12 marzo 2017

Sarto al lavoro (Castello di Issogne)


Bottega di un mercante di stoffe
particolare del sarto che confeziona una suola suolata [1]
affresco del Castello di Issogne, Valle d'Aosta, seconda metà del sec. XV


Quella dei sarti era una arte «lizera» giacché per l'esercizio di essa potevano bastare ago, filo e ditale. [3] Se però non richiedeva la disponibilità di consistenti capitali, con l'imporsi di fogge elaborate si resero necessarie conoscenze approfondite, una grande abilità e molta condiscendenza nei confronti di una clientela esigente e volubile. Scriveva il Garzoni: «cotesto mestieri, oltre che è pieno di mille varietà di punti (come di semplici, di doppi, di punto allacciato, di drieto punto, di gasi, di cadenelle, di gipature), porta seco diversità d'ornamento (perché chi vuole liste, chi cordoni, chi franzette, chi passamano, chi tagli, chi cordella, chi raso, chi cendado, chi velluto, chi nastro di seta, chi treccietta d'oro) non ha mai fine, e mai giornata si avriano tanto che i sartori ne sanno meno in lor vecchiezza che sul principio che aprono bottega».    


Bottega di un mercante di stoffe
particolare del venditore. Sarto che confeziona una calza suolata [2]
affresco del Castello di Issogne, Valle d'Aosta, seconda metà del sec. XV


Un buon sarto con quel semplice ago, quel ditale e quelle forbici, che costituivano l'unica dotazione o quasi, doveva in sostanza fare miracoli: accontentare imperatori, principi e marchesi, dottori, frati e donne che «ogni giorno mutano usanza e modo di vestire».  Ciò accadeva non solo nel XVI secolo, ma a partire almeno dalla metà del Trecento.

In epoca bassomedievale le scarpe quotidiane da uomo più frequentemente raffigurate erano basse, scure, dotate di cinturino oppure chiuse e alte fino alla caviglia. Potevano essere sia di cuoio che di tessuto e presentavano minime varianti che è facile scorgere visto l'abbigliamento degli uomini giovani che indossavano calze attillate e colorate sotto a corti farsetti. Contenevano il piede fino alla caviglia ed erano chiuse lateralmente da lacci ma, quando anche ne erano prive agevolmente calzabili grazie a scalvi laterali. Non di rado gli uomini avevano stivali che arrivavano al ginocchio oppure calze solate, cioè dotate di un rinforzo in cuoio per la pianta del piede distinguibile per spessore e colore. Il sarto della bottega di Issogne appare intento a confezionare proprio questo tipo di calza che nel corso del XV secolo, epoca alla quale risale l'affresco valdostano, passarono lentamente di moda. [4] 


[1] Si notano in particolare le vesti rigate dei due sarti e le calze sempre a righe di colori vivaci con rinforzo al piede che uno dei due artigiani appare intento a confezionare. La confezione delle calze richiedeva abilità nel taglio di stoffe come il taglio di lana per riuscire a renderle aderenti alle gambe.
[2] Si nota la canna con la quale il venditore misura i tessuti, verosimilmente panni di lana, e la varietà dei colori delle pezze appoggiate una sopra l'altra sul bancone. In secondo piano appaiono appesi a un sostegno alcuni capi d'abbigliamento già confezionati. Il cliente indossa un corto farsetto stretto in vita.   
[3] R. Greci, Corporazioni e mondo del lavoro nell'Italia padana medioevale, Bologna (1988), p. 249.
[4] Giorgio Riello e Peter McNeil - Scarpe. Dal sandalo antico alla calzatura d'alta moda - Ed. Angelo Colla, 2007, cap. Scarpe suntuose: produrre e calzare nell'Italia medievale, pp. 37-38, di Maria Giuseppina Muzzarelli.  



La bottega del sarto
affresco del Castello di Issogne, Valle d'Aosta, seconda metà del sec. XV
                 
Secondo il compilatore settecentesco del Dizionario delle arti e dei mestieri, Francesco Grisellini, «il sartore munito di una striscia di carta addoppiata» e di un paio di cesoie, prima prende le misure, poi con le cesoie fa sopra al modello di carta diverse intaccature che gli serviranno da guida al momento del taglio, quindi «taglia in prima il dietro, i davanti e le maniche». [5] Che il momento del taglio, inesorabile e definitivo, dovesse essere preceduto da ponderazioni e misure attente, lo prova il detto al quale fece ricorso Lorenzo il Magnifico per raccomandare la massima prudenza ai Malvezzi, che assieme ad altri ordirono una congiura contro Giovanni Bentivoglio: pare che abbia suggerito loro di «imitare il sarto che mille volta disegna et una sol volta taglia».  I congiurati in quel caso però non avevano disegnato abbastanza e alcuni fra loro finirono decapitati, altri impiccati. [6]



L'ingresso e le lunette con il corpo di guardia
Castello di Issogne, Valle d'Aosta, seconda metà del sec. XV

La lettura dell'inventario di una bottega di sarto conferma l'ipotesi che si trattasse di un'arte «lizera». Troviamo infatti pochi strumenti nella «apoteca» del riminese pietro Calbelli: alcuni sacchi di lino e di cotone che servivano per imbottire farsetti e giubboni, cotone filato, «bombice» da filare.


[5] F. Grisellini, Dizionario delle Arti e de' Mestieri, 1743, vol. XV, p. 24.
[6] Si legge di ciò nelle cronache bolognesi, come è riferito in M. Poli e T. Costa, Storie sotto il voltone. Alla riscoperta dell'antico centro di Bologna, Bologna (1996), p. 49.


BIBLIOGRAFIA

M. G. Muzzarelli, Guardaroba medioevale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo, il Mulino, 2008


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Veduta area del castello

Il castello di Issogne è situato nell'abitato omonimo sul versante destra del fiume Dora. Il castello in origine appartenente al vescovo di Aosta in seguito (Issogne rimase sede vescovile fino al 1379) il vescovo d'Aosta infeudò della giurisdizione della signoria l'allore signore di Verrès Ibleto di Challant. Il castello, la cui apparenza esterna è più simile ad una residenza rinascimentale, ha torri angolari non molto alte. Dalla famiglia Challant il castello passò ai Madruzzo e ritornò ai Challant dopo un processo per la successione durato più di un secolo. Dopo vari passaggi di proprietà, nel 1872 fu acquistato dal pittore Vittorio Avondo il quale, con l'aiuto di altri artisti suoi amici, lo riportò all'antico splendore con accorti interventi conservativi e restauri. Ultimati i lavori, che durarono alcuni anni, il castello venne poi donato nel 1907 allo Stato italiano, che a sua volta nel 1948 lo cedette in proprietà alla Regione Valle d'Aosta.  Severo e quasi anonimo all'esterno, il castello rivela le preziosità architettoniche dei volumi interni e la magnificenza delle sue stanze e saloni. La pianta dell'edificio, di forma quadrangolare, è chiusa su tre lati; il quarto è formato dal giardino delimitato verso l'esterno da un semplice muro di cinta. All'interno vi è il cortile che è un disimpegno aperto, dal quale si accede agli ambienti interni dei singoli piani. 


Ingresso del castello di Issogne (lato ovest)


Veduta del giardino e del cortile






Sul lato ovest si affaccia il porticato, corredato da panche a muro con schienale. Al suo interno, l'androne e il porticato sono entrambi decorati  (sette lunette) con affreschi riproducenti scene di vita quotidiana e mestieri di straordinaria freschezza espressiva (la bottega del sartola farmacia, la macelleria, il corpo di guardia, il mercato di frutta e verdura, la bottega del fornaio e beccaio, quella del formaggiaio e del salumiere), mentre la tipica decorazione geometrica quattrocentesca sottolinea, come del resto in tutti gli altri ambienti, la nervatura delle volte gotiche.

Il ciclo delle botteghe artigiane è attribuito al  pittore Colin, che troviamo a volte citato come "Magister Collinus", in virtù di un graffito, presente proprio al di sopra della panca nella lunetta del corpo di guardia, che appunto indica il suo nome come autore dell'opera. (Sonia Furlan - Pro Loco di Issogne)


Come si arriva
Auto a meno di 1 km è Verrès, stazione autostradale della A5 (a 38 km da Aosta)


Ferrovia (ore 1.45 per Torino, 50 minuti per Aosta).








Rames Gaiba
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