1 giugno 2017

STONE WASHED (STONE WASHING)

Stone washed - locuzione inglese, usata in italiano al maschile, composto dalle parole stone, "pietra" e washed, "lavare" (lavato da pietre), appartenente al linguaggio internazionale dell'abbigliamento.


Trattamento che si effettua sul tessuto di cotone in pezza o in capo confezionato per accelerare l'effetto di lavaggio e dare sul diritto ai capi un risultato originale e invecchiato, stinto, vissuto. Si esegue un energico lavaggio a 55-60°C, in presenza di pietra abrasive che graffiano il tessuto denim (ma non solo). Tra le più comuni, si usano le pietre pomici naturali  [1] e sintetiche che durante la fase di lavaggio abradono il tessuto, riducendo anche le tonalità. Si possono utilizzare pietre pomici naturali (pietre di origine vulcanica) o pietre pomici artificiali quali la "leca".


                    



STORIA - Fra i pionieri di questo effetto vintage vi sono Marithé e François Girbaud [2] che insieme aprirono la loro ditta e il loro primo negozio a Parigi abbigliamento country & western, diventando i più ostinati innovatori del jeans system. I Girbaud furono fra i primi a sperimentare il cosiddetto stone washing, il lavaggio con le pietre, già a metà degli anni Sessanta. All'inizio, in effetti, si trattava semplicemente di un trattamento per ammorbidire la stoffa. In quegli anni infatti i produttori di denim avevano cominciato - per motivi industriali e commerciali - a produrre tessuti sempre più pesanti (le 14 once rappresentavano ormai la norma), dunque anche più rigidi. Da qui la necessità di ammorbidirli in qualche modo. In principio si era proceduto con tecniche di lavaggio  chimico (il cosiddetto bleaching) a base di ipoclorito di sodio, cioè varechina, o di perossido di idrogeno o di permanganato di potassio. Poi si era passati ad altri metodi, e lo stone washing era il più importante. Si trattava infatti di effettuare il lavaggio dei jeans aggiungendo - ad acqua e detergenti - anche ghiaia. Il movimento del cesto delle lavatrici  avrebbe comportato un continuo sfregamento fra sassi e tessuti, con un duplice esito: la rimozione dal filato di una parte della tintura, e dunque un inevitabile effetto schiarente, e l'abrasione sul tessuto stesso, con altrettanto effetto-usura. Marithé e François Girbaud avevano fatto i loro primi test in una normale lavanderia di Parigi, mentre altri produttori impiegavano lavatrici industriali o, addirittura, vecchie lavatrici ospedaliere modificate a uso tessile. Un grosso problema, però, era rappresentato dalla ghiaia stessa, visto che in effetti era un materiale troppo pesante, si depositava sul fondo del cestello e danneggiava sia gli indumenti sia le macchine. Ogni fabbricante di jeans si ingegnò così per trovare le soluzioni giuste. «Nelle lavatrici abbiamo provato a gettare di tutto», ha ammesso qualche anno fa un dirigente della Lee. «Palle da golf, pneumatici sbriciolati, tappini della Coca Cola, pezzi di legno, cordami. Alla fine abbiamo scelto la pietra pomice». (Remo Guerrini, Bleu de Gênes, ed. Mursia, 2009, pp. 141-143)  






[1] La pietra pomice è un minerale leggero e poroso, che non si deposita eccessivamente sul fondo delle lavatrici, ma resta in sospensione ed esercita per ore (anche otto, per ogni singolo lavaggio) la sua azione abrasiva. La pomice - una pietra di origine vulcanica - viene di solito acquistata in Grecia e Turchia, anche se molti sono d'accordo nel considerare migliore quella estratta nelle Eolie, a Lipari.
[2] Marithé Bachellerie (nata a Lione, Francia nel 1942) e François Girbaud (nato a Mazamet, regione del Midi-Pirenei, nella Francia meridionale, zona di grande tradizione tessile, nel 1945) lavorarono insieme dai primi anni Sessanta quando, appena ventenni, cominciarono a importare a Parigi abbigliamento country & western.



Rames Gaiba
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