9 marzo 2018

INDACO

Indaco - dal latino indícum (follíum), "foglia" indiana.

Sostanza naturale o sintetica (quella oggi usata dall'industria, che è la quasi totalità dell'indaco prodotto). Ha colore compreso, nello spettro solare, tra il rosso e il violetto.

L'indaco naturale si ricava da diverse piante del genere Indigena e dal Guado (Isatis tinctoria), che vengono tagliate e fatte fermentare in acqua. Il liquido giallo-verde che si ottiene dalla fermentazione viene fatto ossidare all'aria in ampie vasche, nelle quali viene costantemente agitato. Man mano che progredisce l'ossidazione, il colore della soluzione vira gradualmente fino a diventare un blu-violaceo caratteristico. Viene quindi raccolto il deposito melmoso che si è formato, riscaldandolo per bloccarne la fermentazione. Una volta asciugato, viene messo in commercio a forma di pani.

L'uso dell'indaco ha giocato un ruolo fondamentale nelle tecniche di stampa africane, in quanto è il solo colorante naturale efficace a bassa temperatura sulle fibre vegetali. [1a]



L'indaco sintetico è un tipico colorante al tino: data la sua insolubilità all'acqua esso non è infatti capace di fissarsi direttamente alle fibre tessili [2] e viene ridotto mediante idrosolfito di sodio a leucoindaco, incolore, solubile e capace di essere assorbito dalle fibre sulle quali poi si riossida a indaco a opera dell'ossigeno atmosferico. Da tempo si trovano in commercio, con il nome di indigosoli, derivati solubili del leucoindaco che vengono direttamente usati senza dover prima procedere alla riduzione con idrosolfito. Impiegato  nella tintura delle fibre vegetali specialmente per cotone e lino, meno adatto per la seta. Per ottenere buoni risultati  di tintura per la lana occorre usare, per la riduzione, la minore quantità possibile di alcali. [3]


[1 a-b] Michela Manservisi, African Style. Stilisti, moda e design nel Continente Nero, Ed. Castelvecchi, 2003, p. 22.
[2] Il principio di questa tintura consiste nell'ottenere un leuco (primo elemento di composti della terminologia scientifica e latina, nei quali indica colore bianco o chiaro) derivato solubile dell'indaco mediante la sua riduzione in ambiente alcalino, in modo tale che il leuco derivato venga assorbito dalla fibra e quindi ossidato in essa; in tal modo la tintura risulta completata. (José Cegarra - Publio Puente - José Valldeperas, Tintura delle materie tessile, ed. Paravia, 1988, p. 392).
[3] Essendo la lana una fibra che viene danneggiata dagli alcali ed occorrendo effettuare la riduzione in mezzo alcalino, è logico che la tintura di questa fibra con l'indaco debba essere effettuata in un ambiente alcalino più debole e proteggendo  convenientemente la fibra con un colloide protettore. (José Cegarra - Publio Puente - José Valldeperas, Tintura delle materie tessile, ed. Paravia, 1988, p. 395).

Francese: indigo -
Inglese: indigo - Tedesco: indigo; indigoblau - Spagnolo: añil


STORIA - Colorante noto e impiegato in Asia già 4.000 anni fa ed introdotto in Europa verso il sec. XVI. Fino alla fine del sec. XIX esso fu esclusivamente estratto dalle piante del genere indigofera, la cui coltivazione era fiorente in India, a Giava, nell'America centrale e in Cina. Nel 1897 si ha la prima commercializzazione dell'indaco sintetico da parte della BASF (azienda tedesca). L'esportazione di indaco naturale dall'India, che era stata di 19.000 t. nel 1896-97, cadde a 1.100 t. nel 1913-14.

CURIOSITA' - Sono di colore indaco i veli degli uomini Tuaregh: il padre, alla pubertà, consegnerà al ragazzo il "litham". Gli uomini hanno due tipi di velo: il "cheche" è costituito da una fascia alta una ventina di centimetri e lunga fino a tre metri, avvolta attorno al viso e al capo, nascondendo la bocca, realizzato in tessuto di cotone, preferibilmente bianco o tinto di blu o nero. I veli sono avvolti in tanti modi, mai casuali  e rispondono a precise esigenze estetiche e di riconoscimento.

Il velo oltre a proteggere dalla polvere e dal sole, copre la bocca proteggendola dagli spiriti negativi, portatori del malocchio. Il "taguelmoust" è il velo delle feste (in particolare viene indossato in quella dell'Illoudjan), ed è costituito da una fascia che può arrivare fino a sette metri, di finissimo cotone impregnato d'indaco, d'aspetto lucido e cangiante, che riluce di metallico. Più l'uomo è importante e più si coprirà il volto lasciando intravedere solo gli occhi. Il curioso effetto è dovuto dal fatto che il colore viene battuto direttamente sul tessuto, invece di essere immerso, a causa di scarsità d'acqua. Pian piano il colore va via impregnando la pelle lasciando sul volto di chi indossa il caratteristico colore che è valso ai Tuaregh il soprannome di "uomini blu".

In Africa il colore per antonomasia è il blu indaco del cielo. Recita a tal proposito un proverbio del Ghana: «Un tessuto senza blu è come l'Africa senza palme da cocco». La sua valenza, oltre che meramente estetica, è spirituale, magica. In Togo, i tessuti indigo, vengono acquistati come doni famigliari in occasione delle feste di Pasqua, mente in Benin sono indossati durante le danze cerimoniali vudù. [1b]  


RIF. LETTERARIO - "...sul pallido indaco delle acque lacustri." (D'Annunzio - Trionfo della morte - del 1894, suo quarto romanzo).


Rames Gaiba
© Riproduzione riservata

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