28 maggio 2017

BIKINI

Bikini - dal nome dell'atollo delle isole Marshall, nel Pacifico, dove gli Stati Uniti avevano attuato nel giugno del 1946 i loro esperimenti nucleari. Termine appartenente al linguaggio internazionale della moda.

Costume da bagno femminile formato da due pezzi separati: una scavatissima culotte (mutandina) e da un esiguo reggiseno. Di solito viene confezionato con stoffe elasticizzate che sottolineano le forme del corpo. Le varianti (sgambato, scollato o castigato) sono infinite. Il reggiseno può essere a fascia, a triangolo, a corsetto, drappeggiato, ecc. Le mutandine, a coda di rondine, a calzoncini, e dagli anni '70 il bikini ha versioni molto scosciate quali lo sting bikini e il tanga. Declinato in ogni possibile variante è palestra di incessante ricerca: tankini, pubikini, trikini, bandini, camikini, chainkini, burkini.

Il termine due pezzi è talvolta considerato più appropriato.

STORIA - Creato nella primavera del 1946 dallo stilista di grido Jacques Hein, che lo chiama Atome, sperando che risulti esplosivo come la bomba H che gli americani avevano fatto esplodere. Ma il 5 luglio dello stesso anno, appena sei giorno dopo il primo esperimento nucleare in quell'atollo, sarà un pressoché sconosciuto svizzero stilista-ingegnere (di carrozzerie d'auto) Louis Réard a battezzare il suo audace due pezzi Bikini. In realtà Réard si limitò a "perfezionare" un invenzione che era già in commercio da qualche settimana: un costume a due pezzi creato appunto dallo stilista Hein e pubblicizzato "il costume da bagno più piccolo del mondo", e per questo chiamato Atomo. A Réard non fu facile trovare una modella che avesse il coraggio di sfilare (alla piscina Molitor) con un costume tanto scostumato, e difatti dovette ricorrere a una spogliarellista del "Casinò de Paris", Micheline Bernardini. Ci vollero alcuni anni perché il bikini fosse ritenuto accettabile per il pubblico pudore: basti pensare che cinque anni dopo la sua nascita nel '51 il due pezzi era ancora proibito al concorso di Miss Mondo. «In Italia e Spagna infatti la morale “bacchettona” del tempo, attentamente sorvegliata da un certo radicato clericalismo, preferirà concedere spazio ai revival, accettando perfino il ritorno della combinazione a mille righe, dimostrando con ciò la veridicità di quella regola della fisica per cui ogni azione genera sempre una reazione “uguale e contraria”. Anche negli emancipatissimi ma altrettanto puritani Stati Uniti, il bikini accettato e portato esclusivamente in privato viene ammesso su spiagge e piscine pubbliche solo agli inizi degli anni Sessanta.» [1]. I primi modelli in commercio coprono pudicamente l'ombelico, altro baluardo destinato presto a cadere. Spesso eseguiti all'uncinetto, conservarono, pur nell'inedita rivelazione del nudo, toni e decori naifs, chiaramente dedicati alle giovanissime.


Villa del Casale - Piazza Armerina, Sicilia [2]
mosaico civiltà romana, IV secolo


Il bikini in realtà è una riscoperta avendo una storia molto lontana. Era comparso anche molto prima, durante il periodo imperiale romano (I - II sec. d.C.), e non serviva per nuotare, perché all'epoca si nuotava nudi. Né serviva per prendere il sole in spiaggia, pratica diventata abituale parecchi secoli dopo. Il bikini era utilizzato soprattutto per l'atletica, la danza e nelle scuole di ginnastica. I primi due pezzi della storia sono raffigurati nelle pitture minoiche ed anche indosso alle atlete ed alle ginnaste dei mosaici romani di Piazza Armerina, del IV sec. d.C.  Addirittura, sugli affreschi di un'abitazione di Pompei sono raffigurate fanciulle danzanti, che allietavano l'imperatore Tiberio in vacanza a Capri, indossando una specie di perizoma: il tanga dei nostri giorni (nel I sec. d.C.).


[1] Doretta Davanzo Poli, Costumi da bagno, ed. Zanfi, 1995, p. 77.
[2] La fascia di stoffa che copre i seni è chiamata Strophium; il perizoma (parte inferiore) è in lino.  



Rames Gaiba
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