INTERFODERE cosa sono?


1. DEFINIZIONE E GENERALITA'

Si possono definire interfodere o interni tutti quei tessuti (peli cammello, crine animale, crine sintetico, tele, rasi, tessuti a maglia, trameur) o assimilabili (non tessuti, del cui gruppo fanno parte anche i feltri, agugliati, foam, ovatte ed ovattine, veli di resina o biadesivi) che vengono impiegati nella confezione di un qualsiasi capo di abbigliamento per aiutare la lavorazione industriale, la realizzazione stilistica, il mantenimento nel tempo delle caratteristiche del capo stesso. Il nome di "interni" deriva dal fatto che, salvo rare eccezioni, questi materiali non sono visibili a capo confezionato in quanto sempre racchiusi fra tessuto-tessuto o tessuto-fodera.



Gli interni assolvono le funzioni di:

1. Controllo dei movimenti del tessuto esterno (nello stiro e nei lavaggi), rendendoli più facili da lavorare durante la confezione e aiutando il capo finito a mantenere la sua forma nel tempo.
2. Formazione di volumi o forme a determinate parti di un indumento (colli, zone petto, spalle, ecc.).
3. Sostegno dei tessuti esterni (davanti capi spalla, colli di camicie, ecc.).
4. Resistenza alle deformazioni d'uso (tasche, cinture di pantaloni e gonne, borse, ecc.).

Questi possono essere:

Rinforzi termoadesivi - È ora il metodo più diffuso, nella maggioranza delle confezioni di prodotti di massa, per ragioni sia economiche che funzionali. Sul rinforzo tessile viene applicata (termoadesivazione), su una faccia, una resina termoplastica (resine per termoadesivi) che rammollisce (si scioglie), per effetto del giusto calore (fusione a caldo) e con appropriata pressione di una pressa (preferibilmente) o di un ferro da stiro; la resina fluirà nel tessuto del capo finché questo ed il rinforzo saranno perfettamente uniti.

A queste, negli ultimi anni, quasi in sostituzione delle fodere, in un prodotto che certamente è di nicchia, dobbiamo aggiungere le interfodere stampate, spesso di tipo non tessuto, che presentano un motivo grafico o decorativo stampato su un lato. A differenza delle interfodere classiche, quelle stampate possono essere utilizzate in progetti dove la parte interna potrebbe essere visibile o per dare un tocco creativo.

Rinforzi cuciti - Si impiegano su quei tessuti non idonei al trattamento di termoadesivazione, o nei casi in cui chi deve fare il capo non possiede l'attrezzatura necessaria. L'utilizzo nelle struttura tela o tessuti non tessuti è marginale.

Ancora oggi, sovente si dice "intelare" per intendere l'applicazione di interni e "tele" o "canapi" in alternativa ad interfodere. 

Inserimento Senza Fissaggio - In alcuni casi, l’interfodera può essere inserita tra due strati di tessuto senza essere inizialmente fissata (ad esempio in borse o accessori), dove la struttura viene mantenuta dalla cucitura perimetrale dei pezzi.

🇮🇹 Interfodera (Interno) - 🇫🇷 Francese: Entoilage 🇬🇧 Inglese: Interlining 
🇩🇪
Tedesco: Innenleben 🇪🇸  Spagnolo: Entretela

🇮🇹 Interfodera termoadesiva - 🇫🇷 Francese: Entoilage thermocollant | Toile thermocollante
🇬🇧 Inglese: Fusible interlining 🇩🇪  Tedesco: Fixiereinlage 🇪🇸  Spagnolo: entretela termofusible

STORIA - L'esigenza di irrobustire l'abito per evidenziare particolari effetti di volume e di foggia risale agli albori della civiltà (si pensi che i cinesi usavano appretti a base di amido di riso), ma certamente la grande svolta si verificò intorno ai primi anni del secolo scorso: l'avvento dell'abito moderno e la progressiva diffusione della macchina per cucire indussero all'impiego di interfodere cucite al tessuto esterno. Inizialmente, altro non erano che tessuti di canapa o di lino, per loro natura di scarso valore ma perfettamente adatti allo scopo di rinforzare il davanti delle giacche in modo da fungere da vera e propria "intelaiatura". Negli anni '20, quando i cappotti presero il sopravento sulle mantelle e le giacche si svilupparono nel costume e nella moda, la necessità di avere delle interfodere più idonee all'uso portò alla ricerca di nuovi prodotti. Si giunse così a crini di cavallo, e ai peli di cammello e di capra. La fase più importante si ebbe nel dopoguerra, intorno agli anni '60. Fu allora che, nella ricerca dell'ottimizzazione del ciclo lavorativo, vennero introdotti due nuovi tipi di tessuti per interni: i crini sintetici e i termoadesivi. I primi cercando di ricalcare le caratteristiche qualitative dei crini animali (mano, scatto, ecc.), offrivano la possibilità di disporre di un tessuto in altezza maggiore (cm 150/160 anziché cm 40/45) e quindi più adatto alla lavorazione industriale, con evidenti vantaggi nelle operazioni di stesura e taglio. I secondi, derivati dai tessuti in pelo cammello, all'inizio conservarono la pesantezza dei "progenitori"; col trascorrere degli anni, o termoadesivi si alleggerirono sempre più, sino a che la gamma si ampliò dagli articoli in lana o pelo ad altri in puro cotone, cotone-viscosa, tricot di nylon e maglia bloccata.


2. STRUTTURE

Nella fabbricazione degli interni si usano fondamentalmente:

Tela - È il tessuto più semplice come armatura, il rapporto di intreccio ha ordito e trama 1:1. La tela esalta di più lo "scatto" del tessuto, ma è (a parità di peso di filato e di materiale) più rigida di un raso.  A parte la camiceria uomo classica che usa tele in cotone (chiamate "triplure", nell'abbigliamento si usano soprattutto in poliestere o poliammide.

Raso - Negli interni si usa comunemente l'armatura raso turco o raso da 4, rapporto intreccio 1:4. Il raso è più morbido della tela (sempre a parità di condizioni), più deformabile allo stiro (e quindi assume meglio le forme) e, soprattutto, facilita l'operazione di fissare la paramantura sul davanti della giacca per uomo. Nell'abbigliamento si usano prevalentemente, se non esclusivamente, in poliestere. 




Oltre a queste due armature si usano anche:

Maglia - Si può definire come quel tessuto dove un unico filo, con opportune evoluzioni, si annoda con sé stesso fino a formare diverse file di catenelle che, unite, dando origine al tessuto.

Trameur - Si può definire come quel tessuto in cui l'ordito lega la trama con una catenella di maglia: consiste in catene verticali di cappi con fili messi orizzontalmente e intrecciati con le catene verticali. Questa struttura, che è molto usata, dovrebbe (in teoria) dare la duttilità verticale e la resistenza orizzontale di un rinforzo tessuto, ma non sempre nella pratica ciò è vero. Sono chiamati anche "trama inserita". Le fibre usate sono poliestere o poliammide.

Non tessuti - Si tratta di materiali ottenuti con un procedimento diverso dalla tessitura, privi di ordito e trama, costruiti con fibre artificiali o sintetiche (nell'abbigliamento le fibre più usate sono poliammide, poliestere o viscosa), oppure una mischia di esse. Si parte dalle fibre in fiocco, a lunghezza variabile, che vengono disposte in modo da formare un vello, che costituisce la struttura; ci sono poi dei tipi nei quali la formazione del vello si compie da bava continua (spun-bonded). 
Il vello una volta prodotto non ha sufficienti proprietà meccaniche per restare unito, e quindi occorre legare tra loro le fibre per avere un prodotto resistente alla trazione. 

Le fibre vengono unite in tre modi:
  • utilizzando collanti chimici
  • legandole fra loro a caldo (termosaldate)
  • intrecciandole meccanicamente (i sistemi sono più di uno)
I non-tessuti vengono impropriamente chiamati Fliselina®, che è il nome commerciale da attribuirsi al solo non tessuto fabbricato dalla "Freudenberg" (Azienda tedesca).

I Tesssuti Non Tessuti sono anche denominati con l'acronimo TNT.

🇬🇧 Inglese: No-woven

Altri tipi di non tessuti sono: feltro, agugliati, ovatta, foam, veli di resina

I materiali

Pelo cammello (interfodera) -
denominazione rimasta indebitamente da quando negli anni '20 il pelo di cammello era usato al posto del pelo di capra.


Viene denominato tessuto di pelo cammello quella interfodera in armatura tela la cui trama è in misto lana di capra (comunemente definito "pelo capra") ed in taluni casi anche lana ovina mischiate generalmente con fibre artificiali. L'ordito generalmente impiega filato 100% cotone sia unico che ritorto, ma per esigenze di mano o manutenzione può impiegare altre fibre (viscosa). L'abbandono del pelo cammello a favore del pelo di capra si deve al fatto che è sensibilmente più economico e dotato di maggiore elasticità, caratteristica saliente per le interfodere, che devono sempre tenere in forma l'abito. I pesi di questi cammelli variano da 150-160 gr/mq fino ai 200-230 gr/mq. Sono prodotti in altezza variabili fra i 150-160 cm (per la vendita nelle mercerie e sarti a volte si produce l'altezza 80 cm), e sono disponibili, molte volte, anche tinti nel colore nero (marginale il bianco candido per i capi estivi, dove in questo caso non si utilizza pelo di capra).

IMPIEGO - L'utilizzo del pelo cammello è generalmente riservato a confezioni di capispalla maschili mentre è fortemente minoritario nel capospalla femminile, in diverse parti del capo stesso. L'utilizzo più tradizionale in quello maschile è di intelare l'intero davanti con il pelo cammello debitamente rinforzato nella zona plastron da crine sintetico o crine animale o crine sintetico più crine animale. Nel caso di non totale intelatura del capo (prevalente nel capospalla femminile), si usa comunque il pelo cammello come ulteriore rinforzo in zona plastron assommato ai crini. Questo sia solo per il petto, sia allargato fino al rever, in quella che viene chiamata la lavorazione semi tradizionale. Altre parti in cui si impiega il pelo cammello sono la zona spalla nel rollino e in certi casi nella spalla vera e propria come spallina.

Peli cammello da intelatura totale - Sono in genere i più pregiati e i più accurati nella realizzazione in quanto devono assolvere ad un compito fondamentale nella costruzione di un capo. In finissaggio se ne cura particolarmente l'aspetto, la scivolosità, la mano e lo scatto. Importantissimo per questa applicazione sono le stabilità dimensionali, che dovrebbero essere contenute entro un massimo del 1-1,5% sia in ordito sia in trama. Qualora non si riesca ad ottenere queste stabilità, diventa quasi indispensabile, una volta confezionate le tele, doverle bagnare ed asciugare al fine di permettere alla tela di raggiungere quella stabilità dimensionale prima di essere imbastita sul davanti del tessuto. Altro elemento importante dei peli cammello per intelatura totale è che debbono conservare una certa elasticità in ordito e possibilmente anche in trama, per potersi adattare perfettamente al tessuto a cui andranno uniti, durante la fabbricazione e lo stiro del capo, e durante poi l'uso del capo stesso.

Peli cammello da plastron - In questo caso è possibile usare gli stessi peli cammello di costruzione simile, ma più economici, non dovendo assolvere a tutte quelle funzioni richieste ad un pelo cammello per intelatura totale. Anche le stabilità dimensionali possono essere leggermente più elastiche di quelle richieste dai cammelli per intelatura totale: normalmente vengono accettati ritiri, sia in senso ordito sia in senso trama, dell'ordine del 2% ed in ogni caso questi peli cammello per plastron non vengono più ribagnati in quanto ritiri di questo ordine sono accettabili tecnicamente per quanto riguarda la loro funzione sul capo.

Peli cammello da rollini - Normalmente in un rollino da capospalla viene impiegato un pelo cammello abbinato ad altri materiali che tenda a "spingere" il tessuto per 360° lungo il giro della spalla. A questo scopo vengono impiegati peli cammello di forte scatto nel senso trama che, uniti in uno o più pezzi, assolvono alle funzioni richieste. Per ottenere questo forte scatto in senso trama si impiegano filati molto pregiati, quindi tutto pelo capra e lana, oppure filati di titolo leggermente maggiore di quelli degli altri peli cammello e misti in viscosa pelo; più il filato è grosso come titolo, tendenzialmente darà più scatto. In alcuni casi, per questi particolari peli cammello da rollino, si impiegano dei prodotti che hanno l'ordito uguale alla trama che sono chiamati Peli cammelli quadrati; impiegando prodotti con ordito uguale alla trama, sempre con le stesse materie prime, si ottiene un tessuto che ha lo stesso scatto da qualsiasi parte venga preso. Questo può essere utile nel rollino in quanto, con un solo pezzo di pelo cammello, si ottiene quella "spinta" a 360° richiesta per questa applicazione.

Peli cammello per spalline - Nella fabbricazione della spallina imbottita, le varie ovatte possono essere unite a dei peli cammello che contribuiscono a mantenere la forma della spalla stessa. Usualmente, per queste operazioni, si impiegano peli cammello di non eccelsa qualità, con bassa percentuale di pelo di capra, orditi grossolani di cotone o viscosa.

Crine - dal latino crinis, cappello. 
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Pelo della criniera e della coda di molti animali (in genere cavallo, asino, mulo). Il crine è costituito essenzialmente da cheratina e ha struttura e composizione analoghe a quelle della lana di cui è però più rigido. Dopo disinfestazione e lavatura, viene ammorbidito mediante bagni bollenti in soluzioni di permanganato di potassio e in acido solforoso, quindi rilavato e sgrassato. L'industria delle interfodere li utilizza da solo o misto a fibre naturali o artificiali.
I tipi che si fabbricano per vari tipi di interfodere si dividono in:
  • Crine animale - Vengono così denominati quei tessuti, in armatura tela, che hanno in trama il crine di coda di cavallo, e normalmente l'ordito in cotone. Hanno altezze variabili fra 30-35 cm fino ad un massimo di 50-60 cm, vincolata appunto dalla lunghezza delle code. Il problema che si presenta con il crine animale è quello di fissare bene la trama composta da coda di cavallo all'ordito, in modo da evitare quel difetto chiamato "stramatura": cioè lo scorrimento della trama sui fili di ordito che porta alla fuoriuscita della trama dal tessuto, ed è per questo che si usano degli antistramanti, che in parte (bisogna trovare il giusto compromesso) tolgono quelle qualità di scatto e resilienza tipiche del tessuto di crine animale. I pesi vanno dai 140 a 200 gr/mq. Sono utilizzati come interni, nella confezione maschile di alta gamma (visto l'alto costo, dovuto alle carenze della materia prima ed alla lentezza dei telai con cui viene fatto) nella zona petto o plastron, sia totalmente che più frequentemente solo come rinforzo spalla.
  • Crine sintetico - Sono in armatura tela, nati come alternativa al crine animale; in essi si è cercato di imitare lo scatto naturale della coda di cavallo con ordito in cotone e trame di tutta viscosa o misto pelo. Questi materiali sono stati realizzati non soltanto per ragioni di costo e di approvvigionamento, ma anche per svincolarsi dalle altezze decisamente basse del crine animale. I pesi che normalmente si utilizzano sui crini sintetici variano in rapporto al tipo di produzione (abbigliamento uomo o marginalmente donna) e stagione (invernale o estiva) ma generalmente sono compresi fra i 150 gr mq e i 240 gr/mq. Il Crine guipè, sempre in armatura tela, è fatto con filati guipè cioè composti da un anima in raion e cotone su cui vengono fissati, mediante un altro filato, crini di criniera di cavallo. È un prodotto il crine sintetico che ormai copre nella sua funzione il 85-90% delle richieste di mercato del crine.
Sono assimilabili alle interfodere:

Agugliati - da aghi.

Su un supporto non tessile (non tessuti) di schiuma poliuretanica è possibile mediante particolari macchine inserire delle fibre tessili, generalmente di viscosa. L'inserimento si ottiene mediante aghi e può essere effettuato su uno o su ambedue i lati della schiuma. Questi supporti così preparati possono essere impiegati in forma non termoadesiva come copri plastron, rinforzo spalline, rinforzo rollino, ed in forma adesiva sempre come copri plastron o anche per rinforzare piccole e grandi superfici di tessuti medio, medio pesanti dove daranno una mano gonfia ma morbida. Sono comunque poco usati per infustamento di grande superficie, e solo in confezioni di non alta qualità.

Foam


Schiuma poliuretanica che si impiega per la fabbricazione di agugliati, ma che nella sua forma non adesiva si usa ora solo per spalline (gomma piuma).
 Queste schiume di spessore sottile possono essere rese adesive ed essere impiegate come termoadesivi per grandi superfici. Lo spessore varia da 2 a 4 mm. Hanno il vantaggio di un modestissimo costo ma comportano una serie di svantaggi, e cioè danno una mano gommosa e senza scatto, si appiattiscono e degradano nel tempo, sono di difficile stenditura e difficile scorrimento sulle macchine da cucire, e non danno nessun controllo del tessuto esterno. Per questo come interfodera è stata praticamente abbandonata.

Ovatta -
dal francese ouate, voce di origine incerta, di cui si ha attestazione in un tardo latino medioevale wadda.

Sono dei non tessuti a forma di falda (veli sottili sovrapposti) di fibre, più o meno parallele, che esce dal battitoio all'inizio delle operazioni di un qualsiasi materiale fibroso, in cui si lascia molta voluminosità al prodotto. Sono in genere utilizzati in confezione per spalline o per imbottiture vere e proprie tipo giacche a vento, giubbotti e pantaloni termici, ecc. La loro voluminosità fa si che tendono a perdere, con l'uso del capo, delle fibre e questo fatto potrebbe danneggiare con il tempo il capo di abbigliamento. Per questo specialmente nel caso di imbottitura queste ovatte sono qualche volta racchiuse fra due non tessuti leggerissimi di 8-12 gr/mq, di basso costo ottenuti con il sistema ad umido.

a) L'ovatta comune è ottenuta dallo sfilacciamento (mediante una macchina detta sfilacciatrice) di scarti di tessuti o da materiali di recupero, e da successivi passaggi alla carda (cardatura).
b) Oltre alle ovatte vegetali esistono quelle in tecnofibra, costituite da una teletta di fibre trapuntate a una garza, che ne rende più agevole l'applicazione.
c) Altri tipi in tecnofibre, di spessore variabile, anziché trapuntati vengono spruzzati con precondensati di resine, generalmente acriliche, e passati in un forno per la polimerizzazione della resina.

I tipi di ovatte descritti ai punti a e b sono impiegati per imbottiture per giacche e cappotti, per tessuti trapuntati, in tappezzeria (divani, poltrone), ecc.
 

🇫🇷 Francese: Ouater 🇬🇧 Inglese: Wadding 🇩🇪  Tedesco: Watte 🇪🇸 Spagnolo: Guata


Ovattina - diminutivo di ovatta.

Tessuto morbido e garzato, generalmente in cotone, meno spesso dell'ovatta, adoperata per copri plastron  o imbottitura d'abiti o per trapuntature.

Veli di resina

Sono ottenuti con il sistema della fabbricazione dei non tessuti a estrusione di una massa fusa. Sono pertanto dei veri e propri non tessuti di peso leggero variante fra i 20 e i 40 gr./mq. in cui la materia prima è in genere poliammide termoplastica e si comportano proprio come un vero e proprio termoadesivo. Possono servire per operazioni tecniche tipo: bloccaggio della paramontura nei capi spalla o più semplicemente per costruire degli orli (biadesivo). Questi nastri possono essere forniti anche con una carta speciale che protegge il sottile velo di resina: il nastro si stira dalla parte della carta, che una volta raffreddata viene tolta. Sono anche chiamati:

Biadesivo -
composto da bi- e adesivo.
Di nastro adesivo su entrambi i lati (detto anche a doppio adesivo). Si usano, soprattutto nelle confezioni economiche, per costruire degli orli senza impiegare la macchina a punti invisibili.


3. CARATTERISTICHE DI UNA INTERFODERA

Adesivo e non adesivo -  Per questa caratteristica si rimanda alle notizie di carattere generale; per quanto riguarda il tipo di resina presente sulla superficie del supporto, il modo in cui tale resina è applicata, si rimanda al capitolo qui dedicato.

Peso - Il peso dell'articolo è dato dalla somma del peso del supporto e del peso del plastificante. La quantità di resina presente varia grandemente a seconda dell'uso finale dell'articolo. È importante, per valutare bene un articolo, tener presente che il peso è dato soltanto dalla somma dei pesi del supporto e della resina e non dalla rigidezza che esso eventualmente presenta. Questa rigidezza, o il suo contrario, costituisce un'altra importante caratteristica.

Mano - Per mano di un interno si intende la somma di sensazioni che si provano toccandolo; sensazioni determinate da molteplici fattori. Innanzitutto, se l'articolo è rigido o morbido, se è ruvido o liscio, se è "unto" o secco. Molte persone tendono a confondere queste due ben distinte caratteristiche e scambiano la rigidezza (che è una componente della mano) con il peso, non considerando che non sempre rigido è sinonimo di pesante. Infatti, esistono interni leggerissimi e rigidi ed interni pesanti e morbidi, così come esistono interni leggeri e morbidi e pesanti e rigidi. La mano di un interno termoadesivo deve essere giudicata solo dopo la sua corretta applicazione su almeno due o tre tessuti di struttura e fibre diverse, poiché la mano finale è la risultante della combinazione effettuata. Inoltre, è da tenere presente che, per un corretto giudizio sulla mano, questa deve essere controllata dopo 24 ore, dopo cioè che i tessuti esterno e l'interno hanno ripreso il loro tasso naturale di umidità relativa. Se tale controllo venisse eseguito immediatamente dopo il passaggio in pressa, ne avremmo una errata valutazione in quanto il tessuto, completamente disidratato dalla elevata temperatura, si presenterebbe ben più secco di quanto non è in realtà, in condizioni ambientali normali.






4. RESINE PER TERMOADESIVI

Classificazione delle resine

Le resine termoadesive sono resine termoplastiche che con il calore diventano molli e ritornano dure col raffreddamento. La temperatura alla quale esse cominciano a rammollire si chiama temperatura di rammollimento. Nel caso delle resine termoplastiche non esiste una temperatura fissa alla quale esse cambiano il loro stato. Quando si alza la temperatura, la massa della resina comincia a rammollire fino a diventare fluida: non si tratta di "temperatura di fusione", bensì di intervallo di rammollimento.





Per tale motivo, nelle schede tecniche dei termoadesivi, quando si indica la temperatura di applicazione in pratica si consiglia un intervallo di temperatura nel quale è meglio operare per trovare le condizioni ottimali a seconda del tipo e peso del tessuti. Tale intervallo deve iniziare ad una temperatura superiore a quella dei lavaggi in acqua o solventi, altrimenti l'azione meccanica del solvente su una resina molle staccherebbe le due superfici incollate, anche se, dal canto suo, la resina è in grado di resistere all'azione chimica del solvente.

I solventi più usati sono l'acqua, nel lavaggio domestico, e il Percloro nel lavaggio in tintoria (a secco). Ci sono resine adatte al lavaggio domestico e meno al Percloro (o viceversa) oppure resistenti ad entrambi, ma fino ad una certa temperatura.

I principali tipi di resina, che possono essere applicate da sole o in mischia per ottenere determinati risultati, sono:

Resine viniliche - Determinanti per lo sviluppo del micropunto sono formate, allo scopo di abbassare la temperatura di fusione, dall'acetato di vinile o dal propinato di vinile, sempre in mischia con plastificanti. Tutti i vinilici presentano una buona resistenza ai solventi, ma la presenza di plastificanti riduce questa proprietà, a volte in modo considerevole. Sono invece resistenti all'acqua ed ai detersivi e quindi interessanti per articoli lavabili.

Tipologia - Punti Pasta
Dati fusione indicativi - 160-170°C senza vapore
Vantaggi - Sopporta i lavaggi a secco; Sopporta i lavaggi in acqua
Svantaggi - I piani della pressa devono essere in teflon; Non ha lunga durata.

Resine politeniche (poliolefiniche) - Il politene, che è l'elemento più importante della serie degli "olefini", si ottiene per polimerizzazione del gas etilene ed è utilizzato nella produzione di resine termoadesive sotto forma di polvere. Esiste in una versione a bassa temperatura che generalmente viene applicata in distribuzione spray per prodotti a basso prezzo e che resiste al solo lavaggio domestico, così come una versione ad alta temperatura di rammollimento che viene usata in camiceria (prevalentemente uomo) con distribuzione a punti e che presenta una buona resistenza anche ai solventi clorurati. 

Alta pressione:
Tipologia - Punti Polvere
Dati fusione indicativi - 130°C 
Vantaggi - Sopporta i lavaggi in acqua
Svantaggi - Non si adesivizza con vapore; Non  sopporta i lavaggi a secco.

Bassa pressione:
Tipologia - Punti Polvere o Punti Pasta                  
Dati fusione indicativi - 160-170°C 
Vantaggi - Sopporta i lavaggi in acqua anche a 90°C; Sopporta i lavaggi a secco
Svantaggi - Non si adesivizza con vapore; Sporca i piani delle presse.

Resine poliammidiche - Sono le resine che presentano una migliore resistenza ai solventi e che mantengono una buona conservazione delle proprietà meccaniche. Esse presentano qualche problema nei confronti dell'acqua che non è dissociabile dalle loro molecole.

Tipologia - Punti polvere; Punti Pasta.
Dati fusione indicativi - 120°C con vapore, 140-160°C senza vapore
Vantaggi - Morbidezza; Sopporta i lavaggi a secco; Mantiene fa forma; Si può reincollare; Nelle presse continue non sporca il nastro in teflon.
Svantaggi - È poco resistente ai lavaggi in acqua; Tendenza a riplastificare in presenza di vapore.

Resine poliestere - Si ottengono facendo reagire un acido con glicole. Sono nate per poter ridurre i fenomeni di retrouscita che le resine poliammidiche producono in condizioni di stiro esasperate.

Tipologia - Punti polvere; Punti Pasta.
Dati fusione indicativi - 140-160°C senza vapore
Vantaggi - Sopporta i lavaggi in acqua; Sopporta i lavaggi a secco; Minima retrouscita.
Svantaggi - Minore adesione su lana e fibre naturali

Per concludere, si può dire che le resine devono avere le seguenti proprietà complementari molto importanti:

- devono essere il più possibile incolori e non ingiallire nel tempo,
- non devono incollare alla temperatura ambiente,
- non devono indurire nel tempo,
- l'aderenza deve essere permanente,
- devono essere del tutto inodori e infiammabili

Influenza della distribuzione

La distribuzione dei punti di resina sul supporto è determinante per il risultato finale.
È comprensibile, infatti, che punti grossi e distanziati (lasciando grosse superfici tessili libere da resina) diano una mano più morbida, ma favoriscano il trapasso di resina sul retro del supporto (punto grosso = molta resina concentrata su un'area ristretta), effetto noto come "retrouscita". Al contrario, punti piccoli e vicini da un lato diminuiscono la retrouscita, dall'altro rendono la mano più dura.
La distribuzione è importante a seconda del tipo di tessuto sul quale si deve applicare l'adesivo.

La forma del punto inciderà sulla penetrazione della resina sul tessuto esterno e si può schematizzare:
  • Punto cono - molto penetrante; ottima adesione; pericolo impressione; pericolo fuoriuscita.
  • Punto cupola - media penetrazione; buona adesione; scarso pericolo di impressione e fuoriuscita.
  • Punto cilindrico - bassa penetrazione; nessun pericolo di impressione e fuoriuscita.
  • Doppio punto - Oggi è il punto più usato. Lo scopo fondamentale dell'idea è quello di evitare una miscela intima di resina, ma di poter miscelare due resine separatamente sul punto per poterne sfruttare al meglio le singole caratteristiche.
Ovviamente è importante anche l'applicazione della resina sul supporto (induzione) e vi sono varie metodologie di applicazione. La distribuzione della resina può avere una disposizione geometrica, oppure a forma di spirale apparentemente irregolare.

Distribuzione geometrica - Nel primo caso si indica con il nome di "mesh" (unità di misura usata nella granulometria delle sostanze in polvere per determinare le dimensioni dei granuli) il numero dei punti di resina posti sulla diagonale di un pollice quadrato e cioè cm 2,54 (si usa questa misura inglese in quanto la prima distribuzione a punti fu realizzata da una azienda inglese), per cui il numero di mesh è inversamente proporzionale alla loro grandezza. Il numero di mesh che normalmente si incontrono in commercio varia dai 9 ai 34 mesh.  


È bene sottolineare che su tessuti grossi - lane cardate ed affini - è preferibile un punto grosso (cioè con un numero di mesh piccolo), perché l'aggancio sulla superficie irregolare del tessuto è migliore (sui tessuti a pelo in genere non si superano i 15 mesh) e, contemporaneamente, la mano finale resta più morbida. Inversamente su tessuti leggeri - seta, georgette ed affini - o da impermeabili è preferibile una puntinatura  con punti piccoli (cioè alto numero di mesh) per non segnare il diritto del tessuto.

Indicativamente si può dire:
  • Tessuti pesanti, cardati o con pelo = mesh 9-15
  • Tessuti pettinati medio leggeri = mesh 16-21
  • Tessuti leggeri gabardine e similari = mesh 21-24
  • Tessuti leggeri camiceria = mesh 25-28
  • Tessuti finissimi sete e similari = mesh 28-34
Tra i due estremi c'è, ovviamente, tutta una gamma intermedia.

Disposizione assimetrica o spirale -  La quantità di resina si misura in un numero di punti per cm² e, come è intuibile, ogni singolo modulo assimetrico si ripete soltanto in funzione di un rapporto prestabilito (esempio ogni 5 cm)
  

Non potendo contare sulla regolarità del disegno l'unità di misura in questo caso è il numero di punti presenti in un cmq.. È una unità di misura indiretta e cioè, come nel caso mesh, a parità di grammatura un numero alto di punti a centimetro quadrato indicherà un punto piccolo e un numero basso di punti al cmq. indicherà un punto grande.

Questo sistema è stato sviluppato per permettere di diminuire la marcatura dei punti sul tessuto esterno ed in effetti, anche teoricamente, un punto di uguale dimensione tende a marcare di meno se distribuito in forma assimetrica di quello distribuito in forma geometrica.

Questo, naturalmente, vale per linee generali in quanto la corretta risposta al problema della marcatura del punto è data esclusivamente dalle sue dimensioni, e cioè anche in una distribuzione assimetrica non si possono superare certi limiti di grandezza del punto in rapporto al tessuto esterno senza dare origine a fenomeni di marcatura. Commercialmente questo tipo di disegno di resina prende diversi nomi dati dai vari fabbricanti di termoadesivi (esempio: assimetrico, computer, random, nido d'ape, ecc.).

Indico di seguito alcune comparizioni:
  •   9 mesh = assimetrico numero punti a cm²    22
  • 14 mesh = assimetrico numero punti a cm²    28
  • 17 mesh = assimetrico numero punti a cm²    44
  • 23 mesh = assimetrico numero punti a cm²    95
  • 34 mesh = assimetrico numero punti a cm²  200

Quanto sopra a parità di grammatura.

Per completare il discorso della resinatura vale la pena ricordare alcuni problemi che derivano direttamente o indirettamente dalle resine impiegate per i termoadesivi.
Per permettere di scegliere al meglio un termoadesivo bisogna tener conto di tutte le possibili combinazioni e incroci sopra esposti e delle seguenti caratteristiche:

1) ritiro del tessuto esterno
2) viraggio colori tessuto esterno
3) fuori uscita di resina
4) retro uscita di resina
5) riplastificazione della resina.

È logico che il ritiro ed il viraggio di colore del tessuto esterno durante l'applicazione di un termoadesivo dipendono essenzialmente dalla natura del tessuto esterno, ma anche il termoadesivo può mettere in evidenza e influenzare tale fatto in rapporto alle resine impiegate e conseguentemente alla loro condizione di applicazione, in particolar modo alla temperatura di applicazione. Sarà cura dell'utilizzatore scegliere resine a non alta temperatura in presenza di tessuti delicati per ritiro e viraggio colore.

Per fuoriuscita di resina si intende un trapasso di resina del termoadesivo sul tessuto esterno. È un difetto mai accettabile e fondamentalmente dipende dalla quantità di resina, dalla sua densità in fase di applicazione e dalla forma dalla forma del punto (un punto a cono è più soggetto a questo potenziale difetto).

Per retrouscita di resina si intende un trapasso di resina verso il lato esterno del termoadesivo. È un difetto grave dal punto di vista tecnico in quanto la quantità di resina che retroesce oltre che può sporcare la pressa per termoadesivi, può creare difficoltà di stiratura incollando fra di loro diverse parti del capo rendendo la mano più rigida ed al limite bloccando addirittura le fodere contro il termoadesivo. Questo difetto dipende dalle quantità e dalla natura della resina presente sul termoadesivo. Poiché la capacità di riplastificare e la sensibilità al vapore sono inversamente proporzionali alle condizioni di applicazione e cioè una resina insensibile al vapore e non riplastificante è in genere applicata a condizioni molto alte è solo un felice compromesso fra tipo di resina e sue condizioni di uso che risolve il problema. Oltre a questo la retrouscita e la riplastificazione sono evidenziate o limitate dal supporto del termoadesivo, più esso è chiuso più tende a non fare retrouscita, ma più un supporto è chiuso e pesante più darà una mano rigida e pesante quindi, anche qui, si deve accettare un compromesso.

I termoadesivi sono applicati in funzione di tre parametri ben distinti, vale a dire:

Temperatura - È il mezzo con il quale si ottiene la fusione della resina che, cambiando di stato, assume la proprietà di aderire ad un'altra superficie con cui viene in contatto. Indipendentemente dalla tecnologia di cui si dispone la temperatura è sicuramente il fattore più importante, ma anche quello più critico. In termoadesivazione esistono infatti due esigenze contrastanti: da una parte, per garantire un sufficiente aggancio, è indispensabile il raggiungimento della temperatura di fusione, che varia in funzione della composizione e peso del materiale; per evitare invece possibili danneggiamenti sul tessuto la temperatura (sui nastri o piatto) deve essere il più possibile contenuta. I tessuti richiedono differenti temperature: ad esempio quelli leggeri (camicie o abitini) richiedono generalmente una temperatura più bassa, mentre tessuti medi o pesanti richiedono temperature più elevate.

Tempo - È la quantità di secondi necessari affinché tale cambiamento di stato possa realizzarsi. La quantità di secondi necessari al realizzarsi di una perfetta adesione dipende dal tipo di tessuto esterno che deve essere rinforzato. Tanto più il tessuto esterno è pesante, tanto più lungo è il tempo necessario affinché il calore, superando i vari strati, giunga alla resina.

Pressione - È la forza necessaria affinché la resina si ancori al tessuto, sia con legami fisici che con legami chimici (attivati dal calore).


5. MACCHINE PER TERMOADESIVI

Le macchine per tale importante operazione si distinguono, a seconda dell'impiego, in due grandi gruppi:

a) Termoadesivatrici - Sono impiegate, per la maggior parte dei casi, nell'industria della confezione e dell'abbigliamento in genere.

b) Plastificatrici - Sono esclusivamente usate nel settore della camiceria (per colli e polsi), e si differenziano dalle prime per la pressione specifica di lavoro, ben più elevata (fino a 4 kg/cmq) per garantire un alto grado di penetrazione della resina nel tessuto.

TERMOADESIVATRICI

A seconda delle neccesità del mercato e del volume produttivo dell'utilizzatore, la gamma delle termoadesivatrici comprende i seguenti tipi:

a1) Manuali a piatto, da tavolo -  Si usano per piccole produzioni (prototipi e campionari) o come macchine di riserva. Ai tratta di macchine molto economiche e poco ingombranti, le cui caratteristiche tecniche sono (a) Un piano di circa mm 1.200 x 500; (b) Un termostato per regolare la temperatura; (c) Un timer acustico per scandire il tempo di ciclo, avvertendo chi vi opera quando la fase è ultimata; (d) Una leva per la pressione regolabile a mano. Tecnicamente, hanno la parte riscaldante solo da un lato (solitamente quello superiore) e questo non facilita un buon trasferimento del calore al termoadesivo e provoca spesso retrouscita di resina sul rovescio. I limiti di tale tecnologia, caratterizzata da imprecisione della temperatura e della pressione impostate, portano a differenze di aggancio sui pezzi adesivati e ad una stabilità ai lavaggi spesso precaria.

a2) Automatiche a piani alternati - Si usano per volumi di media entità, le macchine ideali sono le termoadesivatrici a ciclo alterno le cui principali caratteristiche tecniche sono: (a) Piani di lavoro di circa 1.300 x 600 azionati pneumaticamente: mentre uno è in fase di termoadesivazione, l'altro risulta in posizione di carico-scarico, ciò garantendo lo sfruttamento totale della macchina e l'ottimale impiego di chi vi opera; (b) Termostato elettronico per la temperatura regolabile fino a 200°C; (c) Timer di tempo regolabile da 0 a 60 secondi che automaticamente regola l'apertura della macchina a ciclo ultimato; (d) Valvola riduttrice pneumatica per regolare la pressione di lavoro da 0 a 1,2 kg/cmq.  Ci sono anche macchine che hanno una zona di raffreddamento a ventilazione forzata, con tempi regolabili da 1 a 12 secondi, ed altre con brevetto di cuscino pneumatico o pressione d'aria per la fase di pressatura.

a3) Automatiche in continuo a tappeto mobile - Si usano per produzioni medie-grandi in quanto queste termoadesivatrici consentono l'impiego al carico di più operatori, allo scopo di garantire elevate produttività. Questo tipo di macchine può essere dotato di scaricatori automatici all'uscita, che, oltre a rendere superflua la presenza di un ulteriore incaricato allo scarico, garantiscono una perfetta impilatura dei pezzi adesivati, con molti vantaggi a valle del ciclo produttivo. I particolari da adesivare vengono posizionati su un nastro trasportatore che li trasferisce all'interno della macchina, dove un altro nastro viene a depositarsi sopra i pezzi, affinché non subiscano attriti e tensioni. Il tutto passa sopra delle superficie riscaldate che fungono da sistema di pre-riscaldamento, dopo che i nastri vengono fatti aderire ad un cilindro (o superfici curve) riscaldato alla temperatura necessaria per la fusione della resina. Durante questa operazione il tessuto è sottoposto solo ad una leggera pressione di contatto e l'adesione finale è ottenuta attraverso un rullo ricoperto di gomma, la cui pressione è regolabile. Il rullo comprime il tessuto contro il "mantello" esterno del cilindro, favorendo il fluire della resina fusa nelle fibre del tessuto ed ottenendo la necessaria adesione. Al termine del ciclo i due nastri si separano, presentando i particolari adesivati per lo scarico.

Le principali caratteristiche sono: (a) Nastro continuo di lavoro largo mm 1.200 a mm 1.400; termoadesivazione in quattro fasi in sequenza continua, costituita da: 1. Pre-riscaldamento in due sezioni distinte, con termoregolazione elettronica separata, 2. Riscaldamento a temperatura regolabile elettronicamente fino a 250° C, 3. Pressatura a pressione regolabile, 4. Raffreddamento; (b) Velocità da 0 a 8 metri al minuto; (c) Nastri trasportatori entrambi comandati, per evitare qualsiasi scorrimento relativo fra loro, anche alle minime pressioni o con pressione nulla; (d) Uniformità di temperatura su tutta la larghezza utile, garantita da generatori di calore posti trasversalmente  ai nastri trasportatori, nonché dalla massa  e dalla foggia  delle piastre riscaldanti; (e) Cilindri di pressatura ad elevata deformazione elastica, per una migliore adesivazione ed aumento della velocità. Entrambi i cilindri, inoltre, sono comandati per evitare scorrimenti; (f) Raffreddamento del materiale trattato, per evitare tensioni e deformazioni permanenti in fase di scarico. Il raffreddamento è realizzato mediante un nastro trasportatore separato; (g) Distacco dai nastri del materiale adesivato, realizzato per mezzo di "racle" rotanti in teflon su ciascun nastro; (h) Guidanastri elettro-pneumatici su entrambi i nastri, per evitare il danneggiamento degli stessi; (i) Comandi raggruppati sul fianco della macchina, per agevolare il controllo.

Le termoadesivatrici automatiche in continuo più avanzate hanno anche: (j) Un sistema di pulitura automatica dei nastri sulle superfici esterne ed interne, ottenuta mediante elementi di facile e rapida sostituzione; (k) Dispositivi elettronici per l'eliminazione delle cariche elettrostatiche.

Di questo tipo di termoadesivatrici lo scaricatore automatico costituisce un componente di fondamentale importanza. Data la estrema flessibilità di impiego, il dispositivo permette in ogni caso lo scarico dei pezzi sagomati o con tagli trasversali. Il sistema dispone di tre slitte che possono lavorare indipendentemente, in caso di piccoli particolari, o accoppiate, per lo scarico di particolari di grandi dimensioni. L'assenza totale di pinze od organi di trattenimento evita le "impronte" sul tessuto, sul quale, essendo appena adesivato, diventerebbero permanenti.

Occorre infine ricordare che esistono macchine specifiche per l'applicazione di adesivi su piccoli pezzi, quali cinture, alamari, tasche, alette tasche, fondo manica, ecc. Utilizzano adesivi in nastro e possono lavorare con uno o due nastri. Il tessuto da adesivare può essere il nastro oppure a pezzi singoli.

Ancora va precisato che la descrizione qui fatta di queste macchine è generica, e quindi non può tenere conto di singole particolari caratteristiche di un modello/marca. Si tratta peraltro di un settore in continua evoluzione, con soluzioni tecnologiche sempre più avanzate e sofisticate.          


6. NORME PER UN CORRETTO UTILIZZO DEI TERMOADESIVI

Stoccaggio

Le pezze di adesivo devono essere stoccate in ambienti a bassa umidità, non devono essere esposte alla luce diretta del sole, non devono essere esposte a forti variazioni termiche.

Operazioni di taglio

Evitare materassi troppo alti. Evitare di procedere alle operazioni di taglio con lame surriscaldate da tagli precedenti. Mantenere le lame delle taglierine bene affilate e pulite.

Applicazione

Come si è visto il processo di termoadesivazione è cruciale e presenta non pochi rischi. Per questo motivo, è raccomandabile seguire alcune regole fondamentali.

1. Scegliere l'adesivo più adatto a ogni specifico tessuto; i tessuti prima di essere confezionati dovrebbero comunque essere sottoposti a prove, compreso il lavaggio a secco e/o ad acqua, per poterne valutare il comportamento. Queste prove possono essere fatte anche coinvolgendo, preventivamente, il fornitore del termoadesivo.

2. Indipendentemente dal modello o dalla tecnologia usati, si dovrebbe procedere a controlli giornalieri per verificare il corretto funzionamento del termometro (temperatura reale), del temporizzatore e del manometro. Non posizionare la pressa vicino a correnti d'aria per evitare il raffreddamento del piano/i. Prima dell'inizio delle operazioni di adesivazione verificare che la macchina abbia raggiunto la temperatura richiesta utilizzando le apposite cartine termiche (da inserire a contatto con il piatto o nastri o fra il tessuto e il termoadesivo: la temperatura indicata può essere letta facilmente per un cambiamento del colore dal grigio al nero, su una scala graduata). Spesso infatti la temperatura sul manometro non corrisponde a quella che si riscontra tra adesivo e tessuto.

3. Verificare le caratteristiche di applicazione di ogni adesivo Temperatura - Pressione - Tempo, come da scheda tecnica che dovrebbe sempre essere accompagnata alla richiesta di lavorazione (I valori forniti dal fornitore sulla propria scheda tecnica sono comunque indicativi in quanto determinati su più tipologie di tessuti).

Verificare, prima di fare un capo, sul tessuto che si impiegherà che:

- La superficie del tessuto/adesivo sia liscia, priva di bolle/ondulazioni.
- Che l'adesione sia buona: il distacco tra tessuto e adesivo deve avvenire applicando ai lembi una trazione di una certa entità.
- Che non vi sia uscita di resina sia al dritto del tessuto che nel dietro dell'adesivo.

Rivedere ad ogni cambio di tessuto/adesivo i parametri di applicazione ed effettuare ulteriori verifiche.

Qualora, nonostante il rispetto dei parametri e la verifica del corretto funzionamento delle apparecchiature, si dovesse riscontrare una cattiva adesione, si potrà intervenire (facendo sempre prima una prova su un pezzo di tessuto, e non sul capo) aumentando i parametri Tempo e Pressione; la Temperatura non dovrà assolutamente mai superare la temperatura massima ammessa per quello specifico adesivo. Nel caso si riscontri una fuoriuscita della resina al dritto del tessuto o nel retro dell'adesivo si potrà intervenire diminuendo Tempo e Pressione, verificando poi che l'adesione non ne risulti compromessa.

Si tratta di poche regole semplici, ma che possono ridurre sensibilmente rischio e costi della termoadesivazione.


7. TRATTAMENTO DI MANUTENZIONE DEL CAPO

Lo scollamento dei termoadesivi può verificarsi per diverse cause tra cui:

1. L'eccessiva esposizione al calore.
2. L'agitazione meccanica (lavatrice) durante l'uso o il lavaggio, che, dove è consentito in acqua, è consigliabile (un capo è assemblato con più componenti) non superi i 30°C / 40°C.
3. Il naturale processo di invecchiamento del materiale (vetustà).
4. L'asciugatura in macchina (domestica - asciugatrice) non deve essere superiore ai 40°C.
5. Nello stiro (domestico o industriale) non usare il vapore. 

A questi fattori si aggiunge anche l'azione di alcuni solventi nel lavaggio a secco,
che possono degradare il collante (resina) e compromettere (tanto più se non bene applicato inizialmente il termoadesivo) l'efficacia dell'adesione, provocando il distacco delle parti accoppiate. 


Tutte le foto qui usate si riferiscono allo stabilimento TEXIL di Livorno Ferraris (Vercelli)
e sono state fatte nei primi anni '80 (XX secolo). 
Ora lo stabilimento ha cessato l'attività dopo l'acquisizione da parte del Gruppo Chargheurs. 
Ho lavorato per Texil dal 1982 al 1994.
Nel campo delle interfodere ho lavorato anche, in periodi diversi, per Freudenberg e Kufner.


COLORE definizione e terminologie introduttive

Colore - Dal latino color-oris. Si ricollega alla radice sanscrita kal-, da cui il sanscrito kalanka «macchia» e kala «nero, oscuro». Ritroviamo la stessa radice nel greco κελαινός (kelainòs) «nero, oscuro», come pure nel latino celare «nascondere», (nel senso di rendere oscuro).

I colori non esistono nel mondo fisico ma sono una nostra sensazione, niente di molto diverso dal freddo o dal dolore; quando una fonte luminosa (o per meglio dire delle onde elettromagnetiche) colpisce un oggetto, la luce viene in parte assorbita e in parte riflessa, quest'ultima se colpisce i nostri occhi viene trasformata in colori in base alla sua lunghezza e ampiezza d'onda. Però non tutte le onde elettromagnetiche sono visibili dall'occhio umano, in particolare riusciamo a vedere solo quelle che vengono associate ai colori che vanno dagli ultravioletti agli infrarossi. Quindi sono i nostri occhi a creare i colori, lo fanno attraverso due apparati interni agli occhi: i coni e i bastoncelli. I secondi consentono essenzialmente una visione monocromatica, utile soprattutto di notte, per distinguere gli oggetti ma sono poco utili alla definizione dei colori. I primi, invece, consentono di distinguere i colori, in particolar modo esistono tre tipi di coni: quelli maggiormente sensibili alle onde lunghe (essenzialmente i rossi), quelli più sensibili alle onde medie (verdi) e quelli più sensibili alle onde corte. Dalla loro combinazione otteniamo poi tutti i colori che riusciamo a percepire.

Nel linguaggio comune, parlando di un colore o designando un colore di un oggetto, ci si riferisce alla sensazione che si ha osservando quell'oggetto alla luce naturale. In questo senso si parla di una stoffa grigia, gialla, rossa, di lana verde, azzurra, di seta celeste, turchina, ecc. e meno propriamente di colore bianco, nero. Non di rado per la definizione del colore nelle varie gradazioni, toni, intensità, si ricorre a nomi di oggetti o sostanze ben note: color arancio o arancione, avana, caffè, canarino, cannella, carne o carnicino, cenere, ciclamino, corallo, crema, fragola, lilla, limone, malva, mammola, nocciola, viola o di viola o violetto, ecc.; anche in forma di attributo: rosso scarlatto, rosso carminio, rosso geranio, rosso vino, giallo cadmio, giallo cromo, verde smeraldo, verde bottiglia, verde oliva, verde pisello, verde bandiera, grigio perla, grigio ferro, grigioverde, grigio piombo, ecc.; blu Savoia, blu di Prussia, rosso Magenta, terra di Siena, giallo di Napoli. Attributi comuni ai vari colori sono chiaro, scuro, cupo, vivo o vivace, pallido, ecc. All'uso comune appartengono anche le espressioni senza colore, di corpi opachi, tendenti al bianco; di colore o in colori, di ciò che è colorato, che ha un colore, diverso cioè dal bianco e dal nero (biancheria di colore, assortimento di stoffe bianche, nere o in colori); a colori, di cosa che si presenta con disegno variamente colorato (un fazzoletto a colori); il contrario è di colore unito, tutt'un colore.

La luce inoltre ha influenze molteplici, e di vario grado, sulla percezione dei colori da parte dell'occhio: è risaputo come un singolo colore possa apparire più chiaro su fondo bianco che non su fondo nero, o comunque scuro; e che esiste il fenomeno definito "contrasto di colore", in seguito al quale, per esempio, un determinato tono di blu vivace sembra più verdastro su fondo giallo, e più tendente al violetto su fondo rosso.


  PROPRIETÀ BASE DEL COLORE  

Ogni sensazione di colore può essere scomposta in tre ingredienti, ciascuno dei quali è a suo modo elementare, nel senso che partecipa alla determinazione del colore da parte dell'osservatore e non può essere ricondotto, per via di semplificazioni, a nessuno degli altri due costituenti. I tre ingredienti del colore sono tonalità, luminosità e saturazione.

La tonalità (hue in inglese) è la quantità di luce (illuminazione) contenuta in un colore. Essa è, infatti, nell'esperienza comune, la qualità percettiva che ci fa attribuire un nome piuttosto che un altro al colore che stiamo vedendo. Rossoverde, giallo, blu sono tutti nomi di tonalità. Da un punto di vista fisico il corrispettivo della tonalità è la lunghezza d'onda della radiazione luminosa: quanto più la luce incidente su un certo punto della retina è riducibile ad una banda ristretta di lunghezza d'onda tanto più netta e precisa sarà per l'osservatore la possibilità di attribuire un nome al colore percepito. Le tonalità che l'occhio è in grado di discriminare come irriducibili ad altre sono i colori spettrali (cioè i colori dell'arcobaleno¹, quelli separati da Newton² tramite l'esperimento del prisma)³ più i colori originati da combinazioni di rosso e di blu spettrali (le cosiddette porpore). Tutti gli altri colori (a esempio il rosa, il marrone, il salmone, il verde oliva, ecc.) possono essere definiti come combinazioni di una certa tonalità con gli altri due attributi (il rosa, ad esempio, è un rosso poco saturo). Per la prima volta nell'elenco dei colori vengono a mancare il bianco e il nero.⁴ 

L'intensità, invece, riguarda una colorazione diversa e si definisce variazione di uno stesso colore dal chiaro allo scuro.
 

Fig. 1- Differenze di tonalità (con valori massimi di saturazione)


La luminosità (lightness o value, in inglese) è l'ingrediente che specifica la quantità di bianco o di nero presente nel colore percepito. La determinazione della quantità di bianco o di nero in una macchia di colore è possibile sia fuori contesto; il tipo di valutazione che consente di determinare in modo accurato il livello di grigio (cioè la distanza da i due estremi bianco e nero) in un colore è quello contestuale. Per dimostrare la correttezza di tale affermazione, occorre introdurre innanzitutto una distinzione terminologica. Possiamo, dunque, chiamare brillantezza o intensità (brightness, in inglese) la quantità totale di luce percepita, emessa da una sorgente o riflessa da una superficie. La valutazione di tale quantità è un giudizio non contestuale, ma dipendente dal solo effetto percettivo suscitato dalla luce incidente sulla retina. Si definisce luminosità apparente la quantità di luce proveniente da un oggetto, a paragone della quantità di luce proveniente da una superficie bianca sottoposta alla medesima illuminazione. Si tratta evidentemente di una valutazione contestuale.
 

             Fig. 2 - Differenze di luminosità (con tonalità e saturazioni costanti)


Il fatto che il giudizio sulla luminosità sia più preciso e differente rispetto al giudizio sulla brillantezza si può dimostrare con un esempio: se osserviamo una luce bianca piuttosto fioca (percezione di brillantezza) essa ci appare comunque bianca e non grigia; la visione del colore grigio possiamo averla solo osservando una superficie che ci appare meno luminosa rispetto ad una superficie bianca sottoposta alla medesima illuminazione (percezione di luminosità). Ciò significa che possiamo variare anche notevolmente l'intensità della luce che colpisce una superficie, senza che cambi la percezione della luminosità relativa delle sue parti. L'attributo della luminosità è l'elemento più importante all'interno della nostra percezione visiva. Come ben sanno fotografi, pittori e disegnatori, la visione acromatica, basata solo sul contrasto di luci, è in grado di veicolare tutte le informazioni essenziali ai fini della comprensione della scena osservata.

La saturazione (saturation, in inglese) è il terzo ed ultimo fattore che contribuisce alla percezione del colore. È la misura della purezza, dell'intensità di un colore. La valutazione della saturazione può essere non contestuale o contestuale. Nel primo caso, essa definisce la purezza del colore in rapporto unicamente all'intensità della sua percezione isolata. Nel secondo caso, invece, in rapporto ad una superficie bianca sottoposta alla medesima illuminazione. In questa accezione, cioè come valutazione contestuale di luci riflesse, si parla tecnicamente di croma (chroma in inglese) piuttosto che di saturazione. Non vi sono però differenze essenziali tra i fenomeni percettivi definiti per mezzo dei due termini, per cui si può parlare di saturazione in riferimento ad entrambe le accezioni.

I colori spettrali sono in assoluto i più saturi che noi possiamo osservare. Essi ci appaiono vivi, puri, brillanti, pieni, per nulla mescolati con parti di grigio. Al contrario, un colore poco saturo appare smorto, opaco, grigiastro, poco riconoscibile dal punto di vista della tonalità. Il motivo di questa scarsa riconoscibilità è che un colore poco saturo è il frutto di una mescolanza di luci di diversa lunghezza d'onda, ragione per cui differisce profondamente dai colori spettrali che sono invece prodotti da luci di banda molto ristretta. Una radiazione costituita dalla mescolanza di molte lunghezze d'onda differenti produce una curva di assorbimento da parte dei coni della retina piatta e senza picchi, che corrisponde alla percezione di un colore grigiastro. Perciò la saturazione si definisce anche comunemente come la misura della quantità di grigio presente in un colore, intendendo con ciò che la mancanza di grigio accoppiata alla piena riconoscibilità della tonalità corrisponde alla massima saturazione, mentre la predominanza del grigio su un colore non facilmente identificabile corrisponde all'assenza di saturazione. La sequenza di campioni in fig. 3 mostra appunto un aumento ordinato della saturazione da sinistra verso destra.


          
Fig. 3 - Differenze di saturazione (con tonalità e luminosità costanti)


Il fatto che un colore saturo ci appaia, per così dire, pienamente se stesso, facilmente identificabile, rende possibile accoppiare la misura della saturazione all'identificabilità di un colore spettrale nel campione che si sta osservando. Se, cioè, non siamo in grado di dire con certezza se stiamo osservando un rosso, un giallo, un blu, un verde, ecc. allora è sicuro che abbiamo a che fare con un colore non saturo: se, ad esempio, siete d'accordo sul fatto che è difficile valutare se i primi tre campioni a sinistra in fig. 3 appartengono o no alla gamma dei rossi, siete anche d'accordo sul fatto che si tratta di colori non saturi.

Un problema ben noto agli studiosi del colore è la difficoltà di separare psicologicamente, soprattutto in condizioni di scarsa illuminazione, la componente di saturazione di un colore. Quanto più un colore è scuro, infatti, tanto più è difficile identificarne la tonalità, per poter valutare se esso sia saturo oppure no. Ed inoltre, a complicare ancora le cose, un colore molto saturo appare chiaro e brillante, il che porta spesso l'osservatore a giudicarlo più luminoso di un colore meno saturo che riflette la medesima quantità di luce. La tavola in fig. 4 mostra schematicamente il modo in cui luminosità e saturazione influenzano la visione dei colori: nel grafico la luminosità cresce in passi uguali da nero verso bianco sull'asse verticale; la saturazione aumenta in modo corrispondente lungo l'asse orizzontale. Pertanto tuti i campioni posti sulla medesima riga condividano lo stesso livello di luminosità; tutti i campioni sulla medesima colonna condividano lo stesso livello di saturazione. Dall'osservazione della disposizione dei campioni di colore sulla tavola emergono due considerazioni: 1) la discriminazione degli ingredienti di un colore è più difficile in corrispondenza dei toni scuri; 2) la capacità di discriminare livelli di saturazione differenti è massima in corrispondenza dei livelli di luminosità medi.


      
Fig. 4 - Influenza della luminosità e della saturazione sulla percezione di un colore


Pensando all'arcobaleno, ogni volta che appare, ci viene da ricordare l'aspetto e il nome dei suoi sette colori: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. E la moda? Sarebbe impresa assurda catalogare tutti i nomi dei colori che la moda, nella sua lunga vita, ha chiamato agli onori della popolarità. E di stagione in stagione, proclama non solo il regno di un colore, ma anche il regno del nome col quale un colore deve chiamarsi; impone cioè a un vecchio colore un nome nuovo, e il colore diventa nuovo.


SINTESI ADDITTIVA E SINTESI SOTTRATTIVA

Le due forme basilari di mescolanza dei colori sono chiamate “additiva” e “sottrattiva”.

La mescolanza additiva o sintesi additiva di due o più colori consiste nel far pervenire all'occhio umano due o più fasci luminosi che singolarmente producono sensazioni di colore distinte (ad esempio rosso e verde) in modo da produrre la sensazione di un altro colore (in questo caso, il giallo).

  • La sintesi additiva si riferisce ai colori primari della luce. Questi colori sono: il rosso, il verde e il blu presenti nel mezzo e ai due estremi dello spettro della luce visibile. Miscelati fra loro in proporzioni diverse è praticamente possibile ottenere tutti i colori della gamma spettrale. La somma dei tre colori produce “luce bianca”.
  • La sintesi sottrattiva, si riferisce invece ai colori primari dei pigmenti. Una caratteristica della materia, e quindi dei pigmenti, è quella di assorbire in maniera selettiva solo alcune lunghezze dʼonda della luce e di rifletterne le altre. Il colore del pigmento quindi è determinato dalle radiazioni sottratte alla luce bianca, per questo si parla di sintesi sottrattiva. I colori primari della sintesi sottrattiva sono: il ciano, il magenta, il giallo (C,M,Y). dalla somma di tutti e tre si ottiene il nero. In sintesi sottrattiva, il nero (K) è il risultato della totale sottrazione delle radiazioni colorate riflesse dai pigmenti.



I colori vengono classificati in primari, secondari, terziari, complementari.

COLORI PRIMARI

Sono i colori di base, dai quali si ottengono, mescolandoli, tutti gli altri. Sono la base di tutti i colori e sono considerati “assoluti” perché non si possono ottenere con nessuna mescolanza.

L’RGB è un modello additivo: unendo i tre colori con la loro intensità massima si ottiene il bianco (tutta la luce viene riflessa).

• rosso
• giallo
• blu.

La combinazione delle coppie di colori dà il ciano (C), il magenta (M), il giallo (Y).




Questi colori non possono essere ottenuti componendoli con altri, ma è mescolandoli che possiamo avere tutti gli altri.


Cerchio cromatico di Johannes Itten - 1961
 Itten (1888-1967) fu un pittore, uno scrittore e un insegnante svizzero che ha elaborato la sua teoria dei colori, studiando l’armonia e la complementarietà dei colori.
  

I colori primari sono posti in un triangolo equilatero a sua volta all’interno di un esagono in cui i vertici opposti non sono altro che colori secondari, ottenuti, cioè, mescolando in parti uguali i pigmenti di due colori primari.

COLORI SECONDARI

Ogni coppia di colori primari genera un colore secondario. A questo punto si ottiene, mescolando le coppie di primari, i 6 colori fondamentali della ruota dei colori che, uniti al bianco e nero, sono gli unici colori disponibili in natura.

Tutti gli altri colori non sono altro che una versione più o meno accesa e più o meno chiara di questi colori.

• Giallo + Rosso = Arancione
• Giallo + Blu = Verde
• Rosso + Blu = Viola

COLORI TERZIARI

Mischiando un colore secondario con il primario otteniamo un colore terziario.
Il cerchio esterno mostra come si possano ottenere i colori terziari e come tutti siano in opposizione polare con il proprio complementare (cioè la tinta opposta).
Se in una qualsiasi combinazione di uno o più colori, il rosso, giallo e blu sono presenti in giusta misura (come nel caso di due colori tra di loro complementari), la loro risultante sarà il grigio neutro, che è anche il metro di giudizio per stabilire se due o più colori sono armonici o meno.

• Giallo + Verde = Verde giallognolo
• Giallo + Arancio = Giallo aranciato
• Rosso + Arancio = Rosso aranciato
• Rosso + Viola = Rosso violaceo
• Blu + Verde = Blu verdastro
• Blu + Viola = Blu violaceo

Altra catalogazione dei colori possibile, benché assai generica, è quella di "colori freddi" e "colori caldi", e di colori "chiari" e "scuri". Le gradazioni di colore sono quasi impossibili da definire, data la varietà degli oggetti di riferimento da cui prendono il nome. Per creare ancora più possibilità di sfumature coloristiche e linguistiche, al nome di un colore si aggiungono aggettivi molto generici (esempio: acceso, intenso, ecc.), o semplicemente qualitativi (allegri, vivaci, neutri, colori-choc, ecc.). Talvolta si combinano assieme due colori confondendo ancora di più le cose (esempio: bianco grigiastro, ecc.). Le sfumature non sono portatrici di simboli ma soltanto di un significato estetico (esempio: il viola ha una simbologia, il lilla non ne ha).





  TERMINOLOGIE DEL COLORE  


ACROMATICI (colore)
Sono i colori privi di una tinta (tono cromatico), ossia il nero, il grigio e il bianco.

ARMOCROMIA 
Parola composta dalle prime due sillabe di armonia: dal greco harmonía ‘accordo, proporzione’ e -cromia  sempre dal greco -khrōmía, derivato di khrôma -atos ‘colore’. Analisi del colore finalizzata alla valorizzazione dell’aspetto estetico di una persona a partire dalle sue caratteristiche cromatiche (tonalità dell’incarnato, colore degli occhi e dei capelli). Oggi questa teoria, è usata perlopiù nell’ambito della consulenza d’immagine, della moda e della cosmetica, che mira a ricercare un’armonia tra i colori dell’abbigliamento di una persona (ma anche, ad esempio, del trucco) e le caratteristiche cromatiche della stessa persona. 

La parola non deriva, come si potrebbe supporre, dall’inglese americano, che invece impiega la locuzione (personal) color analysis  o, più raramente, seasonal color analysis e skin-tone matching.

ARMONIA CROMATICA
È la profonda corrispondenza tra gli elementi e le parti di un insieme di colori. Una composizione di tinte armoniche appaga la necessità di equilibrio dell'occhio.

► BICOLORE  
Dal latino bicolor-oris. Per definizione generica, che presenta due colori.

► BRINATO  
Si dice  di tutte le tonalità algide (fredde), effetto ghiaccio (  brinatura - nel Dizionario della Moda).

CAMAÏEU (colori)   
🇫🇷 Dal francese antico camaheu che significa "cammeo, chiaroscuro". Sono quei colori che hanno la stessa tonalità, degradanti, non in contrasto, ma differente intensità, che imitano l'effetto dei cammei.

 CARTELLA COLORI  
Serie di campioni di tessuto o di filato declinata nei vari toni di colore in cui una collezione di tessuti, filati, d'abbigliamento o di maglieria verrà prodotta. A ciascun colore corrisponde una cifra o una parola convenzionale. Al momento dell'ideazione cromatica di una collezione la suddivisione delle gamme in aree di somiglianza percettiva, estetica e comunicativa, costituisce la base dell'organizzazione delle proposte stagionali in palette. La presentazione di queste palette avviene nelle cartelle-colore, cioè nella raccolta di colori tendenza, confezionate in varie vesti grafiche, che sono presentate ai clienti  stagionalmente (primavera/estate e autunno/inverno) e con un anticipo di 18 mesi. Per gli accessori tecnici per l'abbigliamento (chiusure lampo, filati cucirini, fodere, interfodere, melton, velcro, ecc.) considerati articoli continuativi, la cartella colori, oltre ad essere molto più ampia, non ha una scadenza stagionale e solo in alcuni casi è integrata con "colori tendenza" stagionali. Oggi le varianti colori  possono essere progettate utilizzando il CAD che permette di accelerare il lavoro, ridurre i tempi di ideazione, correzione ed esecuzione e di conseguenza i costi della singola variante-colore. 

🇫🇷 Francese: Carte de coloris 🇬🇧 Inglese:  Colour card | Shade card | Colour Swatch 🇩🇪  Tedesco: Farbkarte 🇪🇸 Spagnolo: Ficha de los colores

Le prime cartelle ufficiali di colori, in Italia, furono quelle edite dall'Ente Nazionale della Moda, nel 1934 e nel 1935.

► CMYK  
🇬🇧 Acronimo di Cyan, Magenta, Yellow, blacK (ciano, magenta, giallo, nero). È un modello di colore a sintesi sottrattiva che viene impiegato sia nella stampa digitale che in quella tradizionale delle grandi macchine (rotocalco, offeset). La riproduzione tramite questi quattro inchiostri è chiamata anche stampa in quadricomia.

COLORANTE
Si tratta di sostanze, in genere di natura organica che possono essere naturali o di sintesi, e che risultano solubili in solventi (acqua, ecc.) di tingere, da sole o con l'aggiunta di mordente, penetrando intimamente in un supporto che assume una determinata colorazione. Funzionano unendosi in maniera stabile, attraverso legami chimici, alle molecole delle sostanze colorate (filati, tessuti, plastiche, ecc.). I coloranti non danno una semplice copertura all'oggetto, come fanno i pigmenti. Creando una reazione chimica gli impartiscono una colorazione stabile che ne caratterizza tutta la massa. I coloranti possono essere naturali, di origine animale o vegetale, e artificiali, cioé preparati in laboratorio in genere sotto forma di molecole poliaromatiche. 

COLORATO
Participio passato di colorare. Che ha un determinato colore; che non è né bianco né nero o che ha un colore diverso dal naturale. 

COLOR BRANDING | COLOR-BRAND
🇬🇧 Locuzione inglese, derivata da color "colore" + (to) brand "marchiare", che a sua volta deriva dall'antico norreno brandr "bruciare", riferendosi all'antica pratica di marchiare a fuoco il bestiame per denotarne la proprietà. Il branding moderno trae origine dall'araldica, un sistema medievale dove i colori non erano solo estetici, ma codificavano aspetti sociali, culturali e di mercato. È una strategia di marketing che utilizza combinazioni di colori studiate per rafforzare l'identità di un marchio e renderlo immediatamente riconoscibile. Sfrutta la psicologia del colore per influenzare le emozioni e i comportamenti dei consumatori, creando connessioni emotive. L'uso coerente dei colori aumenta la riconoscibilità del brand. Spesso i consumatori ricordano il colore di un logo più facilmente del nome del marchio stesso. Non a caso, alcuni brand sono diventati iconici proprio grazie all’uso strategico del colore, trasformandolo in un vero simbolo di marca (Tiffany & Co. ha reso una tonalità particolare  di azzurro 'Tiffany Blue' sinonimo di eleganza e desiderabilità. Hermès utilizza il suo celebre arancione per tutto il suo packaging).

COLOR BLOCKING | COLOR-BLOCK
🇬🇧 Locuzione inglese, derivata da color "colore" + block "blocco" e letteralmente si traduce come "blocco di colore". Il termine e la tecnica traggono ispirazione dall'arte moderna, in particolare dalle opere geometriche di Piet Mondrian. È una tecnica di abbinamento cromatico che, nella moda, si basa sull'abbinamento di capi monocolore in contrasto visivo forte ma equilibrato creando look audaci e moderni. Il contrasto massimo si ottiene accostando colori primari. Il color-block è la più antica tecnica di abbinamento cromatico. Si rifà alla tradizione dell'antica Roma come ai quadri del Cinquecento e alle opere di Mondrian, Rothko e Kandinsky fino  ad approdare alle odierne passerelle internazionali. A riscoprirlo sono i grandi couturier del Novecento, da Yves Saint Laurent (era il 1965 quando dedicò una collezione tributo a Mondrian) fino a Emilio Pucci, che ne apprendono i segreti dal mondo dell'arte moderna. 

COLORIMETRIA
Metodo di misurazione delle grandezze che caratterizzano il colore - in base a un confronto con campioni prefissati - in grado di misurarlo e definirlo secondo i parametri di tono, saturazione e luminosità, e definire una tinta secondo precise coordinate, consentendo alla produzione seriale di creare colori identici, in qualsiasi parte del mondo.

È una branca della spettrofometria che si occupa dell'assorbimento della radiazione visibile da parte di corpi e sostanze. Nasce per trovare un metodo oggettivo e delle regole condivise per misurare il colore. Poiché i colori non sono altro che la percezione visiva di una fascia di radiazioni elettromagnetiche dello spettro solare, è stato necessario costruire una disciplina capace di attribuire ai colori dati dei riferimenti precisi a prescindere dall'osservatore. È di grande importanza per la produzione industriale in ogni campo, dovendo questa definire riferimenti oggettivi per riprodurre esattamente e all'infinito un determinato colore. 

COLORIMETRO
1. Strumento per determinare la quantità di una sostanza colorata in una soluzione (in colorimetria). 2. Strumento per determinare le cordinate cromatiche di una luce.
 
CROMIA
Dal greco antico χρωμία (chrôma), che significa "colore". Si riferisce alla tonalità di colore o alla colorazione specifica di un oggetto, un'opera d'arte o un'immagine. Il termine cromia è utilizzato principalmente come suffisso o secondo elemento finale in parole composte (esempio: armocromia, monocromia, policromia), e significa proprio "colore" o "colorazione". 

► DÉGRADÉ  
🇫🇷 Termine francese, participio passato del verbo dégrader, che a sua volta originata dal latino tardo degradare, derivato di gradus ‘passo, scalino, grado’. Effetto di colore sfumato che degrada verso un bordo, da toni scuri ed accesi sino a chiarissimi, creando transizioni morbide tra tonalità diverse o intensità variabili della stessa tinta. 

Nella moda questa tecnica è utilizzata per creare atmosfere romantiche. I capi sui quali si può applicare il dégradé presentano spesso linee sobrie e destrutturate, che allungano e allegeriscono le forme, adatte a diversi occasioni, dal quotidiano alle serate speciali. Il 
dégradé lo ritroviamo anche su borse, scarpe, accessori. La tecnica è utilizzata anche attraverso stampe decorative su tessuti. A differenza del tie-dye, l’effetto non gioca sui contrasti ma sulle armonie di colore.

FIAMMA
Leggero riflesso di colore diverso da quello del fondo che si nota sul tessuto tinto sfiorando con lo sguardo la superficie.

FLUORESCENTE  
Il termine (derivato da fluorite, minerale che ha questa proprietà naturale) fu coniato dal fisico irlandese G.G. Stokes nel 1852. Gran parte dei colori che definiamo fluorescenti in realtà sono solo sfumature ad alta intensità. I veri colori fluorescenti sono così accesi non solo perché molto saturi, ma anche perché la struttura chimica del colorante o del materiale assorbe le onde luminose molto corte che ricadano nella porzione ultravioletta dello spettro, quello che gli esseri umani non percepiscono, e le riflette indietro come se fossero onde più lunghe, che invece riusciamo a vedere, perciò i colori possiedono una luminosità fluorescente alla luce del giorno e al buio brillano.

METAMERIA
La parola è formata da due componenti principali: Meta- (dal greco μετά): prefisso che indica alterazione, trasformazione o successione + -meria (dal greco μέρος): suffisso che significa "parte" o "porzione". Insieme, descrivono una serie di parti simili disposte in successione. Fenomeno ottico per cui due campioni di colore sembrano identici sotto una specifica luce, ma appaiono diversi se vengono illuminati da fonti diverse (ad esempio: luce naturale, luci al neon, lampade ad incandescenza) quando la sorgente luminosa cambia. Ciò accade perché i materiali riflettono la luce in modo differente lungo lo spettro visibile, nonostante l'uguaglianza momentanea. L'occhio non riesce a fare distinzione fra le diverse lunghezze d'onda che compongono le diverse luci "bianche" dell'illuminante, ma percepisce una luce che ritiene più o meno intensa e più o meno bianca, con un criterio del tutto soggettivo. In particolare il fenomeno diventa evidente se si confrontano, accostandoli, due tessuti campionati e tinti con prodotti diversi. I due tessuti, in funzione del tipo di illuminazione, possono apparire all'osservatore identici o nettamente differenti, anche modificando l’angolo di osservazione o di illuminazione. Questo fenomeno - definito metamerismo - comporta frequenti errori quando si debba imitare ad occhio un campione senza conoscerne le caratteristiche cromatiche che solo le analisi spettrofotometriche sono in grado di identificare. 

Il metamerismo geometrico è un fenomeno fisico che nel settore del tessile può diventare un aspetto positivo, in quanto studiando opportune trame di tessitura, si possono ottenere riflessi che danno la sensazione di un tessuto prezioso. Il metamerismo geometrico e l'effetto cangiante non sono esattamente la stessa cosa, sebbene siano strettamente correlati al cambiamento del colore in base all'angolo di osservazione. L'effetto cangiante viene ottenuto intrecciando fili di ordito e trama in due colori diversi, frequentemente nella gamma di quelli complementari tra loro, o torsione dei fili di ordito da quelli di trama o con una particolare armatura sul tessuto.

MONOCROMIA 
Utilizzo di una singola tonalità di colore.

► MULTICOLORE  
Da multi + colore. Di vari colori, che risulta composto da più elementi uguali, ma diversamente colorati. Al singolare:   variopinto.

NANOMETRO (simbolo: nm)
Il termine si suddivide come segue: Nano-: che deriva dal latino nanus, che a sua volta proviene dal greco antico νᾶνος (nanos), termine usato per indicare una persona o creatura di statura molto ridotta + -metro che proviene dal greco μέτρον (metron), che significa "misura". In sintesi, l'etimologia suggerisce una "misura minuscola" o "misura di un nano", riferendosi alla scala estremamente ridotta dell'unità. Unità di misura di lunghezza ed equivale a un miliardesimo di metro. È invisibile all'occhio umano. È utilizzato per indicare la lunghezza d'onda della luce visibile, che è compresa tra i 380 e i 780 nanometri. 

NUANCE  
🇫🇷 Termine francese. Ha origine da nue, ovvero "nuvola", dal latino nubes, richiamando i riflessi sfumati visibili nel cielo, con una meravigliosa metafora dove il significato scaturisce da un elemento naturale: in natura niente come le nuvole, all’alba o al tramonto, in un rapido squarcio di luce o in un improvviso addensamento, ci mette davanti al ventaglio inafferrabile e cangiante delle sfumature di colore. Sfumatura, gradazione, o una sottile variazione di tonalità di colore. È un termine proprio del lessico della moda, ed è usato in stretta relazione ai colori. 

OPACITÀ 
Caratteristica di un corpo di non lasciare passare la radiazione luminosa. La superficie di un materiale può essere trasparente, se trasmette la luce e attraverso di essa è possibile osservare un oggetto; traslucida, se trasmette la luce diffondendola ma non è trasparente; opaca, se è impenetrabile alla luce visibile.  

PIGMENTO
Dal latino pigmentum, termine che indicava originariamente il colore o la tinta. Il vocabolo ha origine dal verbo latino pingĕre, che significa "dipingere" o "colorare". Sostanza utilizzata per modificare il colore di un materiale. Si distingue dal colorante perché non si può sciogliersi sia nei comuni solventi (anche in acqua) sia nella superfice da colorare, la cui azione colorante deriva dalla dispersione meccanica nel mezzo stesso. In genere sono chiamate «terre», perché la maggior parte dei coloranti tradizionali proviene da giacimenti minerali naturali. I pigmenti si suddividono in pigmenti organici e pigmenti inorganici (o pigmenti minerali). Entrambi possono essere sia naturali sia artificiali. Tra i pigmenti vegetali più conosciuti ci sono le clorofille (parti verdi delle piante), i carotenoidi (colori giallo-arancione) e le antocianine (colori violetti). I pigmenti minerali sono composti inorganici costituiti da polveri più o meno fini, colorate, insolubili nel mezzo disperdente con il quale formano un impasto più o meno denso da applicare sulla superficie da colorare.

POLICROMIA 
Presenza di più colori o ricchezza cromatica.

RGB
🇬🇧 Acronimo  di Red, Green, Blue. Indica i tre   colori primari (Rosso - Verde - Blu) prodotti dalla luce che stanno alla base della sintesi additiva.  La somma di tutti e tre i colori produce la luce bianca.

SEMIOTICA DEL COLORE
È lo studio del colore come sistema di segni capace di trasmettere significati specifici, emozioni e comportamenti. Analizza come i colori vengono interpretati dal cervello umano in base al contesto culturale e sociale, superando la semplice percezione visiva per diventare un vero e proprio linguaggio. 

SPETTROFOTOMETRO
Strumento che serve per leggere il colore da imitare su qualsiasi supporto e, mediante l'ausilio di calcolatori, determinano le quantità di materia colorante da utilizzare per l'esecuzione della ricetta ad imitazione del tono colore che si vuole realizzare, traducendole in pochi numeri di valore assoluto.  

Il campione da analizzare viene posizionato in una cella di misura, che viene poi inserita nello spettrofotometro. La luce emessa dalla fonte viene fatta passare attraverso il campione e il monocromatore separa le diverse lunghezze d'onda della luce. 

Nell'industria tessile, lo spettrofotometro è fondamentale per garantire la standardizzazione e l'uniformità del colore su filati, tessuti, piccoli componenti utilizzati come accessori (bottoni, cerniere o lacci, ecc.) e capi finiti tra lotti di produzione diversi. Consente il controllo qualità dei coloranti per verificarne la concentrazione e la qualità prima e durante il processo di tintura, confrontando il colore prodotto con uno standard di riferimento. Nei casi in cui il colore da imitare sia reperibile nell'archivio computerizzato, la composizione delle ricette su base storica viene trasmessa per l'esecuzione ai sistemi automatici delle cucine colori. Nel caso invece di nuovi colori da riprodurre, l'individuazione dei coloranti più adatti e la loro ricettazione trovano la soluzione nell'analisi del campione colorato fatta con lo spettrofotometro e nella conseguente ricettazione, sicuramente più corretta delle ricettazioni fatte ad occhio. Oltre alla risoluzione dei problemi legati  alle nuove ricette, l'impiego di questa scienza è di grande aiuto anche nella taratura delle forniture di coloranti, nel riutilizzo di paste preparate in eccesso rispetto al consumo pratico ed in altri numerosi casi. 


► TINTA  
Da tinto, participio passato di tingere; dal latino tincta(m)1. Nome generico che definisce il colore. 2. La sostanza colorante chimica o naturale con cui si tinge, si colora qualcosa.

🇫🇷 Francese: Teinte 🇬🇧 Inglese: shade | Hue 🇩🇪 Tedesco: Farbtonn | Farbnuance 🇪🇸 Spagnolo: Tonalidad

► TINTA UNITA
Dicesi di un filato, tessuto, indumento tutto di un colore. Sinonimo in italiano: monocolore.

🇫🇷 Francese: Uni 🇬🇧 Inglese: Plain 🇩🇪 Tedesco: Einfarbig | Uni 🇪🇸 Spagnolo: De color unido

► 
TONALITÀ
 
Tono di colore, gradazione di tinta. La tonalità indica il colore stesso, definendone la posizione nello spettro cromatico. 

► TONO CROMATICO
Sfumatura di colore, gradazione di tinta. Si riferisce alla luminosità o chiarezza di quel colore, indicando quanto sia chiaro o scuro. Anche indicato come valore tonale

TON SUR TON (colori)
Sono quelle gradazioni di colore vicine (esempio: blu - verde turchese, ecc.). 

Si dice di tessuti, fantasie, filati, ecc. quando vengono accostati a tonalità dello stesso colore, ma con sfumature diverse.

🇮🇹 Italiano: Tono su tono 🇫🇷 Francese: Ton sur ton 🇬🇧 Inglese: Tone-in-tone 🇩🇪 Tedesco: Ton-in- Ton 🇪🇸 Spagnolo: Tono sobre tono

VARIANTE
Dal latino variante(m), participio presente del verbo variare ("mutare, cambiare"). Si intende la variante colore o modifica di aspetto di un prodotto base, differente versione "cromatica". Variante e 
→ tirella (2.1.30.0. Dizionario della Moda - T) non sono la stessa cosa, sebbene siano concetti correlati nel settore tessile. La tirella è un campionario fisico di tessuti o colori. 

VARIOPINTO
Aggettivo composto da vario e pinto (participio passato di pingere, cioè dipingere); 
Vario (dal latino varius = diverso, variegato) + Pinto (dal latino pinctus, participio passato di pingere = dipingere). Per un abito, un tessuto, un ricamo, che appaia composto di più colori. Altro sinonimo: →  multicolore.




  CODIFICA DEI COLORI  

Il colore è uno degli elementi più importanti dei rapporti commerciali nell'industria tessile. Oggi sono a disposizione delle moderne e sofisticate tecnologie elettroniche applicate alla colorimetria, capaci di convertire la percezione del colore in termini numerici, cioè in dati di valore tecnico assoluto, determinando, in modo scientificamente corretto, l'esatto punto di colore per cui non esistono più criteri di valutazione soggettiva o ambientale. Inoltre esistono supporti idonei di riferimento messi a punto da vari organismi internazionali, ed universalmente adottati (Pantone, Colour Index, ecc.).


₁ Nell'arcobaleno sono piccole gocce d'acqua a flettere le onde della luce, la goccia si comporta insomma come un minuscolo prisma. 
₂ Isaac Newton (Inghilterra, 1642-1727) matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo e alchimista.
₃ In una stanza buia del Trinity College di Cambridge Newton intercetta con un prisma un sottile raggio di luce che filtra dalla finestra, proiettandolo sul muro di fronte, dove questo, anziché restare bianco, si scompone in una sequenza variopinta simile a un arcobaleno. L'esperimento non è finito qui. Newton prende lo spettro e lo proietta su un altro prisma, stavolta rovesciato, che lo ricompone da capo in un raggio di luce bianca, ed è questo secondo fenomeno quello davvero importante concettualmente. Si capisce infatti che le onde non solo possono essere scomposte ma anche ricomposte.
₄ Riccardo Falcinelli - Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo; ed. Einaudi, 2017, p. 83 



Curatore: Rames GAIBA
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    Terra di Siena, rosso Bologna, rosso Pompeiano, rosso Venezia o veneziano, giallo Parma, giallo Milano o “Maria Teresa”, giallo Napoli, verde Brentonico o ocra verde di Verona, e, nelle vicinanze, il giallo d'Istria (tra i golfi di Trieste e Fiume).