16 agosto 2016

Bemberg, René Gruau, e ... l'incontro di Enzo Biagi



Bemberg dal 1925


Prefazione

Che cosa c'è dietro a un nome? Quando leggevo "Bemberg" non mi veniva in mente solo un marchio, celebrato dalla pubblicità, ma una trama dell'infanzia, quella del piccolo Nemecsek, eroe sfortunato de I ragazzi della via Paal.

"Bemberg" 1960, by René Gruau


"Bemberg" 1970, by René Gruau


‘Bemberg’ 1980 by René Gruau



"Bemberg" 1985, by René Gruau

Ricordate? Il bambino del sarto, che delira nella febbre, mentre il padre non può assisterlo, perché deve consegnare il vestito ad un esigente e intollerante signore.
E vedevo una scena di illustrazione popolare: un uomo chino, che cuce la fodera luccicante di un frack, sotto la luce smorta di una lampadina, e spezza con i denti i refe che si allunga verso terra. Ha gli occhi appannati di fatica e di pianto.
Forse la mia immaginazione è orientata al patetico: ma non evocavano una serena felicità i vecchietti che brindavano con la tazza di cioccolata , e sorridevano dalle scatole del cacao, e non trasudavauna concreta letizia l'opulente matrona che esaltava, con un abbraccio, il panettone in un memorabile bozzetto di Boccasile?
Secondo me, i meriti di J.P. Bemberg (quel J. sta per Johann, P. per Peter) sono celebrati, più che dai manuali della chimica, o dai compendi di storia dell'industria, dai disegni di René Gruau, che per alcuni decenni, coi cartelloni, i déplian, i disegni di moda, le copertine, ha tracciato non solo l'evolversi  e l'affermarsi di una grande impresa, ma anche i cambiamenti del gusto. 
Una lunga vicenda che si dipana, come quella di Arianna, o quella di Penelope, attorno a un filo: nato dal coraggio e dalle idee di Herr Bemberg, mercante di vini, che un secolo fa pensò che la gente della terra cresceva, e bisognava vestirla. E occorrevano nuovi tessuti che fossero, si diceva, "belli come la seta", e costassero meno, e resistessero dignitosamente al tempo e all'uso.
E utilizzò una trascurata peluria del cotone che con ammoniaca, rame ed acqua purissima, con la magia delle provette, poteva diventare una nuova fibra: e Gruau, questo artista francese partito da Rimini verso la gloria di Parigi, i manifesti del "Lido" e le riviste prestigiose, ha raccontato con la sua matita incantata le infinite possibilità di quel filato.



Poi nasce il nylon, e Bemberg diventa anche Ortalion, quando reclamizza le calze e la biancheria intima di longilinee, morbide malizioze signore: ricorda il piccolo e romantico lago dove sorge la fabbrica, che non è stato cantato da Catullo, o descritto dal Manzoni o dal Fogazzaro, e non ha nel blasone versi  o fotogrammi cinematografici, ma vanta acque considerate "le più pure di quante siano conosciute in Italia".

E questa è una benemerenza del buon Dio, ma è merito anche degli uomini se lo stabilimento bemberg le usa e le restituisce limpide alle sponde verdi e ai borghi silenziosi che vi si specchiano.
E' un lembo del vecchio Piemonte, muri di sasso, paesini, cappelle, anfratti che evocano leggende di draghi e di mostri, e santuari miracolosi, e poi sentieri che si insinuano tra boschi e prati, e sagrati segnalati dai rintocchi delle campane, che si possono raggiungere con le barche spinte dalle vele o dai rami.

Gruau, quello di "Harper's Bazar" e di "Vogue", con le sue tavole dallo stile inconfondibile, la stravaganza delle linee e l'esaltazione del colore, con le sue "vertiginose sintesi grafiche", come scrive il critico Gillo Dorfles, ha raccontato dunque ol lungo cammino del "filo cupro Bemberg", che partendo da un seme, si trasforma in velluti, damaschi, rasi di tutte le tinte, che da Gozzano in provincia di Novara partono per il mondo, e diventano ombrelli e impermeabili, divani e poltrone. I gatti neri e i cagnetti bianchi si sdraiano su sgargianti tessuti dalle imprevedibili trame. 
E' dal 1926 che si ripete questo viaggio di tonnellate di matasse e bobine (il numero è incalcolabile) che poi i tessitori trasformano.
E' il primo dopoguerra. Tutto cambia, e si va verso un avvenire sconosciuto. C'è in giro molto fervore, e una gran voglia di vivere. L'elettricità ha vinto sul gas. Spariscono quasi del tutto il cavallo, il baciamano, il corsetto, la manica a sbuffo, il turbante con l'aigrette, e se ne vanno parecchi sovrani: in Russia, in Germania, in Austria.
Dice il pittore Léger: "Noi viviamo un epoca pericolosa e magnifica, nella quale si intrecciano disperatamente la fine di un mondo e la nascita di un altro".
Cominciano con le calze per donna, che hanno ispirato pagine e desideri, come accessori indispensabili del fascino. Scrive un poeta di quella stagione, che è quella del tango, del fox-trot, del ragtime, quella degli "anni folli":

Mi piaccion le calze di seta
le calze di seta son belle.
Ti fanno sognare la meta
ti fanno vedere la pelle
Son belle le calze di seta.

Resistenti ed economiche, sconfissero il filo del baco, ma poi dovettero cedere al nylon. 
Entrarono allora in gioco le fodere, che non accumulavano cariche elettriche, permettendo al corpo di traspirare, e affrontavano impavide il ferro da stiro.
Ritorna così la bottega del sarto, poi l'atelier dello stilista, e la fabbrica di confezioni. Tanti giorni sono passati da quando nella via Paal c'era una segheria, e squadre di studentelli giocavano alla guerra spingendosi fino all'Orto Botanico. Poi nelle strade di Budapest si sono viste altre battaglie. 
La sigla G, sormontata da una stellina, che compare nelle tavole e negli schizzi che illustrano in qualche modo le vicende della Bemberg, vuol dire Gruau: e le sue signore dalle lunghe gambe  che spuntano da sipari sfolgoranti, hanno percorso tanta strada: le seguono mille operai, e nei bilanci della camminata che inizia sulle sponde del lago d'Orta, è segnata con una cifra di tanti miliardi.

Enzo Biagi (1991)

dal libro: BEMBERG dal 1925...
curato dalla Bemberg S.p.A.
stampato dalla Amilcare Pizzi Editore, 1991
      








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René Gruau, la moda, il tempo

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