27 luglio 2017

IL LIBRO DEL SARTO (un “fashion magazine”del Rinascimento)



Il Libro del Sarto è un documento quasi certamente senza uguali, un “fashion magazine”del Rinascimento, un catalogo di moda, un “atelier portatile”.




«Allora come oggi: l'universo dei segni della moda, nella sua dinamica referenziale e nei valori che attiva e scambia, istituisce modelli ad altissima capacità d'attrazione e d'imitazione, che riguardano la scena del comportamento, le occasioni rituali, la pratica dei rapporti interpersonali, come pure la sfera più segreta del soggetto che stabilisce il rapporto  con sé in termini di immagine, connota la sua identità, anche attraverso il vestito che ne ricopre, nasconde e maschera al tempo stesso, il corpo. Modelli ripetibili e seriabili, destinati anche a storie sempre diverse, a vere e proprie «microstorie», nella loro differenziata e sempre diversa fenomenologia: ogni abito assume possibilità referenziali, risulta attivo nella sua forza connotativa, solo quando assume le coordinate dello spazio e del tempo, di quelle «circostanze» così decisive nella cultura di questa età che sembra - a uno sguardo solo troppo frettoloso - tanto diversa e distante dalla nostra «moderna» cultura». [1]






Il libro del Sarto è un codex dei  primi anni Quaranta del Cinquecento conservato nella biblioteca della Fondazione Querini Stampalia di Venezia. Risulta composto  da tredici fascicoli, alcuni dei quali irregolari, ed anzi con forti anomalie, a testimoniare un montaggio travagliato dei pezzi - i disegni - preesistenti. [2] Fu lo storico dell’arte austriaco Fritz Saxl, agli inizi del Novecento, a sottolinearne l’importanza. Il voluminoso quaderno di fogli acquerellati raccoglie, tra gli altri, i costumi preparati dal sarto Ioanne Iacomo per una famiglia nobile in occasione dell’entrata a Milano di Filippo II nel 1548.














Nelle sue pagine s’incontra una suggestiva sfilata di personaggi che indossano costumi da giostra o da parata, alla turca o all’ungaresca, costumi a righe verticali con ampie maniche, braghe rigonfie e rimborsanti al ginocchio, scarpe a punta schiacciata, berretti piatti e piumati d’influenza germanica, o a soufflé all’italiana, comode toghe, sopravvesti, turbanti, splendide zimarre in damascho, nobildonne ricoperte di rasi o velluti color morello, porpora, verde, decorati da tagli verticali, impreziositi da bottoni dorati e candidi sbuffi, o operati a motivi geometrici bianco-neri, rosso-neri con rosetta o fiorellino quadripetalo centrale. E poi un “generale” con leggero panseron sull’armatura classica, un’arcimboldesca “regina delle Amazzoni”, un nobiluomo con il volto dal colorito olivastro su cui brilla una lacrima, una giovane guerriera, un giullare dagli occhi spiritati.




«“Se huomo da bene si trova al mondo questi è il Sartore, perché almeno non beve il sangue d'altri... essendo cosa chiara che quando si punge le dita nel cucire, succhia il suo proprio”. Questa ironica definizione, che Tomaso Garzoni nel suo Piazza universale di tutte le professioni del mondo..., edito per la prima volta a Venezia nel 1585, dà del mestiere del sarto, indirettamente conferma che la donna potrà solo molto tardi, a partire dal secolo XVIII, occuparsi a livello professionale di sartoria, almeno per il proprio sesso. Prima si trattava di professione esclusivamente maschile, dovunque in Europa, tranne che a Venezia, dove fin dal 1218 (anno a cui risale il “Capitulare de sartoribus”) oltre alle “mendaresas”, donne che aggiustavano abiti vecchi, esistevano, in un numero ridottissimo, le “sartoresas” che tagliavano e cucivano panni nuovi e che pagavano  un  “grosso” di tassa all'anno alla Scuola stessa, “per sostenere i poveri e i malati dell'Arte”. La prima  “charta” di corporazione artigiana di sarti che si conosca risale al 1152, ed è tedesca, ma pare che una corporazione di tessitori, sarti e tintori esistesse in Milano già nel 1102. Dunque toccava a lui, il sarto, occuparsi personalmente del taglio, della confezione, della decorazione, con galloni, guarnizioni, ricami degli abiti sia maschili che femminili, presentando proprio per ordinamento interno una parcella più salata per questi ultimi.» [3]

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Il Libro del Sarto
della Fondazione Querini Stampalia di Venezia [4]
Edizioni Panini, 1987, pagg. 72 + 320 non numerate illustrate a colori.
Formato in 4° (cm. 20 x 28.5).
Rilegato in tela con sovraccoperta illustrata e cofanetto editoriale illustrato ai piatti (stessa immagine della sovraccoperta).

Saggi di
Fritz Saxl

Alessandra Mottola Molfino
Paolo Getrevi
Doretta Davanzo Poli
(sue le trascrizioni delle annotazioni relative all'abbigliamento e al taglio)
Alessandra Schiavon
 


[1] dall'introduzione di Amedeo Quondam, pp. 5-6 
[2] Alessandra Schiavon, dal saggio "Parole e cifre: le annotazioni nel “Libro del Sarto”, p. 65
[3] Doretta Davanzo Poli, dal saggio "La moda nel “Libro del Sarto”, p. 57
[4] La Fondazione Querini Stampalia  di Venezia è un Museo che conserva arredamenti del '700 e dell'800 porcellane biscuit e sculture di casa Querini, con un'importante Pinacoteca (dipinti di Giovanni Bellini, Lorenzo di Credi, Jacopo Palma il Vecchio, Jacopo Palma il Giovane, Bernardo Strozzi, Giovanni Battista Tiepolo, Pietro Longhi, Gabriel Bella. La Fondazione ospita regolarmente mostre ed eventi espositivi di alto livello, ed è inoltre dotata di una biblioteca molto importante.

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