19 settembre 2016

MODI DI DIRE.... con parole della moda


Chiedo scusa ai lettori se vi sono citazioni un po' sboccate, ma anche pittoresche e soprattutto indicative dell'oggetto di questa ricerca.

AGO

E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un’ ago che un ricco entri nel regno dei cieli. - (dal latino: “Facilius est camelum per foramen acus transire quam divitem intrare in regnum caelorum”). Così Matteo nel capitolo XIX v.24 del suo Vangelo riferisce le parole di Gesù. Poiché l’immagine di un cammello che cerca di passare per la cruna di un ago è inverosimile, si ritiene trattarsi di un errore di traduzione dal greco al latino della Bibbia: il sostantivo kamilos (grossa fune o canapo, gomena di nave) è stato scambiato per kamelos, cammello. Comunque sia, il detto sta a significare quanto sia difficile, a chi la possiede, adoperare la ricchezza per compiere opere buone da meritare il Paradiso. [grandepiccolo]. «Vedi le triste che lasciaron l'ago, la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine; fecer malie con erbe e con imago» (Dante, Inf. XX, 121-123).

Cercare un ago in un pagliaio - L'ago è talmente piccolo che si perde in una cosa enorme come è il pagliaio. Con lo stesso significato del precedente adagio. [piccolo
grande].
Avresti trovato anche un ago - Iperbole proverbiale riguardante una cosa cercata scrupolosamente: «Credo avresti trovato anche un ago se lo avessi cercato»
. Infatti l'ago è difficilissimo da trovare, perché, a causa della sua piccolezza, sfugge facilmente agli occhi di chi lo cerca.

Hai tessuto un filo, e ora hai bisogno dell'ago - Quando vogliamo dire che l'aver cominciato non è sufficiente se non lo porti a termine con uguale operosità.

Fare la punta agli aghi - Essere eccessivamente preciso e meticoloso.

  
ASPO

Annaspare - Confondersi, imbrogliarsi nel parlare, agitarsi; usato anche da chi non nuota bene.

Annaspare la vista - Confonderla, offuscarla.

BORSA

Mettere mano alla borsa - Pagare qualcosa (il denaro si tiene in borsa).

BOTTONE

Stanza dei bottoni - Centro direzionale, luogo dove si prendono le decisioni importanti . Questa metafora (la metafora consiste nel trasferire a uno o più vocaboli il significato di altri) si è diffusa con i primi voli spaziali ma soprattutto con le riprese televisive che ne mostravano i grandi apparati per la raccolta dati e di controllo, con gli operatori che premevano pulsanti in forma di grandi bottoni luminosi. Il primo a parlare di “ stanza dei bottoni” come centro delle decisioni politiche fu, nell’autunno 1962, Pietro Nenni, allora leader socialista di fama mondiale. Nenni usò in un discorso quella fortunata metafora perché proprio pochi mesi prima gli americani (era in corso la gara fra USA e URSS per la conquista dello spazio: il primo volo orbitale era stato compiuto dal russo Yuri Gagarin il 12 aprile 1961) avevano effettuato i loro voli spaziali con Alan Shepard e John Glenn e le relative riprese televisive avevano avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica.

Attaccare un bottone a qualcuno - Obbligarlo ad ascoltare un discorso lungo e noioso, privo di interesse per lui. Non è nota l'origine della locuzione; che però sembra derivare dal gergo dei soldati chiusi nelle trincee della prima guerra mondiale. L'attività di cucire i bottoni con ago e filo era ritenuta tediosa, ed il tempo trascorso in questa attività era riempito con chiacchere di scarso o nullo interesse per l'altra persona. L'immagine suggerita potrebbe anche essere quella del seccatore che, quasi afferrando fisicamente per la giacca il riluttante interlocutore, non lo molla finché non abbia finito di ricucirgli un immaginario bottone. 

CALZONI

Farsi togliere i calzoni- Espressione che equivale a perdere l'autorità nei confronti della donna e della famiglia.

CAMICIA

Nato con la camicia - Indica un uomo particolarmente fortunato, destinato a una vita fortunata, con molte occasioni di successi. L’espressione, come molte altre simili (“Nascere con la cuffia”, “nascere di domenica”, nascere sotto una buona stella” e altre così volgari da risultare impubblicabili) deriva dall’antica credenza che fossero destinati a grandi cose quelli che nascevano ancora fasciati dalla membrana amniotica (è la vernice caseosa, ossia quello strato biancastro che alla nascita ricopre l'epidermide dei neonati, e che appare un po' più abbondante nel caso di parti prematuri); il suo scopo è la protezione del feto dal liquido amniotico, che potrebbe macerarne la cute. E' un caso molto raro, ecco perché nel linguaggio quotidiano questa espressione viene usata per indicare una persona molto fortunata. Il bambino che nasceva avvolto dalla membrana amniotica, era considerato diverso dagli altri, e caro agli dei. La cosa veniva interpretata come segno di vita fortunata, e segno di capacità divinatorie.

Esistono però anche altre versioni: una indica nella camicia il simbolo del corredino; perché, in epoche dove non si aveva nulla, possedere un corredino era simbolo di agiatezza, quindi di vita fortunata. In occasione della nascita di un bambino nelle famiglie abbienti si preparava una "camicia" da far indossare al neonato subito dopo il parto, che per le sue caratteristiche di morbidezza e delicatezza avrebbe dato al piccolo comodità e protezione. Tale indumento non era invece utilizzato dalle famiglie povere, per cui "nascere con la camicia" voleva dire essere figlio di signori e avere fortuna a livello economico. Un indumento simile viene proposto spesso nei negozi di puericultura col nome di "camicino della fortuna". Questo modo di dire viene anche usato con invidia e spesso con ironia. Non a caso un gioco di carte, che consiste nel togliere la quantità maggiore all'avversario, si chiama nelle terre venete "cava camisa".

Rimasto in camicia - Come ultimo bene del povero, a testimonianza di come essa sia stata, per gli uomini di ogni tempo, l'ultimo bene, prima della rovina; la sua mancanza diventa sinonimo di totale indigenza. E' chiaramente in contrapposizione al detto "Nato con la camicia".

La camicia il culo non gli tocca - Si dice di chi per troppa contentezza e vanagloria fa la ruota come un pavone, tanto che, a furia di gonfiarsi, gli si accorciano i panni di dosso, e si rende altrui ridicolo.  

Sono culo e camicia - Il riferimento è all'epoca in cui le culottes, le mutande, non erano molto diffuse nel volgo, e la camicia restava a diretto contatto con le parti intime. Nel robusto dialetto lombardo così si esprime nei confronti dei protagonisti: "hin cu' e camisa". Si dice di due persone che sono perfettamente in sintonia fra loro. Sta a significare una amicizia stretta ed intrigante fra due persone che se la intendono.

Sudare sette camicie - Esprime la fatica per ottenere un qualsivoglia risultato. Già nel Cinquecento l'espressione sudare [x] camicie veniva adoperata in questo senso (vedi ad esempio questo verso di Francesco Berni [Rime, 1, 5]: "Sudaron tre camicie ed un farsetto"). Il numero sette viene spesso usato in locuzioni di origine proverbiale; forse è qui una reminiscenza biblica dei sette giorni in cui Dio lavorò per creare il mondo (ma in effetti la Genesi ricorda che il settimo giorno Dio si riposò).   




Avere la camicia di Nesso - Significa essere in una situazione grave e dolorosa, che può portare anche alla morte. L'origine di questa espressione viene dalla mitologia greca. Eracle per avere in sposa Deianira sfidò e sconfisse il dio fluviale Achheloo. Dopo il matrimonio, durante il trasferimento in Tessaglia, giunsero presso la sponda del fiume Eveno, allora in piena. Deianira era titubante, mentre Eracle era certo di poter superare l'ostacolo senza difficoltà. In quel mentre giunse un centauro  chiamato Nesso, che spiegò d'essere autorizzato dagli dei a traghettare le persone sulla riva opposta, e quindi si offrì di caricarisi Deianira in groppa, mentre Eracle avrebbero nuotato. Nesso galoppò nella direzione opposta con Deianira tra le braccia; poi la gettò a terra e cercò di farle violenza. Deianira gridò invocando aiuto ed Eracle prese accuratamente la mira e trapassò il petto di Nesso con una freccia avvelenata con il sangue dell'Idra. Morendo, Nesso diede a Deianira una droga nella quale vi era il sangue colato dalla sua ferita, dicendo che era un filtro d'amore e di conservarlo, poiché se un giorno Eracle non l'avesse più amata, con quel filtro sarebbe stata in grado di riconquistarlo. Da Deianira, Eracle aveva già avuto Illo, Ctesippo, Gleno e Odite; e inoltre la sua unica figlia, Macaria. Deianira, che viveva tranquillamente a Trachine, si era ormai rassegnata all'idea che Eracle si prendesse delle amanti e quando riconobbe in Iole l'ultima di costoro, provò più pietà che rancore. Le parve tuttavia intollerabile che Eracle pretendesse di farla vivere con Iole sotto lo stesso tetto. Poiché non era più giovane, Deianira decise allora di servirsi del supposto talismano d'amore datole da Nesso per assicurarsi l'affetto del marito. Tinse una tunica bagnata con la droga datale da Nesso e la mandò a Eracle. Appena l'eroe indossò la tunica, si lasciò sfuggire un grido, come se fosse stato morso da un serpente. Il veleno contenuto nel sangue di Nesso si diffuse sulle membra di Eracle corrodendogli la carne. Ben presto il dolore divenne lancinante e insopportabile. Cercò di strapparsi la tunica di dosso, ma questa aderiva alla sua pelle così tenacemente che lacerandosi mise a nudo le ossa. Eracle chiamò Illo e chiese di essere portato sul più alto picco del monte Eta, e di essere bruciato, senza lamentazioni, su una pira di legno di quercia e di tronchi di oleastro. Deianira, atterrita dalla notizia, si impiccò o, altri dicono, si trafisse con una spada sul letto nuziale.

CANGIANTE
 
Più cangiante di un'idra  - Si dice delle persone astute ed ingannevoli, poiché l'idra è un serpente picchiettato da macchioline multicolori. L'espressione si usa a tono per le persone ambigue, mutevoli e volubili.

CARDARE

Cardare le nuvole -
Si impiega per colui che si impegna invano in un atto insensato o che non si può fare. Diogeniano (grammatico greco, fine I secolo d.C. ? - dopo il 138 a.C. ?) cita questa espressione che si suppone sia derivata da colui che disse che le nuvole sono «lana distesa», come se debbono essere cardate allo stesso modo.


CAPPELLO 

Prendere cappello - Offendersi, come di persona che in seguito a una offesa si accomiata bruscamente, prendendo appunto il suo cappello.

Tanto di cappello - Riconoscere i meriti altrui.

Far di cappello - Codifica l’uso del galateo che l’inferiore si scopra davanti al suo superiore, e l’uomo comunque davanti ad una signora.

Appende il cappello - Quando l’uomo entra non solo eufemisticamente nella casa della moglie.

CAPPOTTO

Fare cappotto - Usato nel gergo del Palio di Siena, col significato di vincere entrambi i palii dell’anno, quello di luglio e quello di agosto.

Subire cappotto - Nel gioco di carte del “Tresette” nel gergo “cappotto” è la mano in cui tutti i punti siano fatti da una sola delle due squadre. In questo caso si dice quando è riferito alla squadra che non ha fatto punti.

CINTA 


Essere incinta - Che ha concepito. Tale espressione, che letteralmente significa senza la cinta, deriva dall'uso delle donne dell'Antica Roma di togliere la fascia che portavano abitualmente sotto il seno quando erano in attesa di un figlio.  

COLLETTI


Colletti bianchi - Gli impiegati. La definizione è entrata in uso in Italia nel 1950. Fu copiata dall’inglese “white collar”.

COLORI

Vederne di tutti i colori.
Sentirne di tutti i colori.
Farne di tutti i colori - Questi tre modi di dire sono solo alcune delle molte espressioni legate a questa parola. Significa vedere, sentire, fare azioni di ogni sorta o avvenimenti inusitati, negativi, sorprendenti.

CRAVATTA


E' come mettere una cravatta al maiale - Dare un qualcosa ad un qualcuno che dimostra di non capirla, di non apprezzarla.





CUCIRE


Ricucire - Riallacciare i rapporti.

CUFFIA

Uscire (salvarsi) per il rotto della cuffia - Cavarsela da un pericolo, da una situazione imbrogliata, con poco danno. Nell'armatura antica, parte della cotta di maglia indossata sotto l'elmo o la cervelliera. Copricapo di cuoio o pelle imbottita indossato sotto la celata. "Uscire per il rotto della cuffia" (fig.), cavarsela alla meglio, a malapena (probabilmente perché nelle giostre medioevali i colpi assestati sulla cuffia del concorrente erano ritenuti nulli). Plausibilmente l'espressione deriva dal gioco medioevale cavalleresco del saracino o della quintana. Esiste un'altra interpretazione che fa riferimento ad un altro senso della parola cuffia "parte della cinta di una città", quindi "Passare per il rotto della cuffia" coinciderebbe a "passare attraverso una piccola breccia aperta nelle mura". Questa spiegazione sembra avvalorata da un verso delle Satire dell'Ariosto in cui viene utilizzata la stessa locuzione con la sostituzione però della parola cuffia con la parola muro: "Un asino fu già, ch'ogni osso e nervo / Mostrava, di magrezza; e entrò, pe 'l rotto / Del muro, ove di grano era un acervo; / E tanto ne mangiò che l'èpa, sotto, / Si fece più d'una gran botte grossa" (Satire 1. 247-251). Oppure, la cuffia è la parte terminale della rete a strascico, a maglia più stretta, ove si raccoglie il pesce al momento di issarlo a bordo. "Salvarsi per il rotto della cuffia" come per un pesce che riesce a salvarsi da un foro della rete.     

FIBRA

Avere una forte fibra - Essere di costituzione sana e robusta.

FILARE

Filare - Amoreggiare.

FILARINO

Filarino - Chi intrattiene un rapporto amoroso non troppo approfondito. E’ difficile non collegare questi significati con la situazione del filare: si svolgeva spesso nelle stalle dove si radunavano donne e uomini nelle lunghe serate invernali; le une propriamente per filare, gli altri per giocare a carte o conversare. Era sicuramente una occasione di incontro che favoriva lo sbocciare di relazioni amorose.

FILAVA

Al tempo in cui Berta filava - Un giorno si presentò a Berta di Savoia, sposa di Enrico IV, re di Francia, una vecchia che le fece affettuoso omaggio del suo fuso dicendo che era tutto quello che possedeva. La Regina, come era naturale, ne fu commossa ed ordinò che alla donna fosse dato tanto terreno quanto se ne poteva misurare, in lungo e in largo, con il filo del suo fuso. La notizia si diffuse rapidamente e giovani e vecchie accorsero ad offrire alla Regina fusi e rocche con molto filo. Ma la Regina rifiutò i doni – che erano espressione di omaggio interessato – dicendo: “Grazie, non mi servono: è passato il tempo che Berta filava”. L’espressione si usa per dire che è passato il buon tempo antico, quando i doni venivano fatti col cuore e senza calcolo di ricompensa. E’ un detto che viene usato tutte le volte che si vogliono evidenziare la semplicità dei costumi e il tenore di vita dei tempi antichi rispetto a quelli moderni, che hanno maggiori esigenze.

FILO

Filo da torcere - Difficoltà, grattacapo. Per esempio “quell’uomo mi dà filo da torcere”, significa “mi crea problemi, mi dà molte seccature”. Torcere il filo, per conferire al filato la necessaria resistenza mediante la torsione delle fibre, era una operazione molto complicata, quando veniva fatta a mano. Ora la torcitura è una operazione fatta dalle macchine tessili.

Filo d’Arianna - Ai tempi della Mitologia viveva un uomo, il quale si chiamava Dedalo, che era ingegnoso e sapeva fabbricare varie cose, fra cui immaginò e realizzò anche un labirinto, come se ne vedono in certi giardini; vale a dire era una specie di luogo rinserrato, corso e rincorso nell’interno da molti piccoli viottoli tutti fiancheggiati da alte spalliere di siepe: i quali viottoli giravano, rigiravano, andavano avanti, tornavano indietro, svoltavano a secco e s’incrociavano fra di loro in modo che quando una persona aveva fatto in modo d’entrarvi dentro, non c’era verso che ritrovasse da sé la strada per tornarsene via. In questo labirinto, fabbricato da Dedalo, venne rinchiuso il Minotauro, spaventoso mostro, mezzo uomo e mezzo toro, che si cibava di carne umana. A essere mangiato vivo da questo mostro fu condannato in quel tempo un certo Teseo, valoroso giovane greco; ma la bella Arianna, figlia di Minosse e quindi sorella, per via di madre, del Minotauro, innamorata dell’eroe che uccise il mostro per liberare la città di Atene da un sanguinoso tributo umano impostole da Minosse, fiduciosa che Teseo sarebbe riuscito ad uccidere il Minotauro, gli dette un gomitolo di filo perché potesse ritrovare la via d’uscita. Allora Teseo, appena entrato nel labirinto, cominciò a sgomitolare il filo e così, quando ebbe ucciso il mostro, bastò che andasse dietro al filo che aveva sgomitolato per ritrovare la strada da uscir fuori. Ecco la ragione perché, anche oggi, quando si parla di gineprai, di matasse arruffate, di case piene di andirivieni, di girigogoli o di scalette segrete, viene fatto naturale di dire: “ci vorrebbe il filo di Arianna”.

Sul filo del rasoio.
Sul filo di lana - In entrambi i modi di dire col senso di rischiare molto. Nelle prime gare di velocità sul traguardo veniva tirato un filo di lana, teso tra due palletti ai lati della linea di arrivo, per avere visivamente la prova di chi era arrivato primo: quando c'erano dei dubbi sul vincitore, risultava tale chi nello sprint finale portava via con sé questo filo. Negli anni '60 è stato sostituito dal termine "fotofinish".

Rompere il filo - Interrompere qualcosa di iniziato.
Non tirare il filo - Non superare i limiti.

A filo -
Significa trovarsi sul bordo, al limite, in condizione di pericolo o rischio continuo.

Annodare i fili - È il tentativo di costruire una relazione, un rapporto.
Trovare il filo - Riuscire a trovare la via per risolvere una questione intricata.

La vita appesa ad un filo - Si dice di una vita che può spezzarsi da un momento all'altro.

Fare il filo - Dimostrare attenzione, fare la corte (filarino)

Filo di voce - Quando si ha poca voce o si deve parlare a bassa voce.
Filo di speranza - Avere pochissime speranze.

Incrociare i fili - Significa fare un pasticcio.

Per filo e per segno - Con continuità di svolgimento e precisione di dettagli.
Andare a filo - L'andare per diritto.
Di filo - Operare senza interruzioni, di cui l'avverbio difilato.


Legato a doppio filo con qualcuno -
Si dice quando si ha un legame molto stretto.


FLANELLA

Fare flanella - Nel senso di perdere tempo. Proviene dall’abitudine del dandy e del flâneur di passeggiare per le vie chic della città, o nei parchi. Scambiarsi effusioni amorose (e cioè carezze, coccole e moine) senza spingersi oltre. Prima era un comportamento attribuito a chi frequentava una casa di tolleranza (dove si esercitava la prostituzione con il consenso della Legge e delle autorità) ma solo per intrattenersi con le ragazze senza compiere atti sessuali e quindi senza pagare. Le case di tolleranza sono state chiuse in Italia a metà del secolo scorso.

FUSO

Dritto come un fuso - Impettito, che si porta bene (di persona), dal portamento eretto; diritto in modo regolare (albero, strada, ecc.). Nel mondo contadino dove oggetti ed attrezzi erano spesso “tagliati con l’accetta”, il fuso, fatto al tornio da un artigiano, si distingueva per una perfezione di tipo meccanico. In questo senso si può pensare che venisse preso a modello di un modo di stare e di una linea perfettamente diritta.

Andarsene diritto come un fuso - Difilato, senza esitazione.

GABBANA

Essere un voltagabbana - Chi cambia opinione in modo spregiudicato, con leggerezza, per opportunismo e per convenienza. Anche come epiteto ingiurioso. Significa essere una persona che cambia con molta disinvoltura idea e convincimento non per motivi veri tangibili e indubbi ma per convenienza. Questa espressione però come tante altre deriva dalla cultura popolare, dagli usi di tempi meno floridi di oggi, da situazioni particolari. La gabbana (ampio mantello usato dagli uomini nel '500, dalla linea e dal tessuto grossolani, indossato ancora oggi da contadini e pastori per ripararsi dal freddo)  poteva essere indossata anche a rovescio e, appunto, "voltare la gabbana" significava indossarla a rovescio e questo era un sistema molto usato dai militari che facevano i disertori e che durante la fuga per non essere riconosciuti e denunciati o arrestati indossavano la gabbana a rovescio. 


GARZUOLO

Sarebbe capace di dormire su un pettine da garzuolo - Essendo il garzuolo una sottilissima fibra di canapa o lino, il pettine aveva denti sottili ed acuminati. Dormirvi sopra era certamente difficile. In dialetto bolognese "Al durmirévv int'una pètna da garzôl".

GIACCA

Tirare per la giacchetta - Sollecitare qualcuno affinché si venga ascoltati e si faccia qualcosa; anche invitare a prendere una decisione. In ambito laziale la locuzione aveva il significato primitivo di "avere creditori alla calcagna". 


GUANTO

Occorre trattarlo con i guanti.Trattare con i guanti bianchi  - In entrambi i modi di dire significa trattare per qualcuno con estrema gentilezza, cortesia e attenzione o aver riguardo per qualcosa che potrebbe rivelarsi fragile o pericoloso. Deriva probabilmente dal fatto che in tempi lontani la servitù indossava sempre guanti di stoffa color bianco; più sottili e fini per i servizi in tavola o per aiutare a vestirsi, più robusti ma sempre morbidi per certe pulizie, come la lucidatura degli argenti o il lavaggio/spolvero di delicatissimi oggetti quali cristalli e porcellane, manovre durante le quali statuine, bicchieri e affini venivano maneggiati con estrema, delicata cautela per evitare di romperli.

Gettare il guanto della sfida - Provocare qualcuno.

Mano (Pugno) di ferro in guanto di velluto - Imporre una disciplina ferrea con modi in apparenza miti; comportamento deciso che guarda alla sostanza, ma rispettoso nelle forme. Consiglio su come procedere nel condurre un certo affare, soprattutto se difficile e complesso: usare sempre la dolcezza dei modi, la disponibilità sui particolari e gli aspetti meno importanti e tenere fermissimo il fine da raggiungere, non cedere minimamente nelle cose sostanziali. Fu il motto adottato di fatto nel procedere dei Gesuiti e comunque a loro attribuito. In ambito colto si usa anche la versione latina: “Fortiter in re, suaviter in modo.” (Inflessibile sulla sostanza, disponibile nell’atteggiamento); frase più consona al linguaggio della Compagnia di Gesù, perché meno violenta nel tono, più insinuante.

LANA

Questioni di lana caprina - Discutere di cose da nulla; non risolvibile.

Rendere morbida la lana degli altri - Non avere niente da fare in casa propria.

Pretendi lana da un asino - Si riferisce a chi chiede scioccamente cose che non esistono da nessuna parte.  Con il medesimo significato si dice Tosi un asino. Si riferisce a chi intraprende una cosa assurda ed inutile, poiché a causa dei suoi peli l'asino non si può né pettinare, né, non avendo esso lana, lo si può tosare.  

Lanuto -
 
Con molti cappelli.


MANICA

L’asso nella manica - Tenere nascosto l’elemento decisivo per mostrarlo al momento giusto; avere una soluzione vincente ancora non svelata ma soprattutto molto inaspettata. L'asso, infatti, in parecchi giochi di carte è la carta con il maggior valore. In passato i bari erano soliti nascondere un asso all'interno delle maniche per barare in maniera più nascosta.  

Essere di maniche larghe - Modo di dire inteso ad evidenziare l’indulgenza non comune di comportamento che qualcuno ha nei confronti degli altri. Deriva dall'uso medioevale di indossare maniche ampie da parte dei nobili che all'epoca si autoconsideravano gli unici ad avere nobiltà d'animo e clemenza verso gli altri.

È tutto un altro paio di maniche -
Questo modo di dire deriva dall'uso di utilizzare maniche staccabili dall'abito, e quindi intercambiabili, fino al Rinascimento. Cambiando le maniche, che arrivavano a costare di più dell'abito stesso, si aveva l'impressione che il vestito, coperto da una sopravveste, fosse sempre diverso (anche se in realtà il vestito era sempre lo stesso), da cui il significato di uno stato di cose totalmente diverso. Questa espressione può anche derivare dall'uso medioevale di "scambiarsi le maniche" tra fidanzati come pegno d'amore. I cavalieri legavano alle proprie spalle le maniche ricevute dalle loro dame. Da qui deriva anche la parola mancia, con il significato in senso lato di dono e oggi il sovrappiù dato a chi presta un servizio.

MANTELLO

 
Strappare il mantello di dosso - Invitare un ospite a trattenersi con grande insistenza e premura, perché chi fa questo afferrando il suo mantello è come se lo costringesse a viva forza a restare.

MATASSA


Tira più un pelo in salita che una matassa in discesa - Uno solo può fare più di tante persone.

MISURE

Ti prendo le misure.


NAVETTA

Treno navetta - Treno che fa la “spola” fra due stazioni. La navetta è un elemento in cui è alloggiata la spola, e che nei telai per tessere di una volta faceva la spola inserendo con un moto di va e vieni il filo di trama attraverso il passo dei fili di ordito. 

Navetta spaziale - Shuttle. Per il significato di "navetta" in analogia all'altro modo di dire.

OCCHIELLO


Essere il fiore all'occhiello -
 
Ciò che costituisce motivo di vanto. Si dice di qualcosa che rappresenta motivo di orgoglio, e che è il completamento odeale di un disegno o progetto. Deriva dall'uso maschile di mettere un fiore all'occhiello della giacca in occasioni molto importanti come ad esempio il matrimonio. 

PANNI


Tagliare i panni addosso - Il detto viene riferito a chi, nei confronti degli altri, usa maldicenza e malignità, mettendo a nudo situazioni e stati d’animo intimi e segreti. L'espressione deriva dalle botteghe dei sarti. Per realizzare un abito è prima necessario prendere le misure, tracciare i segni del taglio sulla stoffa, tagliare ed imbastire l'abito, poi la persona è chiamata per provare l'abito ed apportare eventuali modifiche su possibili difetti. Ma mentre il sarto intende togliere o mascherare i difetti, il maldicente li vuole esaltare. 

Sta nei tuoi panni -
 
Motto latino di Orazio, in Sermoni “Propria in pelle quiesce”, citato anche da Dante nella Divina Commedia nel Purgatorio.


PELO

Fare pelo e contropelo - E’ un detto che ha lo stesso significato di “Tagliare i panni addosso” e sta ad indicare chi ha la brutta abitudine di denigrare, cioè di usare maldicenza spicciola e inesistente, nei riguardi del merito e reputazione altrui.

Non mi importa un pelo - Negli autori latini è frequente questa iperbole: «non più di un pelo», quando vogliono intendere un qualcosa di minimo valore. Lo scarso valore di un pelo anche in greco fu un adagio. Di qui «degno di un pelo», per un uomo degno di nulla. Quanto più incisiva sarà la traduzione, tanto più sarà elegante. Infatti «non mi importa un pelo» senza iperbole non ha quasi nulla di figurato. Invece «non più dotto di un pelo», «non più sgradevole di un pelo», «non più stimato di un pelo», e questo tipo di frasi, poiché si allontanano abbastanza da un semplice enunciato, acquistano una maggiore grazia.

Degno di pelo - Si dice per persone degne di nulla di buono, poiché nulla è più indegno di un pelo. 


PEZZE

Avere le pezze al culo - Simile al “prendere per i fondelli”. Una volta ai sarti veniva, dalla gente povera, richiesto di riparare e mettere – non per moda – toppe ai gomiti delle giacche, alle ginocchia ed alle natiche dei pantaloni; per quest’ultime alle volte, invece di chiudere i buchi con le pezze, si effettuava la sostituzione di tutto il fondo realizzando un fondello con stoffa quanto più possibile simile all’originale.

PIEGA

Prendere una brutta piega - Assumere un andamento sfavorevole.

RATTOPPA

Il ricco strappa ed il povero rattoppa - Il ricco si può permettere tutto quello che vuole, mentre il povero si deve accontentare.

SCARPE


Appendere le scarpe al chiodo - L'espressione, usata spesso in ambito sportivo, significa "ritirarsi dall'attività agonistica". Può essere anche estesa al membro di una qualsiasi categoria professionale che decida di ritirarsi. Le "scarpe" in questi casi sono sostituite da un analogo "ferro del mestiere"; ad esempio, un ciclista appenderà la bicicletta al chiodo; un pattinatore appenderà i pattini; ecc. 

   
Fare le scarpe - Sostituire qualcuno in un incarico di lavoro più importante di quello che si ha, ricorrendo a mezzi sleali e fingendosi molto amico della persona danneggiata. Il significato originario è quello di mettere i piedi nelle scarpe di un altro, cioè prendere il suo posto.

Il calzolaio non giudichi oltre la scarpa - «Ne sutor supra crepidam» La frase è attribuita e riportata da Plinio il Giovane e da Valeria Massimo. La battuta arguta viene adesso ripetuta per indicare coloro che vogliono vantarsi parlando di cose delle quali non sono competenti. Equivale al proverbio “Ognuno faccia il suo mestiere”.

Mi sento come le scarpe piene di piedi - Detto Alibrandico, indica quanto sia difficile pensare ad altre cose quando la mente è piena di problemi che completano il quotidiano essere.

Tenere i piedi in due scarpe - Indica la posizione di chi sta contemporaneamente con una parte e con quella avversa.

Stai con i piedi in una scarpa - Indica il sapersi comportare bene.

Chi cammina non consuma scarpe - Una persona che cammina guadagna.

Adattare a un bambino i calzari di Ercole - Dal motto «Herculis cothurnos aptare infanti» (Erasmo). Si applica quando uno con grandi frasi e con sublime stile volesse ingrandire un tenue e basso argomento.


SPOLA

Fare la spola - Viaggiare da una parte all’altra. Vedi in questo post la voce "Navetta".

STOFFA

Avere della stoffa - Avere una forte personalità, notevoli attitudini, capacità.

TELA

Tela di Penelope - Com’è raccontato nell’Odissea attribuita ad Omero ... Finché il giorno splendea tessea la tela / Superba, e poi la distessea la notte”, (Canto secondo, 90 e segg. - Il viaggio di Telemaco).  Nel corso dell'Odissea la storia della tela è raccontata anche da Penelope - Canto dicianovesimo, 130 e segg. e non è utilizzata a fondo, ossia i pretendenti non si fanno forti della promessa, come potrebbero, per costringere Penelope a cedere. E' uno dei temi folcloristici che spesso nell'Odissea sono accennati ma non svolti. Penelope, moglie di Ulisse, re d’Itaca, mentre aveva il marito all’assedio di Troia, si trovò circondata da un nuvolo di corteggiatori, che l’annoiavano dalla mattina alla sera per sapere chi fosse fra loro tutti il preferito. Ma la furba Penelope, per non aver seccature, rispondeva sempre che non l’avrebbe mai detto, se prima non avesse terminato una tela che stava tessendo. E perché quella tela non venisse mai a fine disfaceva di notte la poca tela tessuta di giorno; e con questo ripiego la tela andò tanto in lungo, che Ulisse ebbe il tempo di ritornare dall’assedio. Ecco perché, in relazione a ciò, il detto “E’ come la tela di Penelope” per indicare qualcosa che non fa prevedere la fine. Se poi si vuol accennare a qualche persona che, per irrequietezza di carattere o altro, sia solita, dopo aver fatto una cosa, di disfarla, per poi tornare a rifarla daccapo, allora si suol dire “Quella persona lì fa come Penelope”. Non si può inoltre non citare il motto latino: "Quasi Penelope telam retexens" (Cicerone, Academia, 2, 95) ["Ritessere la tela di Penelope"].

Fare la tela - Svignarsela.

Tela del ragno - Preparare un inganno.

Tessere le tele dei ragni - Cioè ricevere un travaglio infinito e affannoso per una faccenda da nulla e priva di frutto. Anche riferito a Diogene Laerzio, nella vita di Zenone [7, 161], un filoso diceva che i ragionamenti dialettici sono simili alle tele dei ragni, che, pur vantando qualcosa di laborioso e perfetto, sono tuttavia risibili e deboli. E un altro paragonava alle tele di ragno le leggi, che facilmente recise dai grandi uccelli, intrappolano solamente le mosche.   


Chi tanta tela, chi senza camicia - Nella vita c’è chi ha tanto e chi, invece, non ha niente.

TUTE

Tute blu - Gli operai, perché specialmente nelle grandi fabbriche indossano tute di colore blu, adatte a lasciare grande libertà di movimento. Si chiamano anche “Colletti blu” in contrasto con “Colletti bianchi”.

VELO

Senza veli - Nella totale nudità e realtà; dire tutto quello che si pensa.

Stendere un velo pietoso - Portare all’oblio, attenuare gli aspetti più spiacevoli.

Velo di tristezza - Malinconia.

VELLUTO

Mani di velluto - Abilità.

VESTI / VESTITI

Mangia a gusto tuo e vesti a gusto degli altri - Badare alle apparenze.

Al gatto la veste color zafferano - Va sottinteso «tu dai», oppure «tu metti». Si usa per i casi in cui si danno cariche a chi non è degno e non è tagliato per esse. oppure quando si fa un regalo a chi non sa che farsene, per esempio un dono di un libro bellissimo a chi è completamente estraneo agli studi umanistici. Il crocoton [veste color zafferano] è un tipo di veste simmetrica e orlata di frange, che indossavano le ricche matrone.

Togliere i vestiti a chi è nudo - Cioè sperare inutilmente in un profitto da uno al quale non v'è nulla da portar via. Apuleio, nel primo libro dell'Asino d'oro [Met. 1, 15], scrisse: «un uomo nudo non può essere spogliato nemmeno da dieci lottatori».

Stracciarsi le vesti - Difendere qualcosa o qualcuno. dare segno di indignazione, talvolta non autentica.

Una scimmia vestita di porpora - Questo proverbio si adatta a varie situazioni, ma specialmente a quelli che, pur essendo magnificamente vestiti e adornati, tuttavia tradiscono, dal volto e dai costumi, qual è la loro indole; o coloro che ostentano una posizione importante, di cui non sono degni; o quando si camuffa una cosa di per sé turpe con ornamenti esteriori e posticci. Che cosa infatti è così ridicolo come una scimmia che indossa una veste purpurea?

Una scimmia è una scimmia, anche se indossa ornamenti d'oro - Questo adagio corrisponde al precedente, ricordando che gli ornamenti messi a disposizione dalla sorte non cambiano l'indole dell'uomo.  



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LINK CORRELATI:

PROVERBI... con parole della moda

http://trama-e-ordito.blogspot.com/2010/07/proverbi.html


Rames Gaiba


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ULTIMA MODIFICA/AGGIUNTA: 21 ottobre 2016


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