16 aprile 2018

ORBACE


Orbace - dal sardo orbaci, che risale all'arabo al-bazz, «tela, stoffa», come l'italiano antico albagio.    

1. Tessuto di lana di pecora prodotto (specialmente in Sardegna) con metodi artigianali, ad armatura saia (spina), caratterizzato dalla più o meno marcata irregolarità del filato molto resistente e impermeabile. 




Particolarmente adatta per l'orbace è la lana delle pecore sarde, grossa e resistente, tenuta per alcune ore immersa in acqua a circa 50°C, in modo da non privarla totalmente dalle sostanze grasse in essa contenute, che contribuiscono a conferire al tessuto una certa impermeabilità. Lavata poi in acqua fredda per eliminare le materie estranee, e asciugata al sole, viene sfioccata e pettinata con pettine a chiodi. Si effettua quindi la cernita: le fibre più lunghe e resistenti sono riservate per l'ordito, le altre sono usate per la trama. Una volta la filatura veniva fatta a mano con la conocchia e il fuso, mentre per la tessitura erano usati antichi telai a mano molto stretti, sicché il tessuto veniva alto 55-65 cm. mentre oggi il tessuto sui telai moderni viene prodotto in altezza cm. 140-150. Esso appena fuori dal telaio viene sottoposto ad una rudimentale follatura, ottenuta battendolo per circa ventiquattro ore (mantenuto costantemente umido) con magli di legno (gualchiere, in sardo chiamate craccheras”), sorta di mulini ad acqua azionati da una ruota idraulica che usano l'energia prodotta dall'acqua per battere e ribattere la stoffa, con il duplice intento di ammorbidirla e di renderla impermeabile. Il tessuto è poi lasciato in riposo per qualche giorno, quindi è sottoposto alla tintura. Infine il tessuto viene lavato in acqua corrente per liberarlo dalle materie coloranti non assorbite, e avvolto al telaio per la stiratura.

I colori, in origine vegetali, erano il nero (spesso lana di pecora nera), bianco naturale, bigio (lana di pecora nera e bianca unite in fase di cardatura), rosso (ottenuto anticamente con la robbia), giallo senape e marrone, mentre colori più vivaci si usarono in tempi vicini a noi.

Oggi il tessuto è impiegato specialmente per costumi tradizionali in Sardegna (ora solo in particolari giorni, festività), in colori preferibilmente scuri. In Sardegna con l'orbace si confeziona l'abito tradizionale maschile: pantaloni, copricapo (sa berritta) a forma di sacco, il corpetto e anche il gonnellino (is ragas), che in origine vestiva i pastori proteggendoli dal tempo cattivo nelle lunghe transumanze.
       
    
Corpetto gonnellino e giacca in tessuto Orbace
foto: © Francesco Mura Corona


2a. Giacca della divisa fascista confezionata con questo tessuto nel colore nero, indossata per la prima volta nel 1932 in occasione della «Mostra della Rivoluzione Fascista». Fu il periodo dell'autarchia, in cui l'Italia a seguito delle sanzioni (decise dalla Società delle Nazioni, ed applicate da molti Paesi) degli anni '30 per l'invasione dell'Etiopia, che limitarono le importazioni anche della lana (vedi l'origine del Lanital) si ingegnò a sostituire i prodotti d'importazione con altri di origine nazionale. 2b. La parola passò ad indicare la divisa fascista.

 
Uniforme in tessuto Orbace ed il gerarca Achille Starace (1889-1945)     



STORIA - L'orbace è stato per secoli il tessuto tipico della Sardegna. Lo si tesseva in quasi tutti i paesi, in particolare in quelli delle zone interne. Secondo alcune fonti, pare che il tessuto fosse usato già nell'antica Roma.

CURIOSITÀ – Il nome sardo dell'orbace è “furesi” che è sinonimo di povertà, perché era il più povero fra tutti i tessuti. Un saggio di paese aveva coniato il proverbio «Mezzus furesu ischidu che segnore molente», meglio un povero saggio e che un signore asino. C'era persino un motto goliardico che del segretario generale del Partito Fascista (PNF) diceva: «Achille Starace, di tutto rapace, di nulla capace, vestito d'orbace. Requiescat in pace». L'orbacizzazione delle divise arricchì diversi paesi della Sardegna, a Macomer l'Alas trasformò la piccola industria domestica in una poderosa produzione di massa. (Manlio Brigaglia, articolo pubblicato su “La Nuova Sardegna - Sassari”  del 19 ottobre 2008).




Rames Gaiba
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