BIKINI


Il bikini non è un semplice capo d'abbigliamento, ma un audace simbolo culturale che accompagna l'immaginario generale legandosi a concetti di emancipazione femminile, provocazione e rivoluzione sociale.


Il mondo, finita la Seconda Guerra Mondiale, è cambiato. In Italia le ormai storiche  "signorine" Grandi Firme (la rivista cessò nel 1938) sembrano ormai lontane da uno stereotipo di una immagine che ormai non è più proponibile. I "tempi nuovi" del post guerra sono ancora inquietanti; qui inizia questo racconto con le prime esplosioni atomiche sperimentate  sull'atollo delle isole Marshall, nel Pacifico, dove gli Stati Uniti avevano attuato nel luglio del 1946 i loro esperimenti nucleari.   


STORIA - Creato nella primavera del 1946 dallo stilista di grido Jacques Heim, che lo chiama Atome, sperando che risulti esplosivo come la bomba H che gli americani avevano fatto esplodere.¹ Ma il 5 luglio dello stesso anno, appena quattro giorni dopo il primo esperimento nucleare in quell'atollo, sarà Louis Réard² un pressoché sconosciuto stilista francese a battezzare il suo audace due pezzi Bikini. In realtà Réard si limitò a "perfezionare" un invenzione che era già in commercio da qualche settimana: un costume a due pezzi creato appunto dallo stilista Hein e pubblicizzato "il costume da bagno più piccolo del mondo", e per questo chiamato Atomo. A Réard non fu facile trovare una modella che avesse il coraggio di sfilare sul bordo delle Piscine Molitor di Parigi durante un concorso di bellezza con un costume tanto scostumato, e difatti dovette ricorrere a un'avvenente spogliarellista del Casinò de Paris, Micheline Bernardini. 

Micheline Bernardini in bikini - Piscine Molitor di Parigi (5 luglio 1946)
Il primo due pezzi in tessuto di cotone stampato con un motivo a pagine di giornali


Il bikini giudicato indecente, viene bandito da molti magazine femminili, rigettato dal Vaticano (che lo ha, al tempo, dichiarato peccaminoso) e vietato per legge in numerosi Paesi (dalle spiagge e dai luoghi pubblici della costa atlantica francese (mentre era tollerato sulla costa del mediterraneo), dalla Spagna, dall’Italia, dal Portogallo e dall’Australia, e fu proibito o comunque non incoraggiato in numerosi stati degli Stati Uniti). I comunisti lo vedono come simbolo della lotta di classe e le femministe lo accusano di oggettificare il corpo delle donne. 
«In Italia e Spagna infatti la morale “bacchettona” del tempo, attentamente sorvegliata da un certo radicato clericalismo, preferirà concedere spazio ai revival, accettando perfino il ritorno della combinazione a mille righe, dimostrando con ciò la veridicità di quella regola della fisica per cui ogni azione genera sempre una reazione “uguale e contraria”. Anche negli emancipatissimi ma altrettanto puritani Stati Uniti, il bikini accettato e portato esclusivamente in privato viene ammesso su spiagge e piscine pubbliche solo agli inizi degli anni Sessanta.».³ 

Ci vollero alcuni anni perché il bikini fosse ritenuto accettabile per il pubblico pudore: basti pensare che cinque anni dopo la sua nascita nel '51 il due pezzi era ancora proibito al concorso di Miss Mondo. «Dopo lo sconcerto iniziale, a intuire le potenzialità del nuovo indumento arrivò Diana Vreeland, allora temuta caporedattrice di “Harper's Bazaar”. Non appena lo vide, con il suo senso dell'assurdo, Diana esclamò: «Ma questa è la cosa più importante dopo la bomba atomica!» e, incurante dell'imbarazzo provocato in redazione, lo piazzò a tutta pagina sulla sua rivista (indossato da Dovima nel maggio 1947) sancendo il suo ingresso nella storia della moda.»
  

Comincia a farsi sentire la voglia di maggiore libertà, e così i modelli diventano sempre più sgambati, tanto che in Italia mise in allarme i custodi della pubblica morale: sulle spiagge italiane giravano forze dell'ordine che andavano a misurare i bikini delle bagnanti, assicurandosi che fossero entro i limiti stabiliti. Le “misure” se erano inferiori al lecito portavano a redigere un verbale ed a una multa per oltraggio al pudore.


Un poliziotto fa un verbale ad una bagnante
per un bikini indossato su una spiaggia di Rimini, estate del 1957


I primi modelli in commercio coprono pudicamente l'ombelico, altro baluardo destinato presto a cadere. Spesso eseguiti all'uncinetto, conservarono, pur nell'inedita rivelazione del nudo, toni e decori naif, chiaramente dedicati alle giovanissime.

Cinema-bikini  

Quando si parla di questo binomio si deve necessariamente far riferimento al Dr. No Bikini del 1962, con la Bond Girl per eccellenza, Ursula Andress. Il suo due pezzi avorio/bianco in cotone, caratterizzato da un reggiseno con nodo centrale e reso particolare da una cintura con fibbia dorata da cerimonia della Royal Navy, dotata di fondina nel quale tiene infilato un pugnale; indossato dall'attrice in una scena del film, mentre esce dall'acqua, ha lasciato un segno nelle menti di tutti gli spettatori anche col il passare degli anni. 

Il Bikini di Ursula Andress, è stato disegnato dalla stessa attrice e dalla costumista Tessa Prendergast. 

Ursula Andress nel film “Agente 007 - Licenza di uccidere”  (Dr. No) del 1962


La stessa storica scena è stata soggetta di un "remake" che ha visto protagonista Halle Berry che ha indossato, come Bond girl di La morte può attendere (Die Another Day) di Lee Tamahori nel 2002, un bikini (a realizzarlo, La Perla), ripensato in arancione che sebbene di colore differente, ha lasciato inalterato il fascino della scena. 

Halle Berry nel film La morte può attendere del 2002

Non è però il primo da un punto di vista temporale, è stato infatti anticipato da Brigitte Bardot in Manina, The Girl Without Veil (titolo originale Manina, la fille sans voiles), film francese del 1952 del regista francese Willy Rozier.


Brigitte Bardot nel film “Manina... ragazza senza veli” del 1952
             

Oggi, in Occidente
, intendendo quei paesi che si richiamano ad una concezione etico-politica ai valori della civiltà e cultura occidentale, il bikini viene tranquillamente sfoggiato in ogni spiaggia, piscina, indossato dalle donne di ogni generazione, dalle bimbe più piccole alle persone adulte. 

Un brindisi ai bikini

Questo numero rappresenta un vero e proprio traguardo visivo. Fu la prima volta in assoluto che un bikini apparve sulla copertina di Playboy. Negli anni precedenti, le modelle posavano principalmente con costumi interi, intimo tradizionale o in abiti da sera. La scelta di mostrare un dettaglio così ravvicinato del neonato costume a due pezzi rifletteva l'ascesa del bikini nella cultura di massa dei primi anni '60, celebrata proprio dal titolo A Toast to Bikinis (Un brindisi ai bikini).

La copertina, fotografata da Martin E. Newman, si distingue per un dettaglio grafico insolito rispetto agli standard della rivista: manca il classico logo del coniglietto (Playboy Bunny) nascosto da qualche parte nell'immagine. L'attenzione è totalmente catalizzata sul piano americano della modella, sul contrasto della pelle abbronzata, sul tessuto nero testurizzato e sul nodo laterale dello slip.

Il corpo (e in particolare il punto vita) che si vede in copertina appartiene a Merissa Mathes, modella e attrice statunitense che all'interno dello stesso numero ricopriva anche il ruolo di Playmate del Mese (con il paginone centrale fotografato invece da Glenn Otto). 

Copertina della rivista Playboy (giugno 1962)



Bella

Si chiama Bella la statua in bronzo di una giovane donna in bikini, a grandezza naturale, seduta su una panchina di legno, collocata nel 2020 a Bathers Beach, a Fremantle, in Australia Occidentale (a circa 20 km dalla capitale Perth). A firmarla un artista locale, Greg James. A dire il vero, si tratterà della seconda versione della splendida statua di bronzo, dopo che la statua originale di 150 chilogrammi è stata rubata nelle prime ore del 9 ottobre 2019 e non è mai stata ritrovata

A conquistare il pubblico è il suo modo di essere al di fuori dei canoni rigorosi di moda e bellezza: le sue linee morbide dicono che la bellezza ha tante forme e misure. Così 
Bella nel tempo è diventata anche un monumento alla libertà.

Bella - statua in bronzo - Fremantle, in Australia
Greg James (Australia, 1954 - )

 

Il bikini in realtà è una riscoperta avendo una storia molto lontana 


Era comparso anche molto prima, durante il periodo imperiale romano (I - II sec. d.C.), e non serviva per nuotare, perché all'epoca si nuotava nudi. Né serviva per prendere il sole in spiaggia, pratica diventata abituale parecchi secoli dopo. Il bikini era utilizzato soprattutto per l'atletica, la danza e nelle scuole di ginnastica.

«  [...] Sembra abbastanza improbabile vedere in un certo sistema vestimentario sia un fenomeno puramente storico, accaduto una sola volta, sia un fenomeno puramente antropologico, dato in eterno; le due postulazioni sono esistite nella storia del costume; alcune volte certi autori [...] riportono le variazioni vestimentarie ad alcune forme semplici, instancabilmente ripetute nella storia umana [...]; per gli altri, quel che è significativo nella storia del vestito è che sia possibile ritrovare qualcosa come i moderni bikini negli affreschi di Pompei.»⁸  

Una fascia oro, a sostenere e incorniciare il seno. E un perizoma. A "legarli un gioco di catenelle. È una veste decisamente insolita quella della cosiddetta Venere in bikini, conosciuta anche con il nome di casa di Maximus, rinvenuta a Pompei. Risale al I secolo d.C. (sepolta durante l'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.). La dea è rappresentata leggermente curva, mentre appoggiandosi a un Amorino, calza un sandalo.  

Venere in bikini -  Museo archeologico nazionale di Napoli
La statuetta è alta 62,8 cm 
ed è fatta di marmo  bianco con tracce di doratura


Qualcosa di simile si vede 
nei mosaici romani di Piazza Armerina, del IV sec. d.C. nella  Villa del Casale. Il mosaico delle figure femminili rappresenta delle atlete impegnate in una competizione, anzi, in più confronti  date le differenti discipline illustrate. La giovane con la palla  rimanda all'antico gioco della pila. Quella con il corpo in avanti è impegnata nella corsa, in una prova di velocità. Poi, ci sono quella con gli halteres, manubri spesso usati nel salto in lungo, e quella impegnata nel lancio del disco. Infine, consacrata con la consegna della palma, la vincitrice.¹⁰

Ovviamente non si tratta di veri e propri bikini, ma la loro silhouette gli si avvicina molto
.¹¹

Nihil sub sole novum
Questa locuzione latina per dire che «nulla di nuovo nasce sotto il sole» o «non c'è niente di nuovo sotto il sole». 
La frase proviene dal libro biblico del Qohelet (o Ecclesiaste, 1, 9-10).

L'autore sacro intendeva dire che tutto ciò che accade, si fa o si pensa è già avvenuto in passato, sottolineando la ciclicità del tempo e la vanità delle cose terrene. Oggi, potremmo dire: «La storia si ripete», «Non c'è nulla di sorprendente». La moda è quasi sempre una rivisitazione di idee, una reinterpretazione in chiave moderna di un classico.



 

Villa del Casale - Piazza Armerina, Enna, Sicilia
mosaici civiltà romana, IV secolo d.C.


₁ Alcune fonti citano una prima e meno nota ideazione nel 1932.
Louis Réard (Lilla, Francia, 1896 - Losanna, Svizzera, 1984),  ex ingegnere di carrozzerie d'auto, rilevò l'azienda di lingerie della madre. Réard produsse rapidamente il suo design di costumi da bagno che era un bikini ad archi costituito da quattro triangoli realizzati con soli 30 pollici quadrati (194 cm²) di tessuto stampato con un motivo di giornale. Réard in seguito ha aperto un negozio di bikini a Parigi e ha venduto costumi da bagno per 40 anni.
₃ Doretta Davanzo Poli - Costumi da bagno; Ed. Zanfi, 1995, p. 77.
Sofia Gnoli - L'alfabeto della moda; Ed. Carocci, 2009, voce "Bikini" pag. 27
₅ 
Ad uno di questi controlli incappò Anita Ekberg nel 1956 a Ostia Lido, che per un tanga fu portata in caserma dai Carabinieri dove gli fu sottoposta a verbale e multata per oltraggio al pudore. 

La foto, di cui non si conosce da chi fatta, arrivava dall’archivio stampa “Ullstein Bild” tramite l’agenzia Akg Images, lasciando supporre che si trattasse di una turista tedesca, ed é stato pubblicata nell’agosto 2016 dal New York Times, pezzo firmato da Alissa J. Rubin.
₇ Il bikini colore avorio/bianco di Ursula Andress (anche conosciuto come il Dr. No bikini) è il costume da bagno indossato dall'attrice nel ruolo del personaggio di Honey Ryder nel film "Agente 007 - Licenza di uccidere". Il bikini della Andress è considerato un icona per la storia della moda e del cinema.    
₈ 
Roland Barthes - Il senso della moda; Ed. Einaudi, 2006. Capitolo: Il linguaggio del vestito, pp. 30-31, in  «Critique», marzo 1959, n. 142.
Valeria Arnaldi - Bikini. I due pezzi più belli della storia; Ed. Ultra, 2026, pp. 21-22 
₁₀ Ivi, pp. 25-27
₁₁ La fascia di stoffa che copre i seni è chiamata Strophium e serviva per sollevare il seno e anche per ridurne le dimensioni all'occhio, visto che secondo il gusto dell'epoca un seno piccolo era più ambito. Questa fascia veniva indossata anche per eseguire esercizi ginnici, sempre con l'intento di contenere il seno. Era abbinata al subligaculum, sorta di perizoma (parte inferiore), in lino, che si passava intorno ai fianchi e si fisssava alla vita.
 

Per le foto riprodotte su questo post rimango a disposizione degli eventuali aventi diritto che non sia stato possibile rintracciare.

RIFERIMENTO LETTERARIO  
Con disappunto, con rabbia, ricordava d'aver battagliato in città per ottenere un “costume” che a una sua amica, come lei diciannovenne, aveva procurata in altra spiaggia una piccola multa: piccola, e tuttavia da vergognarsene per tutta la vita. E quelli aveva riso. Ancor oggi se ne vantava, avendo, diceva, mutato spiaggia e perfino mare, ché in Italia non ne abbiamo. Iddio laudato, uno solo. Credeva davvero lei che modernità fosse, con altre cose, nudità.

Marino Moretti (Cesenatico, Romagna, 1885-1979)
Tutte le novelle; Ed. Arnoldo Mondadori, 1959, da novella “Tutti nudi”
Il riferimento è al costume da bagno "bikini", anni '50, tanto che in Italia mise in allarme i custodi della pubblica morale: sulle spiagge italiane giravano forze dell'ordine che andavano a misurare i bikini delle bagnanti, assicurandosi che fossero entro i limiti stabiliti. Le “misure” se erano inferiori al lecito portavano a redigere un verbale ed a una multa per oltraggio al pudore.

 
BIKINI (Dizionario della Moda - Curatore: Rames Gaiba)
L'etimologia, e la descrizione tecnica (fibre e strutture tessili usate).



Curatore: Rames Gaiba
© Riproduzione riservata
__________
Leggi anche:

Nessun commento:

Posta un commento

Per ogni richiesta rettifica o integrazione o segnalazione link non più attivi esterni (anche video) inviare a
Rames Gaiba una Email: rames.gaiba@gmail.com
-----
È attiva la moderazione di tutti i commenti.

■ I commenti non potranno essere utilizzati e non è accettata la condivisione a fini pubblicitari di vendita prodotti o servizi o a scopo di lucro o su articoli/post di informazione politica.
■ Non saranno accettati i commenti:
(a) che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy.
(b) che contengano indirizzi internet (siti collegati, e-mail).
(c) con "contenuti sensibili" o messaggi di carattere pornografico.
■ Vi invito a non usare nei vostri commenti i caratteri tutti in maiuscolo.
■ Non manterrò in memoria interventi e messaggi che, a mio insindacabile giudizio, riterrò superati, inutili o frivoli o di carattere personale (anche se di saluto o di apprezzamento di quel mio post), e dunque non di interesse generale.

Le chiedo di utilizzare la Sua identità reale o sulla Sua organizzazione, e di condividere soltanto informazioni veritiere e autentiche. Non saranno pubblicati e non avranno risposta commenti da autori anonimi o con nomi di fantasia.

⚠ La responsabilità per quanto scritto nell'area Discussioni rimane dei singoli.

Grazie per l'attenzione.

Rames GAIBA