2 aprile 2017

Fashion Vaticano: l'estetica del vestire tra mondanità e spiritualità - Eccelsa Vanità...

Tra il Vaticano e l'alta sartoria c'è sempre stato un connubio speciale, come è documentato per l'antichità dai dipinti e dai mosaici raffiguranti papi e prelati. Come ci racconta Luca Scarlini nel suo libro Sacre sfilate [1], esistono a Roma dinastie vere e proprie di sarti della Santa Sede [2]. Non sono però disdegnati stilisti della moda [3].

Nel 1955 le Sorelle Fontana, tre sorelle che venivano da un piccolo paese della provincia di Parma [4] nella propria sartoria romana dove contribuirono a rendere l'Italian Style famoso nel mondo, crearono per Ava Gardner un abito redingote nero in lana e seta, svasato con profili e bottoncini rossi lungo fino a poco sotto il ginocchio e completato da un cappello da monsignore con cordone e nappe detto "saturno" e catena cardinalizia con una croce sul petto. L'abito prese il nome celeberrimo di "Il Pretino". 

La Casa di Moda Fontana per realizzare questa linea "talare" chiese una speciale autorizzazione alle autorità ecclesiastiche.


Abito nero di ispirazione talare, detto “Il Pretino”Fondazione Micol Fontana - © Copyright


Ava Gadner, con l'abito "pretino" ed il cappello "saturno"


Qualche anno dopo, "Il Pretino", simbolo della commistione tra la mondanità della moda e la spiritualità dell'indumento sacerdotale, piacque talmente a Federico Fellini  che lo fece reinterpretare dal costumista Piero Gherardi [5] per farlo indossare ad Anita Ekberg in La dolce vita (1960), film che fu fortemente biasimato dalle gerarchie vaticane, nella scena in cui l'attrice fa visita al cupolone di San Pietro.

L'idea del famoso "abito talare" nacque da un regista che voleva un abito talare per Ava Gadner, per un film che poi non fu mai fatto.


  
Anita Ekberg, nel film La dolce vita (1960)
in abito "talare"



Lo stesso Fellini amplificò  poi con una riflessione magistrale la medesima commistione nel film Roma, del 1972.



dal film "Roma" (1972)
regia di Federico Fellini - Musiche di Nino Rota


Il film, che fu presentato fuori concorso al 25° Festival di Cannes, è un ritratto brioso e visionario di Roma attraverso i ricordi di un giovane provinciale che arriva alla Stazione Termini poco prima della seconda guerra mondiale. Roma come realtà composita e contradditoria, rappresentata mediante una serie di quadri e personaggi eterogenei, dal défilé di abiti ecclesiastici alla ricostruzione delle case chiuse, dagli scontri con la polizia, all'ingorgo notturno sul Grande Raccordo Anulare. Tra le diverse parti non vi è alcun legame, si va da un soggetto all'altro senza transizione. o presentatore introduce la sequenza di abiti religiosi di fronte a un cardinale tronfissimo, mentre due suore all'organo accompagnano con musiche para ecclesiastiche rivisitate con sarcasmo da Nino Rota.

Il Vaticano ha elaborato nei secoli una serie di simboli ben determinati: tra di essi hanno un ruolo centrale gli abiti, inclusi gli accessori. Vi è inoltre una centralità del colore come simbolo di sacralità. La gamma cromatica ammessa a seconda delle cerimonie si dipana tra bianco, rosso, verde, viola e nero; una quadricromia che ha le proprie origini in una articolata serie di motivazioni rituali. I paramenti più ricchi sono però rigorosamente maschili (anche se l'uomo usa capi di derivazione femminile), visto che la parte femminile della specie ecclesiastica riceve un trattamento assai più sbrigativo.





Il film ebbe due edizioni: la prima presentata al cinema Barberini di Roma il 18 marzo 1972, con una durata di circa 130 minuti. Fu presentato al Festival di Cannes il 15 maggio 1972. Per la presentazione sul mercato estero fu deciso di alleggerire il film riducendolo a circa 115 minuti. La versione integrale del film non è diventata la versione "ufficiale" in quanto sulla totalità dei supporti in vendita, DVD e VHS è stata inserita la versione corta approntata per il mercato estero; è anche quella che normalmente viene passata in televisione. L'unica commercializzazione della versione lunga avvenne nel 1989, su VHS della DeltaVideo, da anni fuori catalogo. I tagli, decisi in autonomia e senza interventi da parte della censura cinematografica che aveva dato il nulla osta al film, con un divieto ai minori di 14 anni, riguardarono alcune sezioni della pellicola, mentre altre vennero lasciate indenni. 






Nella sezione del défilé vi furono tre tagli: al modello n° 4 "Suora Missionaria" e in due altri momenti della sfilata dove compaiono in una, dentro due teche, una mano ed una maschera metalliche e nell'altra un modello per vescovo. Manca anche un dialogo tra coloro che assistono alla sfilata. Tagli piuttosto evidenti dal fatto che, nelle immagini mantenute, si nota in lontananza il modello n° 4 sfilare via dalla sala e per dei bruschi salti nella colonna sonora.

Il film "Roma" è fra tutti i ritratti di Roma (non quelli che leggete nei libri di storia, dei dépliant turistici) quello - che nel bene e nel male - è uno dei più doviziosi, anche dei più divertenti, che esprime la grande personalità e fantasia di Fellini. E' un ritratto, documentario, urbanistico e antropologico, che prende in considerazione e illumina punti nascosti di una città che, più di altre, si presta per storia ed abitudini dei suoi abitanti ad uno stile irregolare e contradditorio. Moltissimi momenti notevoli: un grande spettacolo di varietà in cui Fellini adotta e preferisce il pubblico, a cui è rivolta la sua arte; la pungente iconoclastia della sfilata di abiti ecclesiastici, premonitrice 35 anni prima dei papi con le scarpe di Prada (ma vi è anche lo spunto reale dei lavori per la Linea A della metropolitana che serve da riflessione per i rischi del progresso; l'umiliante quadretto delle prostitute esposte alla clientela; la chiassosa ed infinita sequenza in trattoria). Mai un film si è avvicinato così tanto a carpire l'essenza di Roma, di cui nulla è taciuto, neanche l'insopportabile trivialità del presente.

Il connubio tra moda e Chiesa Cattolica Romana appare ai nostri giorni meno stridente e provocatorio di quanto potesse sembrare ai tempi di Fellini o delle Sorelle Fontana, dal momento che proprio la figura terrena più autorevole in questo momento di questa Chiesa, cioè papa Benedetto XVI, non fa mistero di una "venerazione" alla "sorella moda".



Benedetto XVI, con le scarpe rosse


Celebri le sue scarpe in nappa rosso acceso, di cui qualche tempo fa si ipotizzò la provenienza da una griffe del lusso, ma che sono  in realtà opera di Adriano Stefanelli, un calzolaio di Novara.

Le creazioni di Adriano Stefanelli

Non sia mai detto del resto che il papa "vesta Prada", dato che è al suo infernale nemico che spetta questa prerogativa, secondo un titolo e un modo ormai consueto di dire. [6] Papa Benedetto XVI, al secolo Joseph Alois Ratzinger, è considerato tra gli uomini più eleganti del pianeta, ed è stato inserito, nel 2007, nella classifica  dei 23 "best dressed" dalla rivista americana "Esquire".

  

 
Cappelli di Benedetto XVI


Papa attento alle tendenze della moda lo è stato anche Giovanni Paolo II, di cui sono rimasti celebri gli scarponcini bianchi Doctor Martens appositamente fabbricati per lui.


Giovanni Paolo II, passeggiata in montagna


Sono d'accordo con Patrizia Calefato quando scrive che «questa simbologia da scarpiera è anche rivelatrice di due personalità molto diverse di papi: attento ai media e alla cultura di massa Woytila, ricercato e restauratore della tradizione Ratzinger.» [7]
Papa Ratzinger, ha carisma da vendere, e da prova di puntuale aggiornamento delle tendenze moda e di un raffinato quanto ricercato gusto nel vestire. Infatti, in linea con i dettami della haute couture che si decide sulle passerelle delle capitali che contano, Benedetto XVI ha optato, sin dagli albori del suo pontificato, per uno stile vintage con dettagli personali che siano indice di originalità nello stile. Certo siamo lontani dai toni della sobrietà di Woytila.  Siamo anche lontani dall'eleganza più dandy che sfarzosa di Pio XII, o dall'eleganza austera di Paolo VI, papa più emozionato dallo sbarco sulla luna che da ori e pellicce.
«Anche il clero non porporato maschile e gli ordini ecclesiastici femminili curano da sempre l'estetica del vestire: è il caso proprio di dire che l'abito faccia il monaco in quelle situazioni, come una scuola, una comunità o un ospedale, dove l'indumento è anche segno di riconoscimento, quasi una "divisa", richiede quindi anche un rigore e una distinzione che spesso hanno di per sé un significato etico. Le aziende specializzate in abbigliamento ecclesiastico maschile e femminile si adeguono ai tempi, creando linee proprio come fanno le aziende "laiche", diversificando i destinatari (...) una specie di "linea bambini" con tuniche e cottine per chierichetti, grembiulini per alunni di scuole religiose e abiti per prime comunioni. »[8]

Anche ai giorni nostri il fashion non ecclesiastico si ispira al vestiario della Chiesa. Si pensi a Dolce & Gabbana che nel 1997 presentano l'abito talare come un must. «Settecento metri di drappi cardinalizi e cuscini da inginocchiatoio preparano spiritualmente il pubblico alla "Preta" degli stilisti. Ecco dunque la "mon-signora" rigorosa come un sacerdote e sfarzosa più di un cardinale». [9]


Yves Saint Laurent, a conferma che si tratta di uno stile ricorrente della moda,  ha presentato "abiti talari" nella collezione Autunno Inverno 2005/06.


 
YSL - collezione Autunno Inverno 2005-06


[1]  Luca Scarlini, Sacre sfilate, Ed. Guanda (2010)
[2] Presso la ditta Gammarelli, nei pressi di Piazza Minerva a Roma, sartoria pontificia attiva dal XVIII secolo, sono stati concepiti, lavorati e ultimati i vestiti nuovi di Papa Giovanni Paolo II. Gammarelli non è soltanto la sartoria del Papa, ma rifornisce cardinali, monsignori e vescovi e giù a scendere, fino ai preti. Fece pertanto scalpore la scelta di Benedetto XVI di affidarsi a Euroclero  di Roma. Altra azienda specializzata in abbigliamento ecclesistico, è la Tridentinum di Ferrara. 
[3] La casa di moda Gattinoni ha fornito al Papa Benedetto XVI due casule, due camici, una sontuosa stola e una mitra in velluto rosso con finiture in oro. Cartier, firma i suoi occhiali da vista.
[4] La storia delle tre sorelle Fontana, Zoe (1911-1979), Micol (1913) e Giovanna (1915-2004), inizia a Traversetolo, un piccolo comune del primo appennino della provincia di Parma, dove continuavano la tradizione di famiglia del mestiere di sarte. L'avventura comincia nel 1936, come racconta la nipote Luisella, quando la più grande, Zoe, decise di lasciare il paesello per una grande città; indecisa tra Milano e Roma lasciò al destino la scelta, prendendo il primo treno che transitava in stazione. Destino volle che fosse diretto a Roma. Così, incredibile ma vero, come ebbe poi a confermare la stessa Micol, iniziò l'avventura delle Sorelle Fontana. Per Zoe non fu difficile trovare lavoro presso una sartoria e presto venne raggiunta prima dalle sorelle, poi dai genitori Amabile e Giovanni. Sapienza artigianale e intuito resero uniche le loro creazioni. Tra le prime clienti, le signore dell'aristocrazia: la Principessa Alessandra Torlonia, la Marchesa Marita Guglielmi, Donna Marella Caracciolo Agnelli, Gioia Marconi. Con la fine della guerra e grazie alla presenza degli studi di Cinecittà, Roma divenne una delle mete predilette delle dive del cinema, soprattutto hollywoodiano. La grande occasione arrivò per le sorelle nel 1949 quando realizzarono l'abito di Linda Christian per il matrimonio con Tyrone Power a Roma.
[5] Piero Gherardi (1909-1971), è stato un achitetto, scenografo e costumista. Ha vinto Oscar per i migliori costumi per i film "La doce vita" (1960) e per 8 e mezzo (1964)
[
6] Patrizia Calefato, Gli intramontabili, Ed. Meltemi (2009), pp. 133-150.

[7] Patrizia Calefato, La moda oltre la moda, Ed. Lupetti, p. 61.  Benedetto XVI è un restauratore anche di simboli vestimentari come la mozzetta, la mantellina rossa orlata di pelliccia, e il camauro, il copricapo di velluto rosso bordato di ermellino bianco; ha reintrodotto poi l'uso di quel paramento sacro di lana chiamato "pallio" nella versione più lunga e larga, avvolto come una sciarpa sulla spalla sinistra a simboleggiare il pastore che ripone sulla sua spalla le pecorelle ritrovate.
[8] Patrizia Calefato, La moda oltre la moda, op. cit., p. 62.
[9] Gianluca  Lo Vetro, «L'Unità».

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Alcuni termini che designano l'abbigliamento della Chiesa Cattolica Romana:
alba (o camice), almuzia, amitto, batolo, camauro, cappa, casula, chiroteca, cingolo, clergyman, cocola, cotta, croccia, dalmatica, falda, fanone,  fasce marezzate , galero, manipolo, mozzena, pallio, pianeta, piviale, rocchetto, saio, stola, succintorio, triregno, tunicella, velo, zucchetto.



 Rames Gaiba
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