16 settembre 2017

IN PRINCIPIO ERA IL NERO... poi entrò nella tavolozza del Diavolo


Eboni Davis, modella [2]
foto: Erez Sabag
«In principio Dio creò il Cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: 'Sia la luce!'. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte». (Gen I 1-5). Stando a questi primi versetti della Genesi, le tenebre hanno preceduto la luce. Esse avvilupparono la terra quando era ancora priva di ogni essere vivente e l'apparizione della luce era una condizione obbligata affinché la vita potesse fare la sua comparsa: Fiat Lux! ("Sia luce!", Gen 1-3) Per la Bibbia, o almeno per il primo racconto della Creazione, il nero ha dunque preceduto ogni altro colore. È il colore primigenio, ma anche quello che fin dall'origine possiede uno statuto negativo: nel nero, nessuna vita è possibile, la luce è buona, le tenebre no. Per il simbolismo dei colori, il nero appare già, dopo solo cinque versetti, vuoto e mortifero. [1]  

IL NERO COLORE DEL LUTTO 

Le prime testimonianze in merito all'uso del nero per il lutto ci giungono dall'antica Grecia, dove nero è tutto ciò che afferisce al mondo dei morti, visto in maniera speculare rispetto a quello dei vivi, e quindi innanzitutto privo di luce. [3] 


Ombrello da lutto (1895-1900)
The Metropolitan Museum of Art, New York, USA

Il nero luttuoso è un nero assorbente, freddo, che simbolicamente rappresenta la fine di un'esistenza e per traslato il dolore di chi di questa fine è spettatore, e quindi lo subisce. E per lo stesso motivo la correlazione nero-lutto non è esclusivamente sinonimo di finitezza; anzi, fino al secolo XIX è fortemente intrisa di religiosità e ha un valore consolatorio, dal momento che sottende la considerazione della morte non solo come parte integrante della vita, ma addirittura come ingresso nella vera vita, quella definita ultra-terrena.

Le prime testimonianze in merito all'uso del nero per il lutto ci giungono dall'antica Grecia, dove nero è tutto ciò che afferisce al mondo dei morti, visto in maniera speculare rispetto a quello dei vivi, e quindi innanzitutto privo di luce. Tutto ciò aveva una durata molto limitata. Invece a considerare l'usanza di portare il lutto per un periodo di tempo dopo il decesso di un congiunto, e a stabilire delle vere e proprie regole in materia, sono i Romani.

Anche se fino al Quattrocento i colori associati al lutto sono, oltre il nero, il verde e il blu scuro (in realtà spesso e soprattutto nelle classi inferiori si indossava semplicemente l'abito migliore, indipendentemente dal suo colore) una prima reale formalizzazione del nero funereo si può fissare nella prescrizione di papa Innocenzo III (1216) che, nel definire i colori degli abiti sacerdotali utilizzati nella liturgia cattolica, destinava il nero e il viola al servizio funebre.


Abito da sera da lutto
in moiré di seta nera, 1861
Alla fine dell'Ottocento il nero arriverà sedimentato come colore del potere economico, della serietà professionale, della moralità integerrima, dell'investitura sacerdotale e intellettuale. In sintesi come colore del potere maschile. In un unico caso è colore di potere femminile, ma di un potere ambiguo perché passivo, e cioè il potere di chi soffre. Dal momento che per lunghissimo tempo è stato consentito alle donne solo e soltanto nei periodi di lutto, il nero - utilizzato nella sua declinazione più punitiva e spesso anche più esteriore - ha significato nell'espressione femminile soltanto il rivestimento delle vedove. Unica eccezione gli abiti delle streghe e quelle delle suore, donne comunque appartenenti al confine tra realtà e immaginazione, comunque vedove del Diavolo o di Dio, da esorcizzare  riducendo la loro visibilità, relegando i loro saperi nei conventi o spegnendoli sul rogo. [4]  



L'abito del lutto.
Immagini della mostra "morte ti fa bella: Un secolo di lutto nell'abbigliamento"
Museo Metropolian of Art di New York (21 ottobre 2014-1 febbraio 2015)

Il dolore (1898)
Émile Friant (Dieuze, Francia, 1863 - Parigi, Francia, 1932)
olio su tela, cm. 254 x 325
Nancy, Francia - Musée des Beaux-Arts 

Gnòthi seautòn ‹ġnòtħi seautòn›. – Traslitterazione del greco γνῶϑι σεαυτόν, forma originale della sentenza citata in latino con le parole "nosce te ipsum"; in italiano con la traduzione "conosci te stesso".



Conosci te stesso. Mosaico funebre
trovato lungo la via Appia (San Gregorio),
inizio del III secolo d.C.
Roma - Museo Nazionale Romano alle Terme. [5]


[1] Michel Pastoureau,
 Nero storia di un colore, Ed. Ponte alle Grazie, 2008,  p. 20.

[2] Eboni Davis, altezza cm. 175 (Seattle, Washington, 1994- )
[3]
I Greci indicavano il nero con la parola μέλας che ha paralleli nelle lingue indoeuropee e significa «sudicio, mesto, che arreca travaglio, lugubre, triste, fosco, oscuro, velenoso». Mariangela Surace, Nero. La religione di un colore e i suoi fedeli laici. Ed Castelvecchi, 2000, p. 16 e 22.

[4] Mariangela Surace, Nero. La religione di un colore e i suoi fedeli laici. Ed Castelvecchi, 2000, p. 39.
[5]
Il dito della mano verso il basso sta ad indicare la scritta, il motto greco γνῶθι σαυτόν "Conosci te stesso."



Il colore nero associato all'immagine di un teschio o di uno scheletro è già, nell'iconografia romana di epoca imperiale, un attributo obbligato della morte. Lo resterà fino ai giorni nostri.

A Roma la moda delle colonne e delle statue in marmo nero, importato dalle isole greche di Chios e di Melos, comincia nel I secolo a.C. A volte questo marmo è detto luculliano, dal nome del console Lucullo che per primo ne fece ampio uso nella sua villa romana.



Statua di una Danaide dagli occhi dipinti.

Napoli - Museo archeologico nazionale



Sino alla fine del XIV secolo, il gatto viene spesso considerato un animale furbo e inquietante, in particolare il gatto nero, che rientra a pieno titolo nel bestiario del Diavolo. In seguito, quando ci si rende conto che il gatto è più utile della donnola per dare la caccia ai topi e ratti, ottiene il diritto di entrare nelle case e a poco a poco diventa il compagno familiare che noi conosciamo.



Gatti neri in processione.
Miniatura di un bestiario inglese della metà del XIII secolo.
Oxford - The Bodleian Library, Ms. Bodley 533 fol. 13



UN DOPPIO PARADOSSO

Nel 1245 Domenico di Guzman fonda i frati neri, i domenicani, che in seguito all'istituzione dell'Inquisizione spagnola (1478) ne saranno messi a capo.
Il percorso che porta all'associazione nero-potere passa per le tonache dei sacerdoti, dei benedettini e dei domenicani tinte di nero distintivo di una classe, di un ordine, di una casta, di un potere collettivo, o comunque conferito e riconosciuto da una collettività. [5]

Predicatore rigorista e lugubre profeta, il frate domenicano Girolamo Savonarola (1452-1498) instaura a Firenze la repubblica ed esercita di fatto per quattro anni (1494-1498) una dittatura predicando con fervore la riforma dei costumi così come più tardi faranno i grandi riformatori protestanti: condanna del lusso, delle feste e dei giochi, rogo di libri e di opere d'arte, obbligo per tutti di indossare abiti scuri e severi.





Ritratto di Savonarola (1524)
Moretto da Brescia (1498-1554)

olio su tela, cm. 74 x 66
Verona - Museo di Castelvecchio.


Già dal Medioevo il nero era il colore della Chiesa cattolica, e curiosamente anche quello dei suoi avversari: prima che dei riformisti (Lutero indossava il nero pessimistico dei canonici agostiniani, Calvino il nero volitivo degli studenti in legge), di quelle entità connesse con il sottosuolo e il suo potere demoniaco e sulfureo quali streghe, alchimisti, fino a giungere a Satana in persona. [6]

I preti cattolici sono vestiti di nero. Lo sono ancora, nelle regioni non sommerse da quella modernità che è riuscita a dissolvere il prete nell'umanesimo della folla dei consumatori. Di nero, hanno la tonaca. Qui, un doppio paradosso: da una parte, il prete del Dio consolatore porta i colori del Principe delle Tenebre; dall'altra, guardiano di una rigida separazione gerarchica tra i sessi, ricopre con abiti la propria ipotetica castità. Ancora una volta, è possibile scorgere le dialettiche del nero. Il più grande avversario filosofico del prete, Nietzsche, voleva farla finita con il culto mortifero del Crocifisso, e la sua intenzione era appunto quella di «spezzare in due la storia del mondo». Per quello che lo riguarda, invece, il prete spezza in due la storia del nero: lo strappa al demonio e ne fa, contro il bianco virginale che ci si aspetterebbe, l'emblema visibile e femminilizzato del servizio della fede e dell'astinenza che questa esige. [7]



[5] Mariangela Surace, Nero la religione di un colore e i suoi fedeli laici., Ed. Castelvecchi, 2000, p. 21
[6] Mariangela Surace, Nero. Le ragioni di un colore e i suoi fedeli laici., Ed. Castelvecchi, 2000, pp. 27-28
[7] Alain Badiou, Lo splendore del nero. Filosofia di un non-colore., Ed. Ponte alle Grazie, 2017, pp. 53-54
        

Ritratto di René d'Anjou (1475 circa)
Dittico dei Matheron
Nicolas Froment
Parigi - Musée du Louvre


René d'Anjou, principe, poeta e colto mecenate, cambia spesso i colori della sua livrea nel corso della sua lunga vita (1409-1480), ma il nero non manca mai, sia che venga utilizzato da solo, sia che venga associato al bianco e/o al grigio.


Uomo dal guanto (1523 circa) - Tiziano Vecellio
olio su tela, cm. 100 x 89
Parigi - Musée du Louvre


«Sebbene il colore nero sia e appaia triste, esso ha grande dignità e condizione; e per questo borghesi e mercanti, uomini e donne, ne sono riccamente abbigliati. Al presente stato delle cose, questo colore è il più richiesto per gli abiti a cagione della semplicità che è in esso, ma se ne fa un uso fuor di misura [...] al punto che si trovano tessuti neri di così fine fattura che costano come gli scarlatti». (Sicile - Blason des coleurs, 1450)


Interno di un tempio (1660 circa)
Emanuel de Witte (Olanda, 1617-1692)


La pittura olandese del XVII secolo mostra spesso templi privi di qualsiasi immagine e di qualsiasi colore, così come aveva prescritto Calvino nel secolo precedente: «Il più bell'ornamento del tempio deve essere la parola di Dio».


Ritratto di un artista nel suo studio (1812)
Attribuito a Théodore Géricault
Parigi - Musée du Louvre


Nel XIX secolo, due attributi accompagnano spesso la rappresentazione dell'artista o del poeta romantico: un abito nero e una postura malinconica. Il corpo è più o meno reclinato, il gomito piegato e la mano è appoggiata sulla tempia, la guancia o la fronte, nell'atteggiamento caratteristico dei personaggi sofferenti o tormentati che si incontra già nell'iconografia antica e medioevale.

Il tema delle vergini nere, largamente diffuso in tutta Europa, è il simbolo della verginità della terra (non ancora fecondata). Il prototipo delle vergini nere è Iside che avrebbe, secondo la leggenda, portato in seno e messo al mondo da sola un bambino: il "sole di verità" (Horus). La vergine nera è stata identificata in seguito con la Pietra Nera che si ritrova nel culto di Cibele ma anche nelle tradizioni celtica e musulmana.



La Madonna Nera di Tindari, Messina


LA PESTE NEL XVIII SECOLO

L'espressione «peste nera» designa di solito la grande epidemia che colpì l'Europa tra il 1346 e il 1350 uccidendo quasi un terzo dei suoi abitanti. Ma tutte le pesti sono poste sotto il segno del colore nero. E' il caso di quella, particolarmente drammatica, che imperversò a Marsiglia nel 1720.



Il dottor Chicogneau, decano dell'università di Montpellier, 
inviato a Marsiglia nel 1720 per lottare contro la peste.
Incisione anonima colorata, 1725 circa.



IL SELCIATO DI PARIGI


Tra le grandi capitali europee, Parigi non è certo la più nera. Ma colta di notte dalle fotografie di Brassaï mostra, sotto la pioggia e alla luce della luna, una sorta di bellezza tenebrosa.


Les pavés (1932) - foto

Brassaï

Parigi, Musée national d'Art moderne.


IL VOLTO DELLA MORTE


Il vero eroe del "Settimo sigillo" (titolo originale Det sjunde inseglet), film del 1957, trasposizione cinematografica della pièce teatrale Pittura su legno (Trämålning) che lo stesso Bergman aveva scritto nel 1955 per la sua compagnia di attori teatrali, capolavoro di Ingmar Bergman, è la Morte.
Nella Svezia del XIV secolo, devastata dalla peste nera, la Morte viene a cercare un cavaliere di ritorno dalle crociate. Per ritardare la fine, quest'ultimo le propone una partita a scacchi.



La partita a scacchi tra Antonius e La Morte. La Morte muove i neri.



BIBLIOGRAFIA

  • Alain Badiou, Lo splendore del nero. Filosofia di un non-colore, Ed. Ponte alle Grazie, 2017
  • Michel Pastoureau - NERO storia di un colore - Ed. Ponte Alle Grazie, 2008
  • Mariangela Surace - NERO la religione di un colore e i suoi fedeli laici - Ed. Castelvecchi, 2000 



Rames Gaiba
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