretti soprattutto verso l'Inghilterra.



BLU DI GENOVA
Una Passione in 14 teli dipinti del XVI secolo


Nella storia di Genova la presenza della tintura blu abbinata alle stoffe è consuetudinaria. Qui due dei grandi Teli della Passione, risalenti alla prima metà del Cinquecento e raffiguranti gli ultimi giorni di Gesù, con straordinarie immagini in biacca su stoffa blu indaco. Ovviamente non è un tessuto jeans: i Teli sono in lino mentre il jeans è in cotone, e poi i Teli sono, appunto, una tela mentre il jeans è una saia.

Più esotico era invece il secondo pigmento vegetale da cui si estraeva (e almeno fino alla fine dell'Ottocento si sarebbe estratto) il blu. La pianta era l'indigofera tinctoria, un arbusto di cui esistono numerose varietà, nessuna delle quali, però, cresce in Europa, dalle cui foglie (quelle più alte e più giovani) si otteneva l'indicum, oggi indaco (indigo in inglese). Quella dell'India, che era il maggior produttore, e delle regioni tropicali del Medio Oriente o dell'Africa cresce in cespugli che non superano i due metri di altezza. La sostanza attiva contenuta nell'indaco è l'indigotina che viene estratta dopo aver posto le foglie a macerare e quindi a fermentare. Il liquido che si ottiene è fatto ossidare in grandi vasche e il deposito - cioè i fiocchi di indigotina - sarà poi raccolto, riscaldato e asciugato, per essere messo in commercio sotto forma di «pani». L'indaco è infatti una tintura insolubile in acqua (ciò vuol dire che se lo si mischiacon acqua e vi si immerge una fibra tessile, non succede nulla: si estrae dal bagno un filo o un tessuto imbrattato di polvere azzurra, ma assolutamente non tinto), richiede procedimenti chimici  per essere reso più stabile (un tempo lo si sciglieva nell'urina e più tardi, nell'Ottocento, nell'urea sintetica), inoltre l'indigotina non si lega bene comunque alle fibre e il tessuto tende a stingere. A partire dalla seconda metà del Cinquecento l'indaco cominciò a sostituire il guado, ma non per qualità intrinseca. Le autorità di parecchie città o paesi frenavano l'importazione e l'utilizzo per non nuocere alla produzione indigena di guado e al ricco commercio del pastello che ne derivava. Era soprattutto il caso della Francia e di una parte della Germania, che proibirono a lungo l'uso dell'indaco in tintoria. Ma nel corso dei decenni, essendosi rivelato meno costoso e più potentemente tintorio del pastello, il colorante esotico soppiantò il colorante indigeno, e poi finì con l'eliminarlo quasi totalmente. 

  


Nel 1905 Johann Friedrich Wilhelm Adolf von Bayer ricevette il premio Nobel per la chimica con questa motivazione: «Per i suoi studi sulle sostanze coloranti e sui composti aromatici». Fra le sue molte ricerche c'era stata la definizione, nel 1880, della struttura molecolare dell'indaco. Il passaggio dalla scoperta della molecola dell'indaco alla sua sintesi non fu facile, e ci si impegnò soprattutto la Badische Anilin und Soda Fabrik, oggi più nota come BASF. Fu necessario investire un milione di marchi di allora. Si dovettero sperimentare molte reazioni chimiche e, come spesso avviene, la soluzione fu trovata per caso, in seguito a un provvidenziale incidente di laboratorio (la rottura di un termometro) che consentì di scoprire il catalizzatore giusto per accelerare le reazioni. Così nel 1887 l'indaco di sintesi - molto più economico di quello naturale - fu messo in commercio: sarebbe stato uno dei maggiori successi imprenditoriali di fine Ottocento.

[1] Per quasi un millennio (dai mosaici delle basiliche di Ravenna a Giotto) la nostra cultura pittorica ha dipinto il cielo col giallo dell'oro, senza che nessuno si scandalizzasse per una convenzione che a noi pare "ovviamente" così stravagante. Il XIII secolo europeo è il grande secolo del blu. Per la prima volta dalla preistoria, questo colore che diventa quello della Vergine e della funzione reale, comuncia a fare concorrenza al rosso. [Ugo Volli, Jeans, Ed. Lupetti & Co., pp. 66-70]
[2] Quest'ultimo probabilmente designava in origine un minerale o un metallo; la sua radice non è greca e il suo significato è rimasto a lungo impreciso. In epoca omerica qualifica sia il blu chiaro degli occhi, sia il nero di un abito da lutto, ma mai il blu del cielo né quello del mare. Del resto, si è potuto osservare che in Omero, su sessanta aggettivi qualificanti gli elementi e il paesaggio nell'Iliade e nell'Odissea, soltanto tre erano aggettivi di colore, i termini che si riferiscono alla luce sono in compenso estremamente numerosi. In epoca classica, kyaneos indica un colore cupo: il blu scuro, certo, ma anche il viola, il neo, il bruno. In realtà, la parola dà la «sensazione» del colore più che indicarne la tinta. quanto a glaukòs, che esiste già in epoca arcaica e di cui Omero fa ampio uso, denota sia il verde, sia il grigio, sia il blu, talvolta persino il giallo o il bruno, e trasmette più un'idea di pallore o di debole concentrazione del colore che una tinta veramente definita; ecco perché si usa ugualmente per definire il colore dell'acqua, degli occhi, delle foglie o del miele. [Michel Pastoureau, Blu - Cap. I Greci e i Romani vedevano il blu?, Ed. Ponte alle Grazie, pp. 25-26].
[3] Caeruleus, caesius, glaucus, cyaneus, lividus, venetus, aerius, ma sono tutti polisemi (cioè con più significati), cromaticamente imprecisi se non addirittura contradditori.[Michel Pastoureau, Blu - Cap. I Greci e i Romani vedevano il blu?, Ed. Ponte alle Grazie, p. 28]. 
[4] Questa imprecisione e questa instabilità del lessico dei blu sono in realtà il riflesso dello scarso interesse che gli autori romani e poi quelli del primo Medio Evo cristiano nutrano per tale colore. Il che favorirà, in seguito, l'introduzione di due parole nuove nel lessico latino per designare il blu, l'una venuta dalle lingue germaniche (blavus), l'altra dall'arabo (azureus). [Michel Pastoureau, Blu - Cap. I Greci e i Romani vedevano il blu?, Ed. Ponte alle Grazie, p. 28]. 

4. Lo stile «jeans»

Nella primavera del 1951, un involontario testimonial del jeans fu anche il cantante e attore Bing Crosby, che amava jeans e denim e se ne vestiva nel tempo libero. Così al termine di una battuta di caccia nei boschi della British Columbia, in Canada, gli capitò di presentarsi con un amico in un hotel di Vancouver, e di chiedere una camera. Niente da fare: il portiere li squadrò da capo a piedi e obbiettò che, presentandosi in jeans, non si poteva pretendere di alloggiare in quell'albergo. L'equivoco fu presto superato grazie all'intervento di un fattorino, che aveva riconosciuto il croner (cioè il cantante che oggi definiremmo «confidenziale») più celebre d'America, e Crosby poté farsi la doccia. L'episodio diventò però di pubblico dominio e il 30 giugno dello stesso anno il cantante ricevette nel proprio ranch di Elko (un paese di ventimila abitanti, nel Nevada) in occasione di un rodeo, un singolare omaggio da parte della Levi Strauss: un tuxedo (cioè uno smoking, come è chiamato in America) doppiopetto confezionato su misura in tessuto denim, blu scuro, con risvolti in azzurro. L'etichetta, più grande, cucita all'interno della giacca, diceva invece:    

LEVI'S TUXEDO
Notice: to hotel men everywhere.
This label entitles the wearer to
be duly received and registered
with cordial hospitality at any
time and under any conditions.
Presented to
BING CROSBY
Signed American Hotel Association


Ovvero: «Smoking Levi's. Attenzione: al personale di tutti gli hotel. Questa etichetta garantisce al suo portatore di essere convenientemente ricevuto e registrato, con cordialità e ospitalità, in ogni momento e in qualsiasi condizione. Rilasciato a Bing Crosby. Firmato: l'Associazione degli albergatori americani». Oggi quello smoking è esposto al Northeastern Nevada Museum, di Elko. [1]

Nell' Europa occidentale i blue jeans giungono per la prima volta agli inizii degli anni '50 indossati dai turisti americani, e, in particolare, si affermò nelle subculture giovanili fortemente influenzate dal mito americano e dai suoi prodotti (i jeans come immagine dell'american style). In questo periodo non potevano ancora essere considerati quel prodotto di massa. L'abbigliamento realizzato in tessuto jeans è stato per circa un secolo un tipico capo da indosso proletario, in quanto robusto, economico, resistente ai lavaggi; insomma ideale per quanti avevano poco da spendere all'acquisto, e l'esigenza di un uso prolungato in condizioni d'impiego spesso critiche per un materiale tessile.




Marlon Brando in una foto promozionale per il film "Il selvaggio", [2] del 1954 vestito di giubbotto e jeans in sella ad una potente motocicletta. Il film ebbe un grande successo, e definì il modello estetico del "bad boy": giubbino di pelle nera (quello di Brando era uno Schott NYC Perfecto 618), T-shirt, jeans Levi's 501 button fly (cioè con i bottoni e non con la cerniera lampo) neri anch'essi.  

E ciò fino (all'incirca) al periodo storico a cavallo tra gli anni '60 e '70, allorché alcuni miti del cinema d'allora (James Dean, Marlon Brando, ed il musicista Bob Dylan), ed in seguito la gioventù "hippy" californiana del tempo ("i figli dei fiori"), ne fecero essi pure una divisa per gli spiriti anticonformisti, stimolando folle di ammiratori. I blue-jeans iniziano una nuova fase che li portò ad essere un indumento associato con il tempo libero e come tale impiegato da un gran numero di persone, soprattutto, ma non solo giovani. "Le industrie produttrici dei blue-jeans che nel frattempo si erano moltiplicate (oltre ai Levi's si posono ricordare altre marche molto famose di blue-jeans: i Lee, i Wrangler, i Rifle, ecc.) si impegnano a publicizzare il prodotto e a rimuovere in qualche modo quell'associazione negativa tra blue-jeans e il mondo eversivo delle subculture giovanili che li rendevano non accettabili agli occhi delle fasce medie, borghesi dei consumatori. Tuttavia la valenza politica dei blue-jeans non si estinse del tutto, ma si ripresentò, come una sorta di valore aggiunto, in determinate occasioni. Negli anni della
«contestazione globale» - dalle rivolte studentesche del 1968, cioè, in poi - i blue-jeans, anche per la semplicità e l'essenzialità delle loro forme, espressero in maniera concreta il rifiuto, da parte soprattutto del mondo giovanile, delle convenzioni sociali, dell'abbigliamento formale e alla moda che rispecchiava le differenzeesistenti fra le diverse classi sociali e i differenti ruoli sociali: i blue-jeans si trasformarono quasi in un un'uniforme del mondo giovanile e divennero il simbolo per eccellenza dell''«antimoda», della spinta egualitaria presente nelle nuove generazioni e che univa in un progetto ideale comune tanto gli studenti che gli operai.[...] Tuttavia i blue-jeans non rappresentarono mai, neanche nei momenti in cui fu più viva la contestazione studentesca, una vera e propria uniforme, tipo quella delle guardie rosse cinesi che avevano dato vita alla rivoluzione culturale; man mano, infatti, che i blue-jeans divennero un indumento di massa persero in parte le originarie caratteristiche di comodi capi di abbigliamento da usare durante faticosi lavori manuali e seguirono, pur essendo simboli dell'«antimoda», i dettami della moda che, come è noto, non sempre coincidono con le esigenze di praticità e comodità dell'abbigliamento." [3] Alla fine degli anni '60 i blue-jeans divennero attillati, molto aderenti al corpo, quasi una seconda pelle tesa ad evidenziare i contorni degli organi sessuali mentre negli anni '70 assunsero la caratteristica forma «a zampa di elefante» che era allora preferita nel campo dell'abbigliamento. Vi è stato poi un periodo di relativo oblio negli anni dal 1975 al 1985, coincidenti al crollo dei valori e dell'ideologia che avevano accompagnato le rivolte studentesche dalla fine degli anni '60 alla metà degli anni '70. Tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 i blue-jeans vengono riscoperti ed assumono sempre più le caratteristiche di un prodotto, o meglio di un materiale, il denim, che riveste concretamente in tutte le sue sfumature il tempo libero individuale e che può essere interpretato in maniera personalizzata, con l'aggiunta di decorazioni, materiale di vario tipo (perline, brillantini, spille, ecc.). I «jeans», tuttavia, in un certo senso sono già nati «personalizzati» o «firmati» (con il marchio di un noto stilista): il consumatore era abituato (si pensi ai pantaloni) all'etichetta cucita sulla tasca posteriore destra dei blue-jeans di produzione Levi-Strauss. Con il passare degli anni  l'etichetta è diventata un elemento caratteristico, imprescindibile, di quel capo; applicare un'etichetta firmata di uno stilista ai blue-jeans, quindi, può essere considerato, un uso coerente con l'immagine tradizionale di questi pantaloni.


Campagna pubblicitaria della Levi's



I jeans non sono rappresentati come indumento, per il loro valore d'uso. Né vi si associa, come é consuetudine nella pubblicità, una paricolare atmosfera, un modo di vivere che contraddistinguerebbe i consumatori di questo prodotto. E neppure è attribuita lro tradizionalmente qualche speciale virtù o qualità. Tutto ciò è dato per scontato. Quel che c'è in queste immagini è solo l'oggetto, jeans con la loro intensa e riconoscibile vibrazione di blu, utilizzati però in maniera sorprendente, come briglia o perizoma o velo tuareg. Si tratta di un'associazione di atmosfera con mondi avventurosi e possibilità impreviste: alla fantasia del consumatore fare il resto.

Più che di blue-jeans oggi bisogna parlare di «stile» oppure di «abbigliamento jeans»; non solo i pantaloni sono «jeans»: il tessuto denim ora è impiegato per camicie, gonne, giacche, cappelli, borse, scarpe, ecc., ed ormai lo possiamo pensare anche per oggetti non di abbigliamento (esiste persino una versione di automobile «jeans»). Il suo colore blue indaco (anche se oggi l'abbigliamento jeans può essere coniugato con altri colori) e il tessuto denim (un binomio inscindiblile) sono diventati un marchio caratteristico ed esclusivo che al pari delle «griffes» o dei nomi commerciali famosi conferisce un significato speciale, quasi mitico ad oggetti normalmente presenti nella comune vita quotidiana.

Dal 1989, con la crisi del sistema sovietico, il mercato dei paesi dell'est si è apero in maniera ufficiale e non solo clandestina all'influenza dello stile «jeans» e così è stato anche per i mercati asiatici ed africani. Oggi è il primo capo globalizzato (e non solo in senso geografico ma totale), con un graduale eppur costante declinazione del Denim in forme stilistiche accettabili. All'abbigliamento differenziato per classi sociali, per età e per sesso, il jeans ha sostituito un capo unico assolutamente indifferenziato e omogeneo, cioè uguale per tutti. Trasversalmente è valido per tutte le classi sociali e tutte le età, è utilizzato con la stessa disinvoltura dalla star del cinema o dello spettacolo, dal dirigente della multinazionale, e dall'operaio, dal professore e dallo studente. Si è sostituito all'abbigliamento differenziato per sesso, quale capo sicuramente unisex. Ha infine superato la diversificazione dell'abbigliamento per culture nazionali per diventare l'abbigliamento trans-nazionale per eccellenza.                   

Esiste una analogia, un rapporto complementare, tra blue-jeans e T-shirts: queste ultime rappresentono la parte superiore, dalla vita in su, dell'abbigliamento casual, mentre i blue-jeans vestono di solito, la parte inferiore del corpo. Le T-shirts (magliette di cotone) possono anche loro essere personalizzate attraverso la stampa o l'iscrizione sul tessuto di slogans, disegni, logos e firme di noti stilisti. Questa è però un altra storia che, in un altro post, varrà la pena raccontare. 


[1] Remo Guerrini, Bleu de Gênes, Ed. Mursia, pp. 90-91. Bing Crosby vinse un Oscar nel 1944 per la sua interpretazione di "Going My Way", e come cantante la sua versione di "White Christmas" era già un best seller.
[2] Titolo originale "The wild one", proiettato il 30 dicembre 1953, nei cinema di New York. Il film diretto da László Benedek (ma prodotto da Stanley Kramer)ispirato alla battaglia di Hollister. Marlon Brando, che allora aveva 29 anni, impersona il capo del Black Rebels Motorcycle Club, e andava a sbattere contro Lee Marvin, che sullo schermo interpretava proprio Wino Willie, il capo dei Boozefighters. Unica differenza, ma non da poco per gli appasionati, Brando non stava in sella a una Harley, ma a una Triumph Thunderbird 6T. L'episodio destinato a passare alla storia avrebbe avuto luogo a Hollister, California, nel 1947. Qui - nel corso del weekend del 4-6 luglio, festa nazionale - si radunarono per un Gypsy Tour ben quattromila motociclisti di club diversi. Erano quasi tutti reduci della Seconda Guerra Mondiale: c'erano i Top Hatters, i Pobobs (dai quali sarebbero derivati i famosi Hell's Angels), i 13 Rebels, e soprattutto i membri del Boozefighters Motorcycle Club (con sede principale all'All American Bar di Los Angels). Boozefighters si può tradurre in «combattenti della sbornia  ». Quel giorno i bikers cominciarono a sfidarsi in gare di corsa e di abilità, poi di capacità di reggere l'alcol (con grandi bevute di birra). Ne venne fuori una rissa colossale, con le mote che entravano ed uscivano dai bar di San Benito Street, la via principale. Alla fine ci sarebbero stati una sessantina di feriti, e la cittadina si sarebbe ritrovata in balia dei nuovi venuti.  
[3] R. Caterina, "I blue-jeans: storia e vicissitudini di un mito collettivo", pp. 116-117


5. La carta di identità del denim 


La filatura -
Il denim del jeans è un tessuto soprattutto in cotone [1], che può (una innovazione degli ultimi decenni) avere una piccola percentuale di lycra (elastan) per dargli elasticità. La fibra di cotone una volta districata (dalle balle) viene pulita e mescolata. Si passa poi alla cardatura che serve (macchina che utilizza aghi metallici) per aprire eventuali grumi di fibre, separa queste ultime e forma dei grossi cordoni che vengono tirati e ritorti per aumentare la coesione. Le singole fibre sono poi separate in una centrifuga, e quindi ritorte in modo da formare un filo continuo. Al termine della filatura il filo viene raccolto su bobine.

La tintura - Il denim viene tinto quando è ancora filo, prima della tessitura. In particolare solo l'ordito è colorato (blu indaco, marrone, o altri colori), mentre la trama resta in filato greggio cardato che porta al caratteristico biancheggiamento (effetto bicolore). Per ottenere la tintura blu è usato l'indaco [2], che oggi viene prodotto sinteticamente. Il colore si depone solo all'esterno dei fili, con un processo di bagno e ossidazione che lascia bianco (naturale) l'interno dei fili. Per questa ragione il denim scolora col tempo.

La tessitura - I tessuti si formano su un telaio, su cui sono stesi i fili dell'ordito (insieme di fili tesi, nel senso della lunghezza del telaio, teoricamente, lunghezza illimitata). Ogni filo passa attraverso un anello, detto liccio, che può essere sollevato e abbassato meccanicamente. Alzando alcuni licci si crea un'apertura della trama in modo da accostarlo a quelli precedenti e formare il tessuto. Nel denim che è una stoffa ad armatura saia 2X1 o 3X1 (trama diagonale) l'effetto è prodotto da telai con più gruppi di licci, dove se ne possono perciò a ogni passaggio della navetta alzare 2 o tre e abbassare uno. E' curioso come i grandi marchi storici negli USA del settore abbiano tradizionalmente utilizzato l'andamento della diagonale per distinguersi uno dall'altro. Così la «saia destra» è tipica della Levi's, la «saia sinistra»  dei Lee, mentre i Wrangler hano una specie di «saia spezzata», che sale cioè  a zig zag. Un classico tipo di jeans può essere un Ne 8-8 = 28-18 dal peso di 350 g/mq. Ne esistono, comunque, versioni più leggere o pesanti (Ne 7,5 o 7 e allora si arriva fino a 475 g/mq.).

Lavaggi e scoloriture - Il jeans appena confeziona è molto rigido, perché il sul tessuto non è mai stato lavato e conserva l'appretto utilizzato durante la tintura. Inoltre esso reagisce al primo lavaggio stringendosi del 10-12%. Da molti anni le industrie usano vendere i jeans, più morbidi e già ristretti, che hanno già subito un primo lavaggio con ammorbidente: sono i rinsed. Di recente a questo lavaggio si sono aggiunti vari agenti che modificano il colore o l'apparenza dei jeans. Per prima si cercarono tonalità più chiare, aggiungendo cloro al primo lavaggio. Sono i jeans bleached e super-bleached (resi quasi bianchi), o a chiazze irregolari ottenute legandoli durante il lavaggio (tie-blanched). Per ottenere industrialmente l'effetto di invecchiamento e usura che valorizza i vecchi jeans, si aggiunsero, attorno al 1990, il lavaggio con pietre pomici (stone-washed), magari usando anche il cloro (stone-bleached) o altre sostanze sbiancanti (marmorizzato o Klondyke). Oggi questi effetti si ottengono con l'uso di enzimi meno inquinanti. Per simulare meglio l'invecchiamento dei jeans in certe zone, si è prodotto infine l'effetto used, usando carta vetrata o prodotti chimici sbiancanti solo su alcune parti dei pantaloni. Con l'aggiunta dei processi precedenti, sono nati i jeans used-stone o used-bleached.

  
[1] Ce ne vuole almeno una libbra e mezza (poco meno di 7 etti) per mettere insieme un pantalone standard.
[2] Ogni anno si producono circa 17 mila tonnellate di indaco sintetico: non tutto, ma certamente quasi tutto, serve a tingere la stoffa per i jeans.
 


Scheda prodotto jeans


Scheda di un pantalone




È bene precisare che l'etichetta, in genere in finto cuoio, attaccata su la tasca posteriore destra di ogni jeans che si rispetti, oltre al marchio contiene indicazioni di taglia, modello e al peso del tessuto. Per quanto riguarda le taglie americane potreste adottare la regola di "togliere 16" (esempio: se avete la taglia 48 togliete 16 e fa 32 e quindi i pantaloni che dovrete chiedere sono W32. Se avete la taglia 52 togliete 16 e quindi chiedete W36...e la "regola" funziona ancora).

Scheda di una camicia






BIBLIOGRAFIA
  • A.A.V.V., Sublime Indigo, Ed. Musées de Marseille / Office du Livre (1987)
  • Marzia Cataldi Gallo, Passione in blu. I teli con storie della Passione del XVI secolo a Genova e l'origine del jeans, Ed. De Ferrari, 2012 - II ed. aggiornata) 
  • Roberto Caterina e Pier Luigi GarottiI,  Blue-Jeans: storia e vicissitudini di un mito collettivo; in Moda Relazioni sociali e comunicazione, Ed. Zanichelli (1995)
  • Remo Guerrini, Bleu de Gênes, Ed. Mursia (2009). Libro scritto da un giornalista, con stile giornalistico, ricco di informazioni e curiosità anche se non privo di alcuni errori ed imprecisioni.
  • Claudio Moltani, Guida essenziale al Denim, Ed. Quine (2005).
  • Michel Pastoureau, Blu - Storia di un colore, Ed. Ponte alle Grazie (2008). Saggio importante scritto dal massimo esperto sulla storia dei colori.
  • Ugo Volli, Jeans, Ed. Lupetti & Co. (1991). Libro fondamentale, scritto dal prof. Volli, che insegnava «filosofia del linguaggio» e «semiotica della moda» all'Università di Bologna. Ricco di informazioni e foto; ha inoltre la particolarità di avere la coperina in tessuto denim blu.



Rames Gaiba
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