Jeans [pronuncia: gins] - termine inglese, plurale di jean. L'etimo di "jeans"¹ lo si fa derivare dalla deformazione americana della parola Genova (ma non deriva da Gênes in francese), perché i marinai genovesi erano visti sempre con pantaloni fatti con un tessuto simile. Un tessuto con le stesse caratteristiche veniva fabbricato anche nella città di Nîmes, denominato "serge de Nîmes" contratto poi in denim.
Tessuto generalmente di cotone a struttura serrata, robusto, lavorato su armatura saia o spiga, tinto la catena 'in corda' o 'in largo'. Il filato di ordito è un ritorto con la catena tinta (in genere all'indaco, un colorante sintetico di solidità inarrivabili, esso pure di vita secolare) mentre quello di trama è in filato cardato dello stesso colore. Viene prodotto in diverse pesantezze espresse sempre in "once"² (il "classico" è il 14-14,5 once). Per questo tessuto, specie per gli innovativi articoli-moda, sono cambiati strutture, pesi, composizione (importante l'inserimento di lycra), finissaggi, ecc. Prima o dopo la confezione dei caratteristici indumenti, particolarmente i ben noti "blue jeans"³, possono venire trattati in svariati modi: semplice lavaggio in acqua, lavaggio con cloro (blicet o delavè), lavaggio con pietra pomice (stone washed, ecc.). Vengono inoltre proposti jeans stracciati, maculati, arricchiti di orpelli di ogni genere. Nel 1999 è stata superata la barriera di 2,5 miliardi di metri prodotti a livello mondiale.
I tessuti denim tradizionali sono composti da solo cotone, ma vanno sempre più diffondendosi quelli elasticizzati, per le migliori proprietà di comfort, adattabilità, vestibilità e facilità di manutenzione. Si fabbricano tessuti a intreccio ortagonale sia con l'inserzione della sola trama elasticizzata, sia con entrambi i filati elasticizzati di ordito e trama (bi-stretch).⁴
Differenza fra denim e jeans - La coesistenza di jeans e denim è complicata dal fatto che denim è oggi il termine commerciale utilizzato per definire la stoffa in oggetto. Denim sta per Nîmes. Va precisato che l'industria tessile di Nîmes si specializzò (a seguito della riorganizzazione della produzione tessile francese voluta dal ministro Colbert) nella manifattura di un tessuto in lana ad armatura diagonale, quindi particolarmente resistente, che nel corso del Settecento fu realizzato, con le stesse caratteristiche, anche in cotone.⁵
Secondo gli storici dei tessuti essa risiedeva anzitutto nel colore delle fibre impiegate: nel denim infatti i fili dell'ordito erano per lo più blu, e quelli della trama rimangono generalmente grezzi (bianco o écru), mentre nel jeans trama e ordito erano dello stesso colore, quasi sempre blu. La conferma viene da un libro considerato fondamentale per il cotone "Stample cotton fabrics" di John Hoye, pubblicato in America nel 1942. Nel testo si spiega come il jeans fosse una saia di cotone, con ordito e trama della stessa tintura, adatta particolarmente per confezionare pantaloni di buon taglio, abiti sportivi, uniformi per medici e infermiere e fodere di scarpe e stivali. Più adatto alla confezione di abiti da lavoro pesante era invece il denim. Due stoffe, in definitiva, molto simili ma non uguali, anche se oggi i termini sono spesso usati indifferentemente.
₁ L'Oxford English Dictionary ne fa risalire le origini al 1567.
Si ritiene che la parola "jeans" provenga da Genova, dove si usava un tessuto robusto chiamato fustagno Gêanes per abiti da lavoro e vele. Esportato in molti paesi in tutta Europa, il materiale tinto in indaco era molto resistente e divenne noto come Blu di Genova, o Bleu de Gênes, poiché Genova nel Medioevo inizia ad entrare nell'orbita della politica della Francia. Come già scritto nel mio post "JEANS: una affascinante storia dal tessuto denim al capo d'abbigliamento" è troppo generico parlare di Genova perché il vero punto di partenza di tutta la storia è stato il suo porto e l'attività imprenditoriale ad essa legata. (Marzia Cataldi Gallo - Jeans before blue jeans; Ed. il Geko, 2021, p. 13
₂ L'oncia (abbreviato, oz) è l'unità di misura comunemente impiegata per determinare il peso del tessuto denim. 1 oz equivale a circa 28,35 gr ( (28,3495231 per l'esattezza).
₃ Oggi il blue-jeans, in origine di colore azzurro, è soltanto “jeans” perché non è necessariamente “blue”.
₃ Oggi il blue-jeans, in origine di colore azzurro, è soltanto “jeans” perché non è necessariamente “blue”.
₄ Franco Corbani - Un mondo di jeans - ed. Prodigi, 2022, p. 65
₅ Marzia Cataldi Gallo - Jeans before blue jeans; Ed. il Geko, 2021, p. 61
La carta di identità del denim
La filatura - Il denim del jeans è un tessuto soprattutto in cotone¹, che può (una innovazione degli ultimi decenni) avere una piccola percentuale di lycra (elastan) per dargli elasticità. La fibra di cotone una volta districata (dalle balle) viene pulita e mescolata. Si passa poi alla cardatura che serve (macchina che utilizza aghi metallici) per aprire eventuali grumi di fibre, separa queste ultime e forma dei grossi cordoni che vengono tirati ed eventualmente ritorti (normalmente non utilizzati nel denim) per aumentare la coesione. Le singole fibre sono poi separate in una centrifuga, e quindi ritorte in modo da formare un filo continuo. Al termine della filatura il filo viene raccolto su bobine.La filatura del cotone può avvenire con due sistemi: open end (O.E.) e ring. Le due tecniche differiscono sia per la capacità produttiva - la filatura open end è più veloce e quindi più vantaggiosa - sia per le caratteristiche trasmesse al filato. I filati ottenuti con sistema open end sono più regolari dei filati ring, ma essendo prodotti con una tecnica 'a rotore' che imprime più torsioni, risultano più rigidi. Le macchine ring invece permettono di ottenere filati di maggior pregio e con una mano particolarmente morbida, anche se meno regolari. L'introduzione del jeans elasticizzato, intorno ai primi anni Ottanta, ha determinato l'esigenza di affiancare ai tradizionali filatoi apposite macchine per la ritorcitura, con cui oggi si possono produrre denim monoelastici e bielastici. In tempi recenti, la gamma di fibre si è ulteriormente ampliata, andando nelle mischie a includere nylon, lino, canapa, viscosa, ecc.²
I tre grandi marchi storici del settore hanno tradizionalmente utilizzato l'andamento della diagonale (saia - in inglese: twill) per distinguersi l'uno dall'altro. Così la "saia destra" è tipica della Levi's, la "saia sinistra" dei Lee, mentre i Wrangler hanno una specie di "saia spezzata", che sale cioè a zig-zag.
■ LHT ▬ twill motivo diagonale dal basso a destra verso l'alto a sinistra, tessuto con filato torsione Z (destra).
■ RHT ▬ twill motivo diagonale dal basso a sinistra verso l'alto a destra, tessuto con filati torsione S (sinistra).
■ BROKEN ▬ twill spezzato alterna diagonale destra e sinistra, creando un effetto a zig-zag.
La carta di identità del denim
La filatura - Il denim del jeans è un tessuto soprattutto in cotone¹, che può (una innovazione degli ultimi decenni) avere una piccola percentuale di lycra (elastan) per dargli elasticità. La fibra di cotone una volta districata (dalle balle) viene pulita e mescolata. Si passa poi alla cardatura che serve (macchina che utilizza aghi metallici) per aprire eventuali grumi di fibre, separa queste ultime e forma dei grossi cordoni che vengono tirati ed eventualmente ritorti (normalmente non utilizzati nel denim) per aumentare la coesione. Le singole fibre sono poi separate in una centrifuga, e quindi ritorte in modo da formare un filo continuo. Al termine della filatura il filo viene raccolto su bobine.La filatura del cotone può avvenire con due sistemi: open end (O.E.) e ring. Le due tecniche differiscono sia per la capacità produttiva - la filatura open end è più veloce e quindi più vantaggiosa - sia per le caratteristiche trasmesse al filato. I filati ottenuti con sistema open end sono più regolari dei filati ring, ma essendo prodotti con una tecnica 'a rotore' che imprime più torsioni, risultano più rigidi. Le macchine ring invece permettono di ottenere filati di maggior pregio e con una mano particolarmente morbida, anche se meno regolari. L'introduzione del jeans elasticizzato, intorno ai primi anni Ottanta, ha determinato l'esigenza di affiancare ai tradizionali filatoi apposite macchine per la ritorcitura, con cui oggi si possono produrre denim monoelastici e bielastici. In tempi recenti, la gamma di fibre si è ulteriormente ampliata, andando nelle mischie a includere nylon, lino, canapa, viscosa, ecc.²
La tintura - Il denim viene tinto quando è ancora filo, prima
della tessitura. In particolare solo l'ordito è colorato (blu indaco,
marrone, o altri colori), mentre la trama resta in filato greggio
cardato che porta al caratteristico biancheggiamento (effetto bicolore).
Per ottenere la tintura blu è usato l'indaco³, che oggi viene prodotto
sinteticamente, che si commercializza sia in forma liquida che in polvere. Il colore si depone solo all'esterno dei fili, con un
processo di bagno e ossidazione che lascia bianco (naturale) l'interno
dei fili. Per questa ragione il denim scolora col tempo. Il colore si sviluppa con la ripetuta esposizione all'aria del materiale precedentemente impregnato nei bagni di tintura. Per intensificare il tono del blu si aumenta sia la concentrazione di colorante sia, sopra una certa soglia, il numero di bagni, in modo da non perdere la solidità della tintura. La possibilità di effettuare 'sovratinture' o, più raramente, 'pretinture' colorate, permette di ottenere altre varianti di colore. Esistono due metodi per tingere la catena del denim: la tintura 'in corda' (rope) e quella in largo (shift, detta tecnicamente slash - dyeing). La tintura 'in corda' consiste nell'immersione del filato, raggruppato in fasci di circa 400 fili (da cui 'corda'), in bagno d'indaco, intervallata dal passaggio all'aria e ripetuta per un numero di volte crescente rispetto all'intensità del colore che si desidera ottenere. A seguito dell'ultima fase di ossidazione (cioè di esposizione all'aria) il filato viene lavato e poi lubrificato per favorire la separazione dei fili. Dopo essere state asciugate, le corde vengono dipanate ed avvolte prima su un subbio per l'imbozzimatura e poi su un subbio per la tessitura. La tintura 'in largo' è simile a quello della tintura in corda, ma, in questo caso, il filo di ordito viene già dall'inizio disposto su un subbio pronto per la tessitura.⁴
La tessitura - I tessuti si formano su un telaio, su cui sono stesi i fili dell'ordito
(insieme di fili tesi, nel senso della lunghezza del telaio,
teoricamente, lunghezza illimitata). Ogni filo passa attraverso un
anello, detto liccio, che può essere sollevato e abbassato
meccanicamente. Alzando alcuni licci si crea un'apertura della trama in
modo da accostarlo a quelli precedenti e formare il tessuto. Nel denim
che è una stoffa ad armatura saia 2X1 o 3X1 (trama diagonale) l'effetto è
prodotto da telai con più gruppi di licci, dove se ne possono perciò a
ogni passaggio della navetta alzare 2 o tre e abbassare uno. Un classico tipo di jeans può
essere un Ne 8-8 = 28-18 dal peso di 350 g/mq. Ne esistono, comunque,
versioni più leggere o pesanti (Ne 7,5 o 7 e allora si arriva fino a 475
g/mq.).
I tre grandi marchi storici del settore hanno tradizionalmente utilizzato l'andamento della diagonale (saia - in inglese: twill) per distinguersi l'uno dall'altro. Così la "saia destra" è tipica della Levi's, la "saia sinistra" dei Lee, mentre i Wrangler hanno una specie di "saia spezzata", che sale cioè a zig-zag.
■ LHT ▬ twill motivo diagonale dal basso a destra verso l'alto a sinistra, tessuto con filato torsione Z (destra).
■ RHT ▬ twill motivo diagonale dal basso a sinistra verso l'alto a destra, tessuto con filati torsione S (sinistra).
■ BROKEN ▬ twill spezzato alterna diagonale destra e sinistra, creando un effetto a zig-zag.
Lavaggi e scoloriture - Il
jeans appena confeziona è molto rigido, perché il sul tessuto non è mai
stato lavato e conserva l'appretto utilizzato durante la tintura.
Inoltre esso reagisce al primo lavaggio stringendosi del 10-12%. Da
molti anni le industrie usano vendere i jeans, più morbidi e già
ristretti, che hanno già subito un primo lavaggio con ammorbidente: sono
i rinsed.
Di recente a questo lavaggio si sono aggiunti vari agenti che
modificano il colore o l'apparenza dei jeans. Per prima si cercarono
tonalità più chiare, aggiungendo cloro al primo lavaggio. Sono i jeans bleached e super-bleached (resi quasi bianchi), o a chiazze irregolari ottenute legandoli durante il lavaggio (tie-blanched).
Per ottenere industrialmente l'effetto di invecchiamento e usura che
valorizza i vecchi jeans, si aggiunsero, attorno al 1990, il lavaggio
con pietre pomici (stone-washed), magari usando anche il cloro (stone-bleached) o altre sostanze sbiancanti (marmorizzato o Klondyke).
Oggi questi effetti si ottengono con l'uso di enzimi meno inquinanti.
Per simulare meglio l'invecchiamento dei jeans in certe zone, si è
prodotto infine l'effetto used,
usando carta vetrata o prodotti chimici sbiancanti solo su alcune parti
dei pantaloni. Con l'aggiunta dei processi precedenti, sono nati i
jeans used-stone o used-bleached.
₁ Ce ne vuole almeno una libbra e mezza (poco meno di 7 etti) per mettere insieme un pantalone standard.
₁ Ce ne vuole almeno una libbra e mezza (poco meno di 7 etti) per mettere insieme un pantalone standard.
₂ AA.VV. - Jeans. Le origini, il mito americano, il made in Italy. Ed. Maschietto, 2005 - Laura Fiesoli - Cap.: Il cotone si tinge di blu. Cenni sul processo produttivo del denim, p. 135
₃ Ogni anno si producono circa 17 mila tonnellate di indaco sintetico: non tutto, ma certamente quasi tutto, serve a tingere la stoffa per i jeans.
₄ AA.VV. - Jeans. Ed. Maschietto, 2005 - Laura Fiesoli - Cap.: Il cotone si tinge di blu. Cenni sul processo produttivo del denim, pp. 135-136
₃ Ogni anno si producono circa 17 mila tonnellate di indaco sintetico: non tutto, ma certamente quasi tutto, serve a tingere la stoffa per i jeans.
₄ AA.VV. - Jeans. Ed. Maschietto, 2005 - Laura Fiesoli - Cap.: Il cotone si tinge di blu. Cenni sul processo produttivo del denim, pp. 135-136
Scheda prodotto jeans
Scheda di un pantalone
Un
brand, produttore di jeans (o capi in denim) utilizza la tasca per
veicolare la propria identità per rendersi immediatamente riconoscibile.
Nella tradizione giapponese, troviamo anche la tasca tagliata in due parti unite da cuciture aperte internamente, a richiamare l'idea della cimosa (terza foto in alto a destra).
Meno evidente ma altrettanto significativa, la piccola pinces orizzontale ai lati delle tasche dei jeans di Dior. Un altro logo riconoscibile è quello della Guess, che ha solo un'etichetta triangolare.
È bene precisare che l'etichetta, in genere in finto cuoio, attaccata su la tasca posteriore destra di ogni jeans che si rispetti, oltre al marchio contiene indicazioni di taglia, modello e al peso del tessuto. Per quanto riguarda le taglie americane potreste adottare la regola di "togliere 16" (esempio: se avete la taglia 48 togliete 16 e fa 32 e quindi i pantaloni che dovrete chiedere sono W32. Se avete la taglia 52 togliete 16 e quindi chiedete W36...e la "regola" funziona ancora).
CURIOSITÀ - A Genova nel novembre 2004 è stato realizzato un pantalone blu di Genova con dimensioni da Guiness dei primati. Misura infatti 18 metri e ha un giro vita di 5 metri. Confezionato con seicento paia di vecchi jeans e issato su un'alta gru del Porto antico, è stato disegnato dagli studenti del liceo artistico Barabino e realizzato da quelli dell'Istituto professionale Duchessa di Galliera.
BIBLIOGRAFIA
- Corbani Franco - Un mondo di jeans; Ed. Prodigi, 2022
- Moltani Claudio - Guida essenziale al Denim; Ed. Quine, 2005
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